Di sinistra, proibizionismo e progresso

Da tempo mi interrogo sulla cronica assenza di progressisti in Italia, e in particolare a sinistra, dove dovrebbero trovarsi. Ma quando chiedo ai miei interlocutori dichiaratamente di sinistra come mai la sinistra italiana sia così conservatrice, l’unica risposta che ottengo è sempre la stessa: «bella domanda». Poi, quando si inizia a ragionare, vengono fuori la nostra storia, l’opportunità politica, le sue estremità rivoluzionarie, il Vaticano e più in generale una sorta di auto-analisi di fallimenti decennali ai confini tra la psichiatria e la figura dell’inetto di letteraria memoria. Così, mentre la cosiddetta sinistra si accapiglia per capire chi è più a sinistra di chi, quale giornale sia il vero detentore del verbo o quale sia lo statuto ontologico dei «fascisti del web», il governo dei tecnici può trasformarsi indisturbato nel governo dei papà senza che nessuno o quasi, in quella rissosa e composita sinistra, alzi un sopracciglio. E’ la condanna al moralismo, l’idea che un vizio si combatta spostandolo 500 metri più in là, o alzando le multe per chi venda sigarette ai ragazzini. Anche quando si sa benissimo che quel tragitto diventa una seccatura o, semmai, l’occasione per fumarne una in compagnia – reperita magari aspettando l’apertura dei distributori automatici e facendosi prestare la tessera sanitaria da un amico maggiorenne o da un passante. Come del resto già avviene, senza che le nuove norme possano farci nulla. Ed è la condanna all’idea, espressa da Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere, che «è sempre meglio una legge che nessuna legge». Un’idea che dimentica che se la sua conseguenza immediata è il moltiplicarsi dei divieti, quella di lungo termine è l’eliminazione della legge, non del vizio. Che poi il ministro Balduzzi dica che le ulteriori tasse su bibite gassate e superalcolici servano a correggere «abitudini alimentari sbagliate» è non solo a sua volta una abitudine sbagliata, questa volta di governo,  ma anche e soprattutto una ipocrisia bella e buona, dato che la tassa è prevista – pare – per una durata di tre anni, e in tre anni non si risolve il problema dell’obesità: non rendendolo più costoso. E’ perché a una certa sinistra piace lo Stato Etico? Può darsi, ma resta tutto da dimostrare che quella preferenza sia sinonimo di progressismo: costellato di intrusioni dello Stato nelle preferenze individuali dei suoi cittadini, il progresso assomiglia più a un passato da (non) rimpiangere che a un futuro in cui incentivare, finalmente, il libero giudizio di individui razionali, consapevoli e soprattutto responsabili delle loro scelte. Una libertà senza la quale ogni battaglia sociale in nome dell’uguaglianza sociale è destinata al fallimento, o peggio a livellare la società verso il basso. Se vuole iniziare a liberarsi della venerazione disperata del passato, dunque, la sinistra italiana si affranchi una volta per tutte dalla tentazione dello Stato Etico. E lo faccia a voce alta, dai diritti civili alle droghe leggere passando per i temi della bioetica. Perché lo abbiamo visto già visto: i proibizionismi non conducono a nessun progresso. Sempre che a questa sinistra ancora interessi.

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10 pensieri su “Di sinistra, proibizionismo e progresso

  1. Probabilmente stai confondendo Sinistra e progressismo con liberalismo.

    Per carità, condivido quel che dici, anche io sono nella stessa posizione: un liberale con tendenze di sinistra che non riesce a trovare un collocamento nella politica italiana che non sia quello dettato dal “meno peggio”.

    Però non sono la stessa cosa, devi ammetterlo. La sinistra ha sempre combattuto lo stato morale, lo stato etico, non per amor di libertà, ma per vuoto e odio ideologico: siamo atei, il moralismo della chiesa ci fa schifo, distruggiamo tutta la morale borghese e aiutiamo gli oppressi. In compenso però il dirigismo economico è parte fondante della social-democrazia: e il passo dall’ingegneria economica all’ingegneria sociale e culturale non è così grande.

    Il termine progressismo invece è il termine politico più vuoto degli ultimi 20 anni: cosa vuol dire essere progressisti? ognuno vede il termine in modo diverso.

    • Molti partiti socialdemocratici europei (penso alla Germania, alla Svezia, all’Olanda) sono riusciti senza problemi a conciliare libertà personali e giustizia sociale. Le riforme che hanno ridato competitività alla Germania le ha fatte l’SPD – e ha pagato la cosa alle elezioni successive.

      Non esiste incompatibilità tra liberalismo e “sinistra”: semplicemente la sinistra italiana non lo ha ancora capito (ed è difficile sapere se e quando lo capirà).

      • Non ho detto che c’è incompatibilità: ho detto che non per forza devono andare insieme.

        Poi il discorso della commistione tra liberalismo e social-democrazia, e su come hanno inteso questa commistione i nostri capoccia di Sinistra da Blair in avanti, sarebbe un discorso lungo. 🙂

  2. Pingback: Il mostruoso Leviatano della Coca-Cola. O forse no « TANTOPREMESSO.it

  3. Beh… lo stato etico? Siamo vicini ai fascisti del web in quanto a precisione storico-concettuale… non vedo esattamente lo scandalo, in un sistema di sanità pubblica estesa, nel sanzionare alimenti insalubri. Contestare il quadro d’insieme, l’impatto effettivo, la modalità di prelievo fiscale? Ok, si può fare. Basta non perder di vista le premesse…

  4. La risposta al fatto che la sinistra Italiana sia conservatrice è semplicissima:perchè è l’unica sinistra occidentale a venire dal comunismo,che era un partito tutt’altro che riformatore;e fin quando a capo del partito ci sarà gente che è stata dirigente nel partito comunista nullà cambierà.

    • In effetti il concetto esposto da Frank77 è corretto. Ispirandosi ad un comunismo ideologico e non di sostanza si tende alla fine a voler mantenere lo status quo ottenuto dopo le battaglie sociali. Il cambiamento, o progressismo se vuoi, implica necessariamente scontentare qualcuno, magari togliere o cedere su un diritto per acquisirne un altro a favore di più persone. Guai a proporre qualcosa di simile a questa sinistra schiava dei sindacati.

      Lo stato etico è affascinante e pericoloso allo stesso momento. Possiamo dire che il Nazismo fosse a suo modo uno stato etico in quanto imponeva ai suoi cittadini sane abitudini ginniche (come anche la Cina di Mao o il Fascismo)? L’etica può essere insegnata ma non imposta; imporla la trasforma da etica in consuetudine (un po’ quello che accadde nel passato con il pensiero di Confucio).

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