Dopo il risveglio della storia

Che il nostro tempo stia testimoniando Il risveglio della storia, come sostiene il filosofo Alain Badiou in un omonimo saggio appena pubblicato da Ponte alle Grazie, dovrebbe rincuorare. Perché significherebbe il ritorno di una tensione idealista, di una visione collettiva di noi stessi e del nostro futuro la cui assenza ha un ruolo tutt’altro che marginale nel disastro economico, sociale e intellettuale che stiamo vivendo in questi anni. Quando poi c’è un male, e il male è diffuso e resistente, il ritorno della Storia si associa al mito del ribelle e della ribellione. Per questo non si riesce a separare l’idea di Badiou che «siamo entrati nel tempo delle rivolte» da un certo fascino adolescenziale, da un’idea caricaturale – ma confortante – del progresso umano e sociale che lo riduce alla somma di eventi collettivi sospinti dalle masse. Eppure qualcosa di sinistro aleggia sulle pagine, e soprattutto sui concetti, di Badiou. Un terrore paradossale. Chi non vorrebbe, infatti, che la politica non sia scambio relativistico di opinioni ma affermazione e addirittura dimostrazione nella storia di una «verità»? Chi potrebbe non riconoscere i limiti manifestati dalle democrazie rappresentative in questi decenni e desiderarne una sostituzione o quantomeno una integrazione con forme di partecipazione che assegnino al popolo sovrano forme reali di potere decisionale? Ancora, come non vedere che nel mondo, dalla primavera araba a Indignados e Occupy Wall Street, quella richiesta sale finalmente forte al punto di farci uscire, scrive Badiou, dall’era in cui la rivoluzione è «banalità» e trasportarci in un «periodo interstiziale» in cui, certo, la rivoluzione è ancora pre-politica, basata su rifiuti («Mubarak, vattene!») più che proposte, ma almeno diventa materia di discussione, voce gridata nelle piazze, centro di un palco la cui rappresentazione è ancora tutta da definire – e da definire tutti insieme? C’è tutto questo nel volume di Badiou, e molto altro degno di interesse. La distinzione ragionata tra la furia nichilista degli August Riots (una «rivolta immediata») e le caratteristiche delle «rivolte storiche», come quelle in Egitto e Tunisia: «localizzazione spaziale» (cioè un centro stabile, come piazza Tahrir), «contrazione» (il fatto che la minoranza attiva, in rivolta della popolazione la rappresenti tutta, così da parlare di rivolta del «popolo egiziano», o tunisino) e «intensificazione» (l’energia che si libera, e si tramuta in parole d’ordine radicali così come nella tenacia delle acampadas degli Indignati). L’idea che la rivolta storica «depone i nomi» che indicano e riassumono le volontà propagandistiche del potere (Badiou li chiama «nomi separatori», cioè finzioni – il ‘francese medio’, per esempio – funzionali a inserire i problemi sociali in un quadro adeguato alle istanze del governo), e così facendo liberi l’inesistente (cioè le categorie sociali vittime di quelle manipolazioni, dagli immigrati agli islamici e alle donne). E l’intuizione che l’indignazione non basta:  «il problema non è di organizzare tanto una ‘democrazia reale’ quanto un’autorità del Vero», scrive Badiou. Ma se è vero che «il risveglio della Storia dovrà essere anche il risveglio di un’Idea», non può che lasciare interdetti che per il filosofo si tratti ancora una volta dell’idea comunista, pur se rivisitata e corretta. La dittatura del proletariato diventa dittatura popolare; il partito l’organizzazione che dovrebbe istituzionalizzare e rendere politica la verità pre-politica manifestata, a nome di tutto il popolo, dagli uomini in rivolta; tutto il potere ai Soviet la «democrazia dei movimenti, egualitaria e immediata, si oppone assolutamente alla ‘democrazia’ dei ‘procuratori del capitalismo’». E lascia interdetti non tanto e non solo perché è tutto da dimostrare che il mondo sia in rivolta per riaffermare l’ideale comunista, o anche solo una sua variante. Ma soprattutto perché questa presupposta «emergenza di una verità», di una verità politica che costituisce il centro della riflessione di Badiou, al netto del vestito utopico che l’autore gli ha cucito addosso assomiglia tanto a una dittatura bella e buona. Si prenda questo passaggio:

Con «dittatura popolare», indichiamo un’autorità che si legittima da sola proprio a partire dall’autolegittimazione della propria verità: nessuno è il delegato di nessuno (come in un’autorità rappresentativa) e perché quello che uno dice possa diventare quello che dicono tutti, nessuno ha bisogno di propaganda o di polizia (come in uno Stato dittatoriale): quello che uno dice è quello che è vero in quella situazione; lì presenti vi sono solo le persone, e quelli che sono lì, che sono evidentemente una minoranza, hanno acquistato sufficiente autorità da poter dichiarare di rappresentare il destino storico del proprio paese (compreso quello della schiacciante maggioranza costituita dalle persone che non sono lì). La «democrazia di massa» impone a tutto quello che le è esterno la dittatura delle proprie decisioni, come se fossero quelle di una volontà generale.

