Nausea politica digitale

Ci sono tutte le premesse perché le prossime elezioni siano le più social di sempre. Speriamo ciò significhi programmi più partecipati, più trasparenza nelle scelte che contano, candidati più disponibili a rispondere alle domande – da chiunque provengano e di qualunque tipo – e, perché no, un po’ di sano divertimento. Ma c’è anche un possibile effetto collaterale, che accompagna il rischio che non accada nulla di tutto questo e che partiti, movimenti e i loro candidati continuino a fare ciò che hanno sempre fatto, soltanto rivestendo la loro usuale propaganda di una patina cool e più socialmente accettabile (segnali in questa direzione sono l’utilizzo dell’ormai insignificante notazione 2.0 nei fantomatici restyling di Lega Nord e Pdl): l’indigestione. La sovraesposizione, cioè, a messaggi di marketing politico. Già ora l’effetto combinato del filtro che personalizza i contenuti del mio news feed su Facebook e delle attività dei miei ‘amici’ – tutti improvvisamente preoccupati di dare l’endorsement a questo o quel progetto politico – è una sorta di nausea, di rigetto per la nuova propaganda politica da status update. Non sono a conoscenza di studi scientifici (o simil-tali) su quella che si potrebbe chiamare a tutti gli effetti nausea politica digitale. Se, cioè, ci sia un livello di esposizione a questo tipo di messaggi sui social network superato il quale si incentiva l’utente a disinteressarsi della politica, piuttosto che il contrario. E magari a stare a casa, piuttosto che a spingerlo verso le urne. Credo sia un campo ancora in gran parte da esplorare, anche se sappiamo che negli Stati Uniti dichiarare di andare a votare su Facebook – lo ha dimostrato uno studio recente – comporta maggiori voti reali. Il che, tuttavia, poco ci dice sulla totalità della popolazione esposta alla campagna elettorale permanente di cui nei prossimi mesi saremo costretti a essere testimoni, e nulla o quasi sulle reazioni della popolazione italiana. Ecco, magari è una sensazione che non trova alcun riscontro statistico. Ma la sensazione rimane. E mi sta allontanando, non avvicinando, alla politica.

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