La governance di Internet non è un tema per (soli) specialisti

Da un lato l’Onu che stabilisce che i cittadini debbano avere gli stessi diritti online e offline, a partire dalla libertà di espressione, e chiede agli Stati di «promuovere e facilitare l’accesso a Internet»; la vittoria (momentanea?) contro ACTA, bocciato dal Parlamento Europeo; la dichiarazione (vaga ma largamente condivisa) della libertà di Internet. Dall’altro la Cina che dichiara i provider responsabili dei contenuti video dei loro utenti, auspicandosi la creazione di una apposita «associazione dei censori» e maggiore auto-censura da parte dei netizen; la Russia che vuole mettere in una lista nera i siti «estremisti» e costringere i provider a installare una «black box» per consentire al governo di censurare i siti sgraditi, causando l’auto-oscuramento per protesta di Wikipedia – come già avvenuto in Italia. Ma anche il New York Times che racconta come le richieste di ottenere dati personali degli utenti da parte delle autorità statunitensi ai fornitori di connettività mobile siano cresciute costantemente negli anni, fino a raggiungere un picco di 1,3 milioni nell’ultimo anno. Tanto che Andy Greenberg su Forbes ricorre a una parafrasi di Donald Rumsfeld: «Non è soltanto che non sappiamo quanta sorveglianza sia in corso. E’ che non sappiamo nemmeno quanto non sappiamo su ciò che il governo sa di noi». Il tutto mentre emergono i rapporti tra Finmeccanica e Assad, si scopre che il governo di transizione libico continuava a utilizzare gli strumenti di sorveglianza digitale in mano a Gheddafi. E mentre dai ‘transparency report’ di Google e Twitter si delinea un quadro di ingerenze crescenti dei governi nelle attività dei cittadini. O almeno, il tentativo – fortunatamente non sempre assecondato dai provider – di ottenere la rimozione di contenuti che spesso di illegale non hanno nulla. Ed è solo la cronaca degli ultimi giorni. La battaglia per il libero web infuria, e lo fa a svariati livelli: vedendo contrapposti attivisti e lobbisti, governi e giganti tecnologici, democrazie e regimi. Ma anche vedendo tutte queste contrapposizioni mischiarsi e, a volte, elidersi quando gli interessi coincidano (qui l’esempio di scuola è l’opposizione frontale tra giganti tecnologici e politica per SOPA/PIPA e il loro silenzio per CISPA, che avrebbe consentito agli intermediari di liberarsi più facilmente dello spettro di una responsabilità di tipo cinese). Un fenomeno macroscopico, dunque, il cui esito è tutt’altro che scontato. Sfogliando i giornali del mattino, tuttavia, la sensazione è che mentre all’estero la percezione dell’importanza di questa battaglia in cui nemmeno i ruoli – i buoni e i cattivi – sono ben definiti conduca a editoriali, analisi, approfondimenti e riflessioni, dalle nostre parti il tema della governance di Internet sia ancora considerato dai quotidiani generalisti – con poche, lodevoli eccezioni – una stravaganza per pochi, un tema specialistico da relegare tra le curiosità e il gossip, e di cui parlare solo quando lo si possa fare in modo appetibile e invitante per il lettore (ergo, quando c’è una maschera di Guy Fawkes di mezzo, qualche bug potenzialmente catastrofico, qualche vittoria dell’immortale «popolo del web» a suon di petizioni). C’è una evidente disparità nel trattamento di questi temi in Italia e all’estero, insomma. Come se il fenomeno riguardasse più gli altri che noi. Come se l’Italia potesse permettersi di consegnare la descrizione di questa parte della realtà a pochi specialisti, poche righe, e a una parte infinitesimale dell’opinione pubblica. Così per esempio, oggi, si lancia a reti unificate la vittoria di Samsung su Apple perché il suo tablet «non è abbastanza cool», ma delle crescenti richieste di sorveglianza e censura da parte dei governi, dei progetti cinesi e russi, e dei tentativi disperati di mettervi fine non c’è traccia o quasi. La governance di Internet è una questione generalista, che riguarda tutti e che merita di essere trattata con lo stesso risalto e lo stesso grado di approfondimento riservato alle attività del governo e al retroscenismo politico. L’alternativa è vedere la realtà solo una volta che si è trasformata in incubo. Troppo tardi non solo per cambiarla, ma anche e soprattutto per capirla.

