Manifesto contro i manifesti per l’abolizione dei partiti

Non si fa in tempo a scrivere un pezzo in difesa dei partiti che spuntano in libreria due ‘manifesti’ che vorrebbero sopprimerli o abolirli. Il primo è una riedizione del testo scritto da Simone Weil nel 1943 e pubblicato sette anni più tardi; il secondo un pamphlet di Willer Bordon. Uno che di partiti si intende, visto che ha militato nel PCI, tra i Radicali, nel PDS, in Alleanza Democratica, Unione Democratica, Democratici, Margherita e Unione Democratica. In totale, 21 anni in Parlamento remunerati – secondo i dati di agosto 2011 di Mario Giordano – con un vitalizio di 9.604 euro al mese, e già a 59 anni. E che ciononostante ha lasciato lo scranno al Senato nel 2008 in polemica con la ‘Casta’.

Ma questo non è un post contro i voltagabbana, gli ipocriti e la suddetta ‘Casta’. Questo è un post in cui ci si chiede se i due ‘manifesti’ contengano effettivamente buoni argomenti per sopprimere o abolire i partiti. E mi scusino i lettori se, per comodità e per presentare un dibattito il più possibile aggiornato alla situazione attuale, ho dovuto mettere sullo stesso piano una pensatrice del calibro di Simone Weil e Willer Bordon.

Nel testo di Weil un buon argomento contro i partiti c’è: «Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli». Vero. Ma resta da dimostrare che ci sia un motivo per non conservarli. La filosofa attacca immediatamente a testa bassa: «Non sono forse un male allo stato puro, o quasi?» La risposta, naturalmente, è affermativa. Per tre ragioni:

1. «Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva». E le passioni collettive – secondo l’impostazione mutuata da Rousseau di Weil – sono esattamente ciò che impedisce che il «volere del popolo» abbia «maggiori possibilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia».

2. «Un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte».

3. «Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua crescita, e questo senza alcun limite».

Queste tre sono «verità di fatto, evidenti», commenta Weil. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di argomentarle, insomma. La filosofa lo dice esplicitamente riguardo alla prima caratteristica: «è talmente evidente che non merita di essere spiegata».

Le conseguenze sono terribili:

«La tendenza essenziale dei partiti è totalitaria»

«I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia»

«[…] lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti»

Quindi, ragiona Weil,

«se l’appartenenza a un partito obbliga sempre, in ogni caso, alla menzogna, l’esistenza dei partiti è assolutamente, incondizionatamente, un male». Del resto, «Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso».

Conclusione: i partiti «sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti». Per questo «La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E’ perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi».

L’atto di accusa è chiaro: i partiti servono a eccitare le folle, a mettere gli uni contro gli altri manipolando il pensiero degli individui e facendo credere che solo quanto sostiene il partito non solo sia vero, ma addirittura meritevole di considerazione («l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero»). Ed è questo stato di eccitazione a impedire decisioni razionali collettive, che altrimenti scioglierebbero la tensione – espressa da Rousseau nel ‘Contratto sociale’ – tra giustizia e utilità.

E qui si potrebbe muovere una prima critica, la più radicale: davvero le decisioni collettive, lasciate nelle mani del popolo finalmente privo dal giogo dei partiti, sarebbero meno partigiane, manipolate e in preda alle passioni collettive di quelle maturate all’interno di una società democratica basata sui partiti? Questo Weil avrebbe dovuto dimostrare, a mio avviso, piuttosto di proclamare l’evidenza dei suoi principi. Purtroppo il breve testo costringe ad assumere in toto la prospettiva di Rousseau, e confidare funzioni. Il che significherebbe spezzare l’assunto che «i partiti siano l’unica espressione della democrazia», nelle parole di Bordon. Che tuttavia, pur difendendo Weil, è costretto ad ammettere:  «nella breve vita democratica moderna […] non si conosce altra forma corrispondente. La democrazia organizzata è sempre stata solo quella offerta dai partiti».

Certo, il salto proposto dagli autori è possibile, «almeno dal punto di vista della ricerca teorica»: ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un salto nel buio, non dell’approdo a un porto di certezze. Ribaltando l’accusa di contenere il germe del totalitarismo, per esempio, si potrebbe ribattere che proprio il concetto di convivenza civile proposto da Rousseau è stato definito dai critici «democrazia totalitaria» (nel mio post ‘In difesa dei partiti ho aggiornato il concetto a quello di «netizen totale»).

