Come non si governa Internet

Ci sono le regole. E poi c’è chi se ne infischia. Il problema è quando a infischiarsene sono i regolatori. Come avvenuto questa notte, verso l’1:30, a Dubai, alla contestatissima conferenza mondiale delle telecomunicazioni (WCIT). Norma vorrebbe che l’ITU si esprima attraverso il consenso di tutti i 193 delegati che lo compongono. O, qualora dovesse mancare, a maggioranza, con un voto.

Ma il segretario dell’agenzie delle Nazioni Unite dedicata alle telecomunicazioni aveva giurato e spergiurato non ci sarebbe stato alcun voto («we will not vote on any issues») riguardo all’estensione del dibattito alla regolamentazione di Internet – una materia controversa (vista l’opposizione di diversi paesi, Stati Uniti e paesi europei su tutti), troppo controversa per essere discussa in quella sede con la serenità necessaria.

E allora che accade? Che il chair della sessione plenaria iniziata mercoledì in tarda serata, Mohammed Nasser Al Ghanim, decide di tastare il polso dei presenti in sala rispetto alla ‘Risoluzione per promuovere un ambiente di maggiore crescita per Internet’ (qui il testo attuale) con un procedimento del tutto improvvisato: per alzata di mano. Anzi, di cartelli:

Il resoconto della seduta, riportato da CDT, spiega come sono andate esattamente le cose:

CHAIR: I want the feel of the room, who is against this resolution.
(Pause)
Test test test test test test test test test thank you. You can lower your plate now. The majority is with having the resolution in.

In sostanza, il chair ha determinato – deduco sulla base di un rapido calcolo – che la Risoluzione dovesse intendersi approvata, o quantomeno degna di discussione (nemmeno su questo c’è certezza, tanto che perfino la Internet Society scrive: «sembra sia stata approvata»).

Il delegato spagnolo vuole vederci più chiaro. Chiede se si tratti di un voto o meno:

SPAIN: As a point of order, I would like you to clarify whether the temperature you were taking was simply a taking of the temperature. Has it now been interpreted as a vote and had we known that it was a vote, we might very well have acted differently.

Risposta del chair: non è un voto.

CHAIR: No, it was not a vote, and I was clear about it.

Ma se non è un voto, cos’è? Tanto più che, come riporta Samantha Dickinson (il vero racconto in tempo reale della conferenza), l’Italia sostiene il contrario:

Ora, lasciando da parte il merito dei contenuti della Risoluzione (criticabilissimi, anche se – come scritto in precedenza – non vincolanti, e da ratificarsi nei singoli Stato prima di entrare in vigore), la questione che mi preme sottolineare è di metodo: non è a questo modo, tra voti che non lo erano, documenti che devono essere trafugati per essere portati a conoscenza del pubblico e accuse di accordi sottobanco, che si cambia il modello di governance di Internet.

Se, come è probabile e a questo punto più che mai auspicabile, WCIT si concluderà con un nulla di fatto, l’insegnamento che dobbiamo trarne è, ancora una volta, che la mancanza di trasparenza e correttezza produce danni incalcolabili. E poi hai voglia a denunciare gli eccessi di allarmismo: è anche e soprattutto questa opacità ipocrita a produrli. Per il futuro, la richiesta che deve provenire – fortissima – da esperti e società civile è che scompaia, una buona volta. E che sia il metodo stesso con cui si prendono le decisioni a incoraggiarne la dipartita.

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10 pensieri su “Come non si governa Internet

  1. (A scanso di equivoci, questo commento non rappresenta una posizione ufficiale della Commissione Europea)

    Fabio, non sono a Dubai con i miei colleghi della Commissione Europea e dunque non posso in onestà commentare sul caso specifico.

