WCIT, è davvero «la fine di Internet»?

terry-kramer

«Internet è in pericolo»; «Fermiamo il golpe di Internet»; «E’ la fine di Internet?». Sulla World Conference of International Communications (WCIT) indetta dall’ITU (International Telecommunication Union) dell’ONU con l’obiettivo di riscrivere le regole delle comunicazioni internazionali, ferme alle International Telecommunication Regulations (ITRs) del 1988, gli allarmi e le grida alla censura globale (perfino in memi) si sono sprecati.

WCIT potrebbe «rallentare il passo dell’innovazione, ostacolare lo sviluppo economico globale e potenzialmente condurre a un’era di controlli su ciò che le persone possono dire e fare online senza precedenti» (Dipartimento di Stato Usa); «La Rete potrebbe diventare meno aperta, più costosa e molto più lenta» (Avaaz); «Oggi, il web libero e aperto è sotto minaccia» (Vint Cerf). L’atto d’accusa è impietoso: con la scusa di aggiornare le norme delle comunicazioni internazionali all’era di Internet

1. si vogliono consegnare all’ITU, e dunque ai singoli governi nazionali, le chiavi del controllo del web (sottraendolo al modello ‘multistakeholder’ della attuale governance della Rete)

2. si vuole ridefinire il modello di gestione e tariffazione del traffico online, distruggendo la net neutrality e passando a un sistema in cui gli operatori delle telecomunicazioni possono decidere di chiedere ai fornitori di contenuti una diversa tariffa a seconda del volume di traffico generato (fee-for-carriage)

3. si vuole fare tutto questo senza la necessaria trasparenza, discutendone a porte chiuse, al riparo dallo scrutinio pubblico.

A dare corpo agli allarmi, le proposte di Paesi autoritari – anche nella gestione della libera espressione in rete – come Cina, Russia e Arabia Saudita; quella di ETNO sul modello di tariffazione del traffico online; il fatto che per essere a conoscenza delle (cattive) idee raccolte in vista di WCIT ci sia stato bisogno di un sito apposito, wcitleaks.org, che le sottraesse alla segretezza con cui erano stato concepite.

A complicare il tutto, poi, la notizia che le nuove norme si applicherebbero non soltanto ai giganti delle telecomunicazioni, ma perfino al singolo individuo che abbia messo in piedi una rete wi-fi in casa propria (sostiene TechDirt, cercando di comprendere le insidie contenute nella differenza tra «recognized operating agencies» – in uso attualmente – e l’estensione a tutte le «operating agencies», anche se con delle «eccezioni»). E quella, anche più grave, dell’approvazione di standard internazionali per la deep packet inspection (DPI) da parte della World Telecommunication Standardization Assembly (WTSA) dell’ITU-T solo la settimana scorsa. Una approvazione che risente della stessa scarsa o nulla trasparenza dei lavori dell’ITU, e che non considera i grossi rischi per la privacy individuale derivanti dal costringere le compagnie tecnologiche di tutto il mondo a obbedire a standard che prevedano la possibilità di ispezionare il traffico crittato di ogni singolo utente.

Significa che gli allarmi sono tutti giustificati? Alcuni attenti analisti ne dubitano. Come già accaduto per ACTA, infatti, la mobilitazione (che funziona per slogan) ha preso il posto della riflessione (che invece necessita di concetti, e fatti). E un’analisi più attenta del contesto (politico e normativo) in cui opera l’ITU, delle proposte realmente dibattute e dei loro effetti porta ad alcuni (ragionevoli) argomenti per ridimensionare i pericoli e la portata degli accordi che potrebbero uscire da WCIT. Eccoli:

1. Dopo aver visionato ognuna delle circa mille proposte di modifica delle norme attuali (ITRs), gli specialisti di .Nxt hanno concluso di aver scoperto una «cruda verità»: «i governi hanno ritirato gran parte delle proposte che hanno causato maggiori preoccupazioni». «La verità», scrive .Nxt, «è che l’ITU ha detto la verità nelle scorse settimane: non ci sono proposte che sostengano ciò che ha più fatto arrabbiare gli utenti».