Badiou la chiama «dittatura del vero». Ma è proprio nel nome della verità, maiuscola o minuscola che sia, che i tiranni di tutti i tempi hanno compiuto i più efferati crimini. Ancora, il filosofo sottolinea ripetutamente – pur senza scriverlo esplicitamente – come il bersaglio della sua critica sia l’individualismo. Un pensiero che si rende inevitabile quando si scriva che la rivolta debba avversare la passione «in realtà criminale» per il profitto (per quale ragione la verità dovrebbe escludere il profitto?), ma anche e soprattutto che debba riconoscere la «potenza dell’anonimo», «del generico, dell’uguaglianza». Che, tuttavia, è fasulla. Perché nella «contrazione» scambia la parte per il tutto: «Alla fine, di tutte queste persone che per lo Stato sono senza nome, si dirà che rappresentano l’umanità intera, perché ciò che le muove nel loro circoscritto e intenso scendere in piazza ha un significato universale». A questo modo, argomenta Badiou elogiando gli Indignados, è giusto dichiarare «la totale vacuità del fenomeno elettorale» («quelle persone non ci rappresentano»), così come sottrarre allo Stato la sua «funzione normativa». Peccato che tutto questo si traduca, e dichiaratamente, in una totale assenza di programmi e risultati (il movimento «prima di tutto vuole volere, vuole celebrare la propria autorità dittatoriale, dittatoriale perché democratica ‘all’infinito’»), nonché in una cecità assoluta sui metodi. Nessuno degli stratagemmi escogitati per raggiungere decisioni consensuali, dagli Indignados come dai manifestanti di Occupy, è infatti attraente quanto l’utopia comunitaria descritta in astratto da Badiou – tanto che perfino un fanatico dell’indignazione come il filosofo Enrique Dussel scrive che «Non bastano soltanto movimenti spontanei, movimenti sociali, popolari o anti-sistemici, senza una partecipazione politica, esplicitamente definita empiricamente». E si chiede, non senza dubbi: «È possibile un’assemblea perpetua nel tempo?» Insomma, il volume di Badiou ci lascia nel mezzo del paradosso del nostro tempo: da un lato, dover rigettare un presente completamente privo di idealità, asservito ai tecnocrati e alla guida – miope – di un’economia e di una finanza incapaci di autocritica, visione e riflessione; dall’altro, essere costretti a rigettare anche le alternative che, sotto forme magari nuove e seducenti, tentano di opporvi o un grido fine a se stesso o – peggio ancora – la riproposizione di un armamentario concettuale ammuffito, sconfitto dalla storia almeno quanto il capitalismo che così rancorosamente avversa e la cui realizzabilità pratica è tutta da dimostrare. Siamo, in altre parole, tra l’incudine del capitalismo sfuggito a se stesso e il martello delle utopie collettiviste. Per trovare una via d’uscita serviranno energie intellettuali ben più fresche di quelle spese da Badiou per immaginare dove poseranno lo sguardo gli occhi della storia al suo risveglio.

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4 pensieri su “Dopo il risveglio della storia

  1. La ribellione non ha mai esercitato un grande fascino su di me; il governo dal basso mi sembra un abominio. La monarchia illuminata (nella sua accezione utopistica) mi è sembrata la forma di governo per eccellenza a cui tendere.
    La realtà, ben diversa dalla teoria, è che nessun movimento ora in atto sarà in grado di prevalere. Ormai ognuno vuole dire la propria opinione e difficilmente accetta quella dell’altro come dominante. Il web ha dato voce a tutti e così facendo ha tolto di valore alla stessa. Mancano i punti fermi su cui basare le proprie verità e ideologie.
    Non occorre quindi un cambio di registro o un tentativo su strade inesplorate, serve un vero cambiamento radicale ma pilotato e studiato da esperti di sociologia-economia-fisica-ecologia. Gli strumenti ci sono, le conoscenze anche, facciamo il salto verso il tecnocratismo estremo che ci guidi verso un futuro più prevedibile.

  2. io al “dittatoriale perché infinitamente democratico” (ammesso di esserci arrivato, di aver tollerato la lettura fino a quel punto) avrei bruciato il libro assieme a tutti i libri di tutti quelli che fanno questi giochi di parole idioti. cioè, d’accordo sul fatto che è impossibile mantenere una “costituente” perenne (ma non mi sembra un colpo di genio…), ma si può dire senza fare giochi di parole idioti.

  3. finché per mangiare (cioé vivere) si deve mediare, collaborare, dipendere o petendere il ribellismo come criterio sociale diffuso mi pare ben poco funzionale a sé e agli altri. La mediazione diventa indispensabile. Il dramma é capire chi sono i mediatori é come nominarli o eleggerli.

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