    Ma mi preme osservare che volendo criticare le modalità con cui vengono prese le decisioni su questa o altre materie legate ad Internet, dovremmo per correttezza e onestà intellettuale esaminare come altre decisioni, egualmente importanti per il futuro di Internet, vengono prese in altre organizzazioni come ICANN (dove una parte consistente del Board of Directors proviene da quegli stessi gruppi che in teoria ICANN dovrebbe “regolare”) o l’IETF (in cui uno dei metodi in cui un Working Group, quando si riunisce fisicamente, esprime il proprio assenso o meno è il “humming in the room”). Potremmo fare altri esempi.

    Poi si può discutere se i risultati siano o meno positivi – alcune volte lo sono, altre volte no, sempre tenendo presente che nell’Internet del 2012 non è più possibile assumere che ciò che è positivo per un europeo o uno statunitense lo sia necessariamente anche per un africano o un cinese (e parlo dei cittadini, non di “governi” più o meno rappresentativi).

    Ma se vogliamo discutere di metodo (che concordo, è spesso sostanza) personalmente sono un po’ stanco di questa caccia al piccione nei confronti dell’ITU. Cominciassimo a guardare un po’ di travi anche a casa nostra (parlo della cosiddetta “comunità Internet”)?

    Bada bene che non sto prendendo una posizione “benaltrista”.

    La posizione dell’Unione Europea e degli Stati Membri per quanto riguarda WCIT-12 è piuttosto chiara. Alcune proposte al WCIT-12 sono inaccettabili per l’UE e non abbiamo avuto alcun problema a dirlo molto chiaramente. Ma vale la pena tenere a mente che l’ITU, con tutti i suoi difetti, è un’agenzia delle Nazioni Unite; che resta, con tutti i suoi difetti, l’unico strumento veramente multilaterale per cercare di comporre i molti problemi di natura globale che dobbiamo affrontare come, appunto, comunità globale; a meno che non chiudiamo baracca e burattini e accettiamo che il multilateralismo è morto e dobbiamo basarci su un non meglio precisato concetto di “global multi-stakeholderism”.

    Nel farlo, sarebbe il caso di verificare con un po’ di attenzione da dove vengono questi “stakeholder”, da chi sono pagati e che interessi hanno – e giusto per ricordarsi che “news of the death of strategic interests has been greatly exagerated”, magari chiedersi se tali interessi coincidono con i nostri, come cittadini europei (e italiani o altra nazionalità a seconda di chi legge).

    • Andrea, grazie degli spunti – molto utili per future analisi e riflessioni. Ciò detto, io mi limito a notare ciò che vedo: e cioè un voto non-voto, documentato e francamente inaccettabile da ogni punto di vista. Che la posizione su WCIT dell’Europa sia molto chiara l’ho scritto, e non vedo che motivo ci sia di rimarcare la distanza con gli intenti potenzialmente pericolosi di cui tanto si è parlato.

      E sì, scusami ma senza un pizzico di benaltrismo questo tuo lungo commento perde un po’ di significato.

      • (Scusate la ripetizione, ma nel caso in cui questo commento fosse citato fuori contesto, preciso che quanto sotto non è una posizione ufficiale della Commissione Europea)

        Fabio, grazie della risposta. Permettimi alcune osservazioni di ritorno, premettendo che non sapevo che la lunghezza di un commento fosse un criterio di valutazione del medesimo.

        Prima di tutto, fa un po’ ridere leggere dal rapporto del CDT che “this may have been the first time in the institution’s history that a decision was made based on a rough estimation of the so-called “temperature” in a room filled with exhausted delegates who may not have realized what exactly was being taken”.

        Che ciò sia o meno vero, il motto dell’IETF non è “rough consensus” (“and running code”)? Come ho scritto, non è forse vero che i Working Group dell’IETF usano (tra gli altri) il metodo del “room humming” per valutare il grado di consenso? Che differenza c’è con il prendere la “temperatura della stanza”? In tutte le sedi in cui si discute oggi di governance di Internet le procedure sono così trasparenti e sofisticate che episodi come questo non si verificano?