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6 pensieri su “La governance di Internet non è un tema per (soli) specialisti

  1. Mi sono fatto l’idea che il giornalista professionista medio, in Italia, abbia una formazione prettamente umanistica, e manchi quasi del tutto delle basi e dell’interesse minimi per trattare con sufficiente cognizione di causa temi di tipo tecnologico-scientifico. Mi viene in mente il luogo comune per cui in Italia il sapere umanistico è considerato Cultura, quello scientifico soltanto cultura.
    Non conosco il percorso di studi tipico richiesto per fare il giornalista, quindi mi chiedo se queste mie impressioni siano soltanto tali o se si tratti di un fenomeno reale.

    • Non è richiesto nessun studio specifico per fare il giornalista. C’è un master, in qualche università, è c’è l’iscrizione all’albo con un esame.

      Ma sì, hai ragione, in Italia il giornalista è sopratutto di cultura umanistica. Ma questo è un motivo in più per parlare di come il web sta trasformando le nostre vite: In questo c’è poco di tecnologico e molto di sociologico. Ma visto che anche le -ologie sono ancora nuove allo studio del web, sono in pochi quelli che hanno così dimestichezza con questo mondo da poterne parlare con cognizione di causa.

      Del resto, se siamo qui a leggere questo blog, è anche e sopratutto per questo.

  2. Non dico che la discussione in merito alla governance del web sia inutile, ma è perlomeno ingestibile e inefficace come tutte le discussioni pubbliche ad ampio spettro. All’estero ne parlano, ma chi ne parla? Sempre qualche giornalista, qualche televisione, magari qualche forum o board di discussione; non credo sia un argomento da bar o da pausa caffè (salvo laddove c’è massima concentrazione di ingegneri informatici). In ogni caso è sempre una minoranza che riporta e discute, il che equivale a lasciar che siano degli specialisti o i governi a decidere come e cosa.
    Che poi la discussione riguardi tutti ho i miei forti dubbi. Certo tutti possiamo accedere al servizio ma ancora non sono convinto che questo vada considerato un diritto. È un mezzo, un media di contenuti, si può vivere anche senza.

    E come per ogni servizio la fruizione deve essere regolamentata, con diritti ma anche con doveri. Va bene l’estensione di alcuni diritti di espressione al web ma che dire dei doveri connessi? Per quanto io ritenga che l’offesa è negli occhi/orecchie di chi guarda/ascolta, è evidente che ci sono casi in cui non si può sorvolare in nome della libertà d’espressione, anche per il semplice fatto che esistono leggi che vengono infrante.
    Da ciò consegue che i Governi hanno, a mio parere, il diritto di possedere un minimo di controllo su ciò che accade all’interno dei loro confini virtuali. Come posso io singolo cittadino decidere cosa è lecito o meno? Ognuno ha idee differenti e nessuno cede facilmente a quelle degli altri. Serve necessariamente qualcuno che imponga, anche solo per delega legislativa, un pensiero comune. Agli altri il dovere di adeguarsi ma con il diritto di avere certe libertà garantite.

  3. un conto é il diritto d’accesso, altro é come usare l’accesso. Credo che valgano i normali comportamenti della vita “normale”. Spesso si confonde nell’utente qualsiasi, come me, il diritto d’accesso e la libertà di dire qualsiasi cosa a carico di altri, poi la domanda: in un sistema politico autoritario? non é solo il diritto d’accesso a essere poco tutelato, é il normale uso di diritti individuali che subisce limiti e allora il vettore di turno assume la veste di chi trasporta clandestini. Certo sarebbe bello che non fosse così ed é eroico che qualcuno rischi in prima persona. Sta a noi operare in modo che il loro eroismo possa pian piano non essere necessario

  4. qualcuno dovrà pur pagare in qualche modo il mantenimento e il funzionamenro della rete non credete? se nno vi vendeno il “collegamento” vi venderanno “qualcosa” per collegarvi, di fatto i fili del telefono non sono eterni e le radiofrequenenze che gli stato “vendono” vanno pagate tutto qui, il resto è come stabilire se nasce prima l’uovoo la gallina, per quanto riguarda l’uso che se ne fa della parola o dell’idea nella rete sarà codificato il suo uso, delimitiato in recinti più o meno convenzionali, com’è giusto che sia, ricordate che la libertà senza regole è solo utopia cioè astrazione

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