Tv democracy

Sarà un problema mio, ma non credo che il format dei concetti in pillole cronometrate di due minuti per centocinque minuti sia necessariamente segnale di chiarezza nei confronti degli elettori-telespettatori. Né che necessariamente uno o più confronti tv siano la straordinaria prova di democrazia di cui si legge un po’ ovunque. In questo caso «il fair play ha ucciso l’informazione», scrive Ricolfi sulla Stampa, e io non lo so se sia stato il fair play, quell’alone di noia che sembra ammantare qualunque cosa passi in Rai o il fatto che, tutto sommato, della propaganda di Renzi e Bersani – dopo mesi di interviste, comparsate a talk show, videochat (una è in corso mentre scrivo) e hashtag costruiti a tavolino – inizio a essere anche un po’ stufo.

Quello che so è che ieri sera, davanti alla televisione, ho faticato a mantenere alta la concentrazione sulle risposte degli sfidanti. Sui loro contenuti. I concetti, anche quelli avvolti nella retorica elettorale, hanno bisogno di tempo, per essere assimilati. E ieri, nonostante le quasi due ore, la sensazione è stata che, per rispettare i tempi televisivi, il tempo lo si sia spezzettato e compresso fino a rendere difficile se non impossibile quel processo di elaborazione delle cose che serve per rispondere in maniera concreta ai problemi enormi che venivano sottoposti ai candidati, dalla politica estera al lavoro, dallo sviluppo all’idea di sinistra indispensabile al Paese.

Così, mentre l’attenzione svaniva, mi sono ritrovato a percorrere le strade di Twitter, ridacchiare per battute su risposte che nemmeno avevo sentito (distratto dal flusso dei tweet), commentare a mia volta senza aver bene compreso cosa stesse davvero accadendo, saltellare da Facebook a Twitter alla televisione come cercando di tenere insieme i pezzi di un puzzle che poi, a vederlo finito, forse non valeva tutta quella fatica.

Ci sono molti aspetti positivi nel rispondere alle domande, e nel farlo in diretta davanti a milioni di persone. Ma quegli aspetti positivi non ci devono impedire una riflessione critica sul mezzo che stiamo adoperando, e su come lo stiamo adoperando. Altrimenti resta una vittoria politica facile (il confronto con un centrodestra che, invece di mettersi in discussione davanti al suo popolo, balbetta per inseguire i capricci del padre-padrone) condita da una vittoria mediatica (ora è il centrosinistra a monopolizzare l’attenzione, anche sull’ammiraglia del servizio pubblico) cui rischia però di aggiungersi la ripetizione dello schema dell’era berlusconiana dell’apparenza, del ‘noi’ e del ‘loro’, della preferenza politica assegnata al giovane in maniche di camicia o al politico esperto che trasuda esperienza da ogni espertissimo poro (non a caso, forse, i media oggi insistono particolarmente su vestiario e tic comportamentali).

Se vogliamo davvero che il centrosinistra parli di contenuti servono formati che incentivino la comunicazione – e l’assimilazione – di contenuti, non di spot da centoventi secondi. Altrimenti quella stessa sinistra che per vent’anni ci ha torturato l’anima con la storia della «dittatura televisiva» sulla politica rischia di finire per glorificare la tv democracy e il modello che incarna. Altrimenti dobbiamo concludere che quella stessa sinistra che per vent’anni ci ha detto che bisognava insegnare ai cittadini a riflettere più approfonditamente (Internet lo consente, perché il Pd non ha pensato a un sito con poche, chiare domande e poche, chiare risposte dei candidati sui temi chiave?) sia pronta a ricredersi quando il riflettore punti su se stessa, piuttosto che sul ‘Caimano’.

Altrimenti dobbiamo scambiare l’entusiasmo dei militanti per quello che assomiglia sempre più a un congresso di partito a reti unificate per una vittoria della democrazia e della partecipazione. Per poi, da semplici osservatori, notare che i numeri sono quelli di sempre. E, magari, risvegliarci con un Monti-bis appoggiato anche da quei chiarissimi, telegenici, iper-interpellati candidati alle primarie del centrosinistra.

(Foto: Corriere.it)

2 pensieri su “Tv democracy

  1. Aggiungi a quanto hai scritto che entrambi i “contendenti” sono stati liberi di sparar balle senza che nessuno glielo facesse notare, né la giornalista in studio né tantomeno la controparte avversaria.

    La balla di Renzi sulla pubblicazione online di tutti i fondi privati ricevuti, ad esempio, è eclatante.

    Ancor più dannosa però è la balla di Bersani sul mezzogiorno: secondo lui quando ha governato il CSX il divario nord-sud si è ristretto rispetto a quando ha governato il CDX. Non solo è falso guardando i numeri assoluti, ma è vero proprio il contrario guardando le percentuali.

    Ho fatto un po’ di fact checking analizzando i numeri dell’ISTAT, vi sarei grato se voleste dargli diffusione: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200132189690929&set=a.1167878760581.2025806.1336318273

  2. Sono totalmente d’accordo con te.

    Ho una curiosità da chiederti: televisivamente parlando quali possono essere i “formati che incentivino la comunicazione – e l’assimilazione – di contenuti, non di spot da centoventi secondi”? Ovvero, la tv può ospitare formati di quel tipo?

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