L’agorà, il circo e il digitale

Nel breve ma intenso saggio Critica della democrazia occidentale, l’antropologo David Graeber argomenta che il concetto di democrazia non appartiene alla tradizione occidentale. Anzi, essendo la vera democrazia – quella diretta – anarchismo, e cioè assenza di capi, le sue élites – da Platone a Constant, fino ai giorni nostri – hanno al contrario propagandato una forma di sottomissione culturale alla coercizione statale: il concetto che il popolo non sia in grado di autogovernarsi. Graeber, per identificare il fenomeno, adotta il termine di Francis Depuis-Déri: «agorafobia politica». Deriva, sostiene l’antropologo, dal disprezzo degli aristocratici per le forme democratiche. E indica gli «specchi deformanti», all’opera ancora oggi: «istituzioni promosse o incoraggiate dalle élites che rafforzavano la credenza che i processi decisionali popolari potessero essere solo violenti, caotici e arbitrari». L’agorà ateniese, luogo dalla massima dignità e saggezza del «demos», si rovescia nel circo romano, dove per acclamazione popolare si risparmia la vita o si da la morte. Per Graeber è il luogo dove la violenza del popolo è istigata dall’apparato coercitivo delle istituzioni: «Assomigliava piuttosto a un linciaggio regolamentato e sponsorizzato dallo Stato», scrive. Tutte le caratteristiche che le élites disprezzavano nella «teppa», prosegue, nel circo vengono non solo tollerate ma incentivate: cinismo, fazioni contrapposte, culto dell’eroe, passioni sfrenate. Qualità che, come abbiamo già visto, portano la deliberazione collettiva alla rovina. Chi gestisce il potere lo sapeva, e lo sa, argomenta Graeber: «Era come se un’élite autoritaria cercasse di fornire costantemente agli spettatori immagini terrorizzanti del caos che avrebbe regnato se il popolo avesse tolto il potere dalle loro mani prendendolo dalle sue». A questo modo il popolo perde fiducia nella sua capacità di autogoverno, e si legittima la repressione statale. Che è immediatamente una repressione antidemocratica, in Graeber. Per cui, semmai, «le pratiche democratiche – definite come procedure decisionali egualitarie oppure modalità di governo basate sulla discussione pubblica – tendono a emergere al di fuori dell’ambito dello Stato». L’antropologo attualizza il discorso, preoccupato perché  «malauguratamente», scrive, quella agorafobia politica «non viene condivisa solo dai politici e dai giornalisti, ma anche, in larga misura, dal pubblico». Perché? «Le ragioni non vanno cercate troppo lontano», prosegue. «Le democrazie liberali non hanno niente di simile all’agorà ateniese, ma non scarseggiano di circhi romani. Il fenomeno degli ‘specchi deformanti’, con cui le élites incoraggiano le forme di partecipazione popolare che ricordano continuamente alle persone comuni quanto siano inadatte a governare, sembra aver raggiunto la perfezione in molti stati moderni». La conclusione è logica: bisogna rifondare la democrazia dal basso, e per farlo il primo passaggio è che le folle prendano coscienza di essere vittima di questa auto-mortificazione immotivata, di questo incantesimo delle élites che ne umilia le capacità collettive. Due osservazioni. La prima è che in nessun passaggio del testo Graeber spiega perché i popoli dovrebbero essersi lasciati convincere dalle élites di essere incapaci di autogovernarsi e non essere, semplicemente, davvero incapaci di autogovernarsi. Dopotutto, gli esempi di autogoverno di successo addotti da Graeber fanno sorridere rispetto alla complessità delle società contemporanee: «le navi pirata del XVIII secolo», i «consigli dei nativi americani», le «assemblee di villaggio africane», «le comunità di frontiera in Madagascar o nell’Islanda medievale». Difficilmente si può sostenere che ciò che era valido per queste comunità lo sia per le nostre, oggi. O meglio: si può sostenere, ma andrebbe argomentato. Graeber non lo fa: come mai? Il discorso andrebbe approfondito, certo, ma qui mi preme sottolineare un secondo aspetto. Ammettiamo che la ricostruzione del rapporto tra tradizione occidentale e democrazia fornita dall’antropologo sia corretta. Come mai, allora, per l’esplosione dei social media abbiamo testimoniato non «agorafobia politica» ma il suo contrario? In altre parole, a social network come Twitter e Facebook sono state attribuite, nella retorica imperante, proprio le qualità che Graeber attribuisce a ciò che conduce alla democrazia diretta:  strumenti decisionali orizzontali, per la partecipazione e le iniziative dal basso, che comportano il rifiuto di leadership «designate e permanenti». Eppure, se davvero gli «specchi deformanti» delle élites fossero a pieno regime (ora come non mai, tra l’altro), avremmo dovuto leggere tutto il contrario. Non la retorica dell’agorà digitale, dunque, ma del circo 2.0. A significare: ‘Attenzione, i social media sono strumenti dove ci si divide in fazioni, si litiga, si emettono sentenze sommarie, ci si abbandona alle passioni collettive. Per questo non possono rappresentare un’alternativa alle forme democratiche consolidate. E di certo non costituiscono un fattore di promozione della democrazia diretta‘. Come mai in svariate occasioni – in particolare per le rivoluzioni, cioè i momenti in cui è massima la possibilità di un cambio di regime – ciò non è accaduto? Sarebbe interessante se Graeber ci spiegasse questa eccezione alla sua ricostruzione storica. Perché appare singolare che chi voglia demolire il reale concetto di democrazia (quella diretta, sostiene) per promuovere l’affidamento alla coercizione statale e a istituzioni rappresentative abbia una così pervasiva, potente e diffusa amnesia.