        Sulle accuse di accordi sottobanco meglio non pronunciarsi. Di nuovo, diamo un’occhiata *vera* a quello che succede negli attuali ambienti “multi-stakeholder” e poi ne riparliamo.

        Quello che mi dà veramente fastidio – e non è un’accusa rivolta a te personalmente, dato che hai scritto un bell’articolo sugli estremismi/ti del WCIT, anche se hai dovuto essere un po’ pungolato per farlo 🙂 – è la visione assolutamente strabica che porta a giudicare inaccettabile quel che fa l’ITU *perché è l’ITU* (e quindi necessariamente brutto, sporco e cattivo) mentre si perdona tutto (o quasi) viene fatto da altre organizzazioni perché sono “in rete” (l’ITU ha lanciato un programme di partecipazione remota tra i più avanzati nell’ambito delle Nazioni Unite e, francamente, molto più avanti di molte conferenze legate ad Internet), “aperte alla società civile” (peccato siano sempre gli stessi quattro gatti) e/o “hanno l’obbiettivo di avanzare la libertà di Internet” (che nessuno è ancora riuscito a spiegarmi cosa sia di preciso, o in cosa differisca precisamente dalla libertà di grosse aziende o grossi Stati di imporre le proprie strategie commerciali e/o di altra natura senza troppi “lacci e lacciuoli”).

        Mi piacerebbe che la quantità di bit e inchiostro che sono stati spesi per parlare del WCIT e dell’ITU (spesso con una conoscenza della materia veramente risibile) fossero impiegati per guardare un po’ più da vicino le realtà pubbliche e private che osteggiano l’ITU medessima. Ancora, questa è una considerazione generale e non mirata specificamente a te.

        Per quanto riguarda la posizione europea, non si trattava di una excusatio non petita: ho solo voluto rimarcare che si possono avere critiche di sostanza su ciò di cui si discute, senza per questo farsi trascinare in partigianerie apocalittiche sul futuro di Internet.

      • Andrea, rispondo qui al tuo secondo lungo commento (no, la lunghezza non è un criterio di giudizio, naturalmente) perché la struttura di WordPress mi sembra non permetta altrimenti e solo per precisare che la mia critica a WCIT non significa né che ITU sia l’unica magagna in un’oasi di perfezione né che la governance di Internet debba essere immutabile. Come hai visto, quando sollecitato sulla base di argomenti non fatico a rivedere le mie posizioni e approfondire sulla base di segnalazioni altrui. Del resto, sono un osservatore di queste tematiche da poco più di tre anni, e sai bene quanto siano complessi questi temi. Sto imparando un po’ alla volta, insomma. Anche grazie a commenti come i tuoi.

      • Fabio, un’altra piccola osservazione legata al “benaltrismo”: non ho mai amato chi risponde ad una critica dicendo “eh, ma anche gli altri…”. Però in questo caso ci troviamo di fronte ad una contrapposizione – del tutto artificiale secondo me, dato che ITU e tante altre organizzazioni possono coesistere se cè la volontà politica – tra l’ITU e “gli altri”, e molte delle argomentazioni sono che “gli altri” non hanno gli stessi problemi dell’ITU. Il che, dal mio personale punto di vista, è una valutazione quanto meno azzardata. Spero questo chiarisca lo spirito del commento.

  2. (Temo che questo altro commento sia andato effettivamente perso)

    Fabio, un’altra piccola osservazione legata al “benaltrismo”: non ho mai amato chi risponde ad una critica dicendo “eh, ma anche gli altri…”. Però in questo caso ci troviamo di fronte ad una contrapposizione – del tutto artificiale secondo me, dato che ITU e tante altre organizzazioni possono coesistere se cè la volontà politica – tra l’ITU e “gli altri”, e molte delle argomentazioni sono che “gli altri” non hanno gli stessi problemi dell’ITU. Il che, dal mio personale punto di vista, è una valutazione quanto meno azzardata. Spero questo chiarisca lo spirito del commento.

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