Ancora: Weil ha steso il suo manifesto con in mente un bersaglio ben preciso: il partito sul modello staliniano. Contestualizzate, le sue accuse assumono un significato ben più preciso e legittimo. Ma sostenere che gli attuali partiti costringano invariabilmente i militanti ad abdicare al pensiero autonomo è antistorico: uno dei motivi per cui i partiti hanno portato alla stasi attuale, e dunque al loro commissariamente da parte dei tecnici, è infatti il contrario. E cioè che non siano stati in grado di tenere a bada le correnti interne (interessate o meno, a questo livello di riflessione non conta), portatrici di contraddizioni e punti di vista confliggenti su tutti i temi, dall’economia ai diritti civili. E che sia stata questa loro implosione interna a causarne la paralisi. Il problema pertanto è che i partiti non significhino più nulla in termini di visione del mondo e di pensiero, non che dividano il mondo in fazioni intorno all’idea monolitica e irrefutabile che incarnerebbero.

Si potrebbe anzi sostenere che la disintegrazione degli ideali che hanno storicamente animato i grandi partiti di massa, dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista, e l’accentramento del consenso intorno a singole personalità, abbia perpetuato, se non accentuato, lo schema del pro-contro a prescindere. Nessuna diminuzione della conflittualità e dell’impossibilità di considerare le ragioni dell’altro, dunque, nonostante l’irrilevanza delle strutture di partito di cui i leader carismatici sono a capo – e che, in alcuni casi (dalla Lega al Pdl e all’Idv) gestiscono o hanno gestito in modo padronale. Insomma: i partiti sembrano già morti, eppure il dibattito non sembra affatto meno polarizzato o meno animato da passioni collettive. Significa forse che il problema non sta solo negli eletti, ma anche negli elettori? Credo sia una domanda da tenere in considerazione. E che quantomeno fa dubitare dell’«evidenza» dei principi enunciati da Weil.

Ancora: se anche il fine ultimo dei partiti fosse la loro crescita indefinita, e non quella della collettività, ciò non esclude né a livello teorico né a quello pratico che le due cose possano coincidere. La storia italiana serve di nuovo da esempio: non è stato forse negli anni della contrapposizione massima tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista che l’Italia è passata dalle macerie del fascismo all’ingresso nel club delle principali potenze economiche mondiali? Si potrebbe obiettare che senza i partiti la transizione democratica (che annovera conquiste di civiltà come la Costituzione italiana) e lo sviluppo avrebbero potuto conoscere un’era perfino più fulgida: ma sarebbe, di nuovo, un esercizio teorico. In ogni caso la storia basta a smentire l’assunto di Weil secondo cui i partiti sono «nocivi nel principio». Se fosse vero, l’Italia dei partiti non avrebbe mai potuto prosperare (né tantomeno si capisce come possa aver visto la luce la Costituzione). La degenerazione dei partiti in partitocrazia, in altre parole, andrebbe spiegata alla luce del contesto storico di riferimento, non di principi, senza cercare l’origine del male in una qualche loro ipotetica proprietà essenziale.

Resta poi il problema più pressante. Come dare forma a una società democratica post-partitica? Su questo Weil tace. Bordon, che scrive nel 2012, fa invece qualche timido accenno. Ma tradendo una chiara sudditanza al tecnoutopismo di matrice grillina più volte criticato su questo blog. Pensando, proprio come Grillo, all’«iperdemocrazia» coniata da Attali, Bordon scrive:

«Credo che quello che ieri sarebbe stato impossibile oggi non lo sia più grazie a una straordinaria nuova casa comune: la piattaforma informatica, il mondo dei social network e più in generale del Web. Questo mondo permette tempi e modi di organizzazione assolutamente diversi dal passato; controlli costanti e continui su ogni dichiarazione e su ogni atto di chi è stato chiamato a ricoprire temporaneamente un incarico associativo o più propriamente pubblico; una trasparenza inimmaginabile solo poco tempo fa».

E’ nella retorica di Internet come salvatore della democrazia e strumento di realizzazione della democrazia diretta post-partitica che i discorsi di Weil, Grillo e Bordon si saldano. Non a caso evitare un futuro alla Blade Runner (sic) dipende in primo luogo «da come intendiamo usare ora le innovazioni tecnologiche che abbiamo a disposizione». Con picchi di utopismo che in Bordon diventano l’identificazione dell’«era del Web» con quella di «un immenso campo orizzontale in cui ognuno conta per se stesso (l’equivalente dell’«ognuno vale uno» di Grillo, ndr) ma nello stesso tempo è parte di una dimensione che costantemente viene condivisa e non è mai una volta per tutte definita come regime vincolante, come prigione di idee, come impedimento alla propria personalità».