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8 pensieri su “L’agorà, il circo e il digitale

  1. Credo di avere la risposta alla tua domanda, la risposta l’hai data in realtà tu stesso, e la cito.

    [Perché] i social media sono strumenti dove ci si divide in fazioni, si litiga, si emettono sentenze sommarie, ci si abbandona alle passioni collettive. Per questo non possono rappresentare un’alternativa alle forme democratiche consolidate. E di certo non costituiscono un fattore di promozione della democrazia diretta.

    O meglio, ipotizzo, questo è ciò che credono le élite – e che in qualche misura davvero accade – ed in funzione di questa credenza invitano all’uso di questi social media PROPRIO per perpretare ciò che fino ad oggi si è fatto, con l’aggiunto danno di dare l’illusione a chi vi ci si cimenta di aver ottenuto una reale democrazia. E’ la tesi di Barnard, del resto.

    Ma c’è un “ma”: mica è detto che le élite abbiano ragione? Se è vero in una certa misura con facebook e twitter, dove le discussioni sono lasciate a se stesse e non si sintetizzano necessariamente i decisioni e provvedimenti, non è certamente vero per altri strumenti, esterni al controllo di multinazionali (e governi?) e che formalizzano un processo decisionale in maniera più strutturata, come può essere liquid feedback.

    Sono del resto convinto che internet è solo uno strumento, tra i tanti, e che la vera democrazia uno la deve innanzitutto interiorizzare come concetto astratto, per poi declinarla nelle sue forme attraverso qualsivoglia strumento, internet incluso.

    Riguardo gli esempi fatti da Graeber, e la loro eventuale inadeguatezza a descrivere la realtà odierna, non posso che rimandare al concetto di “divide et impera” usato in informatica: se un problema è complesso, lo si può scindere in più sottoproblemi di più immediata soluzione, formando poi la soluzione complessiva attraverso la combinazione delle soluzioni dei sottoproblemi. In termini concreti, se si dovesse riscontrare che c’è uno o più limiti fisici (densita di popolazione, numero della popolazione, quantità e/o qualità di infrastrutture, condizioni economiche, altri criteri o combinazioni degli stessi), sarebbe sempre possibile trovare una combinazione ideale (od un set di combinazioni ideali) di questi criteri e suddividere i territori in aree che rispettano questi criteri, applicando a quelle aree, e solo a quelle aree, le modalità di democrazia diretta e di autogoverno volute, in federazione con altre aree.