2. Se anche ci fossero, scrive Jack Goldsmith sul blog di Lawfare, dovrebbero essere approvate per consenso. Lo ha ricordato anche il segretario generale dell’ITU nel suo discorso di apertura al WCIT: «non ci sarà alcun voto su alcun tema». Ma il consenso, è noto, non c’è. Se poi anche il voto ci fosse, dovrebbe vedere d’accordo la maggioranza dei 193 Paesi partecipanti, il che è tecnicamente possibile ma di fatto improbabile. Da ultimo, se anche quella maggioranza dovesse costituirsi (e non c’è alcun motivo per ritenere che oggi sia più semplice che in passato), le norme dell’ITU non sarebbero immediatamente vincolanti nei singoli Paesi, che dovrebbero invece recepirle singolarmente nella normativa nazionale. «In breve, gli ITRs sono difficili da emendare; se emendati, non diventano automaticamente esecutivi; l’ITU non ha alcun esercito; e l’ITU non può costringere alcuna nazione a fare ciò che non vuole fare», riassume Goldsmith.

3. Se cambiamenti avverranno nel modello di tariffazione del traffico online, non sarà perché lo vuole l’ITU ma perché imposti a livello nazionale. Dopotutto, nota Dwayne Winseck nella quarta e ultima parte della sua splendida analisi, proposte come quella di ETNO non sono molto diverse da quanto già mettono in atto carrier come AT&T, Comcast, Bell e altri – anche in assenza di un quadro regolatorio internazionale apposito. Certo, «non mi piace affatto», scrive Winseck, ed è un «assalto alla net neutrality»: ma ciò non giustifica discorsi su una presunta «tassa per Internet» né tantomeno su un ipotetico «piano diabolico dei governi autoritari per impossessarsi della rete». «Le motivazioni», insomma, «sono primariamente economiche», aggiunge Milton Mueller, autore di un’altra lunga e ficcante analisi in quattro parti: «hanno a che fare con il flusso dei finanziamenti e il ruolo dei regolatori nazionali che controllano gli operatori e gli accordi commerciali, piuttosto che con la censura».

4. Quanto alla trasparenza, .Nxt nota che tra i tanti critici dell’ITU pochi, pochissimi possono ergersi a modello, e scagliare la prima pietra. Opacità si registra, secondo .Nxt, anche nel funzionamento di ICANN (cui, secondo gli ‘allarmisti’, potrebbe essere sottratto lo scettro della gestione del sistema dei nomi a dominio) e nelle decisioni della Internet Society, che pure – proprio per distinguersi da WCIT – ha nei giorni scorsi sostenuto l’esatto opposto. Insomma, «la verità è che se l’ITU avesse ottenuto risultati esigui quanto quelli delle organizzazioni che hanno speso mesi a criticarlo, ci sarebbe una rivolta. O anche, se quelle organizzazioni fossero in grado di applicare gli stessi standard di lavoro che gestisce l’ITU, non ci sarebbe probabilmente nessuna preoccupazione su WCIT – perché le questioni spinose sarebbero già state affrontate», scrive .Nxt.

I dubbi, in conclusione, non devono mancare: la trasparenza va aumentata; gli «stati canaglia», i «nemici della rete» non devono trovare luoghi istituzionali di aggregazione né contesti normativi e politici che ne favoriscano gli istinti liberticidi. Ma le preoccupazioni non possono nemmeno lasciare il campo ad allarmi poco o nulla giustificati nei fatti. Altro che punto di svolta – o di rottura – per la governance di Internet: secondo Goldsmith, WCIT non riuscirà molto probabilmente a cambiare un bel nulla. E non è detto sia un bene, sottolinea Ethan Zuckerman sul suo blog: «C’è la tendenza, tra le persone che amano Internet, a diventare conservatrici, quasi reazionarie, circa la sua governance». Perché «rompere Internet – come alcune delle proposte di fronte all’ITU potrebbero benissimo fare – sarebbe un male». Ma «concludere che non potremo mai cambiare Internet in meglio sarebbe altrettanto male».

4 pensieri su “WCIT, è davvero «la fine di Internet»?

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