    Un mesh network, un neural network, un network, insomma.

    • Quindi, se abbiamo un problema nel trovare un accordo fra i 27 paesi dell’UE su come risolvere la crisi del debito sovrano, la soluzione sarebbe tornare allo stato nazionale? Con 27 regole e 27 monete tutte diverse tra loro? 27 legislazioni diverse? Oppure, per rendere ancora più semplice [come pensi tu] la soluzione dei problemi dovremmo tornare direttamente agli stati regionali, come Granducato di Toscana, Lombardo-Veneto ecc.? Oppure torniamo direttamente ai comuni, con 8mila legislazioni e monete tutte diverse solo in Italia? LOL

  2. Il fatto che molte delle cosiddette “democrazie occidentali” siano monarchie, la dice lunga. A proposito di democrazia ateniese: pare che la sua prima forma sia stata il sorteggio. Io prenderei seriamente in considerazione l’idea. Voglio dire, se tutto dovesse andare male, in parlamento potremmo ritrovarci … Gasparri, La Russa e Rutelli.
    Ah, quando avrai notizia di un cambio di regime voluto dal popolo, e non pilotato dalla CIA, fammi un fischio 😉

  3. Secondo me il problema è che la democrazia diretta che intendete voi non è mai esistita, se il riferimento è l’Atene dell’età di Pericle. A parte il fatto che Atene, all’epoca, era una potenza “imperialista” nel mar Egeo [uso le virgolette per far capire che il termine è inteso in senso ampio, ma quello era], che imponeva agli alleati i governi che voleva, quindi capirai che bel modello….perfettamente in linea col “divide et impera” citato da Fabio e che era il modo con cui l’Impero Romano, fin dai tempi di Ottaviano Augusto, dominava gli stati fuori dal confine imperiale senza occuparli. Peraltro Pericle era uno che, con la sua fazione, dominava l’ecclesìa, l’assemblea popolare ateniese, imponendo gli argomenti da trattare nelle discussioni e sfruttando la propria rete di amicizie e di interessi per ottenere l’appoggio dell’assemblea popolare sulle sue proposte. Tra l’altro, che io sappia, la carica più importante nella democrazia ateniese, quella di strategòs, era l’unica elettiva e non decisa mediante sorteggio, per questo Pericle assunse più volte la carica. Chi propone la democrazia diretta sembra convinto invece che un contadinozzo qualsiasi avesse chissà che potere ad Atene….
    Se ci pensate, è un po’ la stessa cosa che, in piccolo e in modo più mediocre, avviene nel M5S: sono tutti convinti di fare come gli pare, ma l’agenda politica è scelta da Beppe Grillo, è Beppe Grillo a decidere come deve funzionare il partito, è sempre Beppe Grillo a imporre e a organizzare le varie iniziative portate avanti dal partito [Vaffa-day ecc.], è sempre Grillo a decidere chi ha diritto al logo del partito e chi no…. ah dimenticavo, chi si muove in autonomia come Tavolazzi viene espulso all’istante, ovviamente da Beppe Grillo, senza chieder niente ai militanti….

  4. Almeno in italia le elite che dovrebbero realizzare lo specchio deformante, non hanno ancora ben capito in cosa consista la rete e quali siano i suoi meccanismi, per cui i timidi tentativi di deformazione vengono per ora accolti solo da chi ancora non è entrato minimamente nei meccanismi stessi (un gruppo di elite obsolescente che sta per essere spazzata via)
    ladove la cultura digitale è più matura chi governa sta imparando a sfruttare la rete anche per veicolare meglio l’informazione
    gli stessi padroni delle ferriere (google e Fb) stanno progressivamente trasformando i loro ambienti in maniera da consolidare lo status quo, strutturandosi in maniera da inculcare negli utenti la convinzione che senza di loro non sia possibile altro mondo migliore (che il web 2.0 sia quindi il male minore) e che senza le loro regole, nella rete sarebbe il caos.
    forse la soluzione potrebbe essere la nazionalizzazione di facebook?

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