Dopo i partiti, insomma, c’è – se si vuole prendere sul serio il termine «abolizione» nel titolo del ‘manifesto’ e non limitarsi alle proposte di buonsenso per riformare i partiti al termine del volume -soprattutto l’organizzazione orizzontale gestita direttamente dai cittadini di cui Internet è la massima incarnazione. Un discorso che ignora le concentrazioni di potere presenti in rete, le possibilità manipolatorie – le stesse che Weil attribuiva ai partiti – della propaganda 2.0, la capacità dei social media di alimentare – e non estirpare – le decisioni prese sull’ondata di «passioni collettive». Cioè l’origine del vizio che si vorrebbe attribuire in via esclusiva ai partiti. Senza contare i problemi evidenziati dal fallimento del voto sulla policy di Facebook (poco più di 340 mila partecipanti sui 270 milioni richiesti), che evidenzia il rischio che l’overload informativo e una falsa nozione di trasparenza diventino problemi eminentemente politici, oltre che sociali.

L’errore di questi ‘manifesti’ antipartitici, in conclusione, è che individuano un male reale del nostro tempo – la crescente inadeguatezza di questi partiti – ma lo barattano con una cura perfino peggiore: eliminarli in nome di un futuro basato o su un vuoto concettuale o, laddove vi siano concetti, su un’utopia di partecipazione razionale (una sorta di democrazia diretta digitale) che dovrebbe realizzarsi non ridiscutendo il nostro intero modo di convivenza civile – e la sua cultura – ma affidandoci alle proprietà taumaturgiche della tecnologia e, in particolare, di Internet. Un errore di cui stiamo già iniziando a pagare le conseguenze. Come quando si realizza il paradosso di avere il più prestigioso quotidiano al mondo, il New York Times, che parla di «digital awakening» in Italia e la realtà, al contrario, che ci dice che l’agenda digitale è ancora tutta sulla carta e che le nomine alle authority sono state fatte secondo le solite logiche dei partiti in disfacimento – e non secondo la trasparenza richiesta tra gli entusiasmi su Internet. Così mentre gli italiani si innamorano di questa retorica della speranza fondata sul digitale, il potere continua a fare i suoi comodi. Antipartitismo e utopia internettiana vanno a braccetto non solo tra loro, ma anche con la perpetuazione dell’esistente. E un terribile, dolorosissimo inganno.

(Immagine: The Economist)

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19 pensieri su “Manifesto contro i manifesti per l’abolizione dei partiti

  1. Che rimangano pure…..ma che si mantengano da soli, e non a nostre spese, e che a quelli al parlamento o alla camera vengano tutti i mille previlegi e gli stipendi da capogiro che hanno mentre buona parte della popolazione è sulla soglia della povertà! Un pò di giustizia…..si chiede solo questo, è così sbagliato? Visto che nessuno dei politici lo capisce?????

    • Gli italiani _iscritti_ a un partito sono poco più di un milione (esatto: poco più di un milione), cionondimeno i partiti ci sono costati 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 a oggi producendo disastri. Avessi potuto eleggere l’ingegnere ambientale che abita di fronte a casa mia, per esempio, probabilmente adesso avremmo una dignitosa provvista di energie rinnovabili al posto del ciarpame petrolio/carbone tanto caro ai “partiti” fautori del Cip6. I partiti di per sé possono anche non esistere, se gli uomini funzionano.

  2. Molto interessante il suo post: convengo con lei (e credo lo farebbe chiunque) sul fatto che Internet sia pur sempre un mezzo: fenomeni di autoritarismo, o peggio, sono possibili come manifestazioni del Potere, e la Rete, che è pur sempre una rete sociale, non ne è esente per semplice natura del mezzo.
    Detto questo però la novità ‘positiva’ (nel senso di potenziale) è che in effetti le potenzialità espressive e comunicative sono immense, anche dal punto di vista politico: si potrà obiettare, giustamente, che l’utilizzo che se ne fa allo stato attuale è limitato quando non vuoto e propagandistico, ma tecnicamente parlando, tutti possono avere uno spazio ed una voce. Ed allo stato ancora ‘embrionale’ del web in cui ci troviamo, esiste anche una corrispondenza pratica.
    Nei suoi precedenti post parlava di ‘referendum permanenti’ sulla rete come di un approdo totalitario e di una figura di cittadino anch’essa ‘totalizzante’, ma su questo mi permetto di ricordare che si dovrebbe trattare dell’obiettivo finale della democrazia rappresentativa: rappresentare egualmente e proporzionalmente le volontà politiche di tutti gli aventi diritto di voto. Questo ovviamente non salva le democrazie da fascismi, disuguaglianze ecc, ma è assai puerile che possano farlo organismi illuminati e deputati alla ‘salvezza della democrazia’ quali sono i partiti.
    Nella sostanza,l’utopia cyberdemocratica, se ci pensa, è semplicemente la necessità di dare il proprio contributo di gestione della cosa pubblica (e non) che è un diritto sacrosanto, per quanto comporti dei rischi.
    Questa possibilità, per farla breve, ci porterà ad una società meravigliosa?Assolutamente no.
    Forse con Internet nel terzo Reich i cittadini tedeschi avrebbero deciso a maggioranza assoluta la costruzione dei campi di sterminio.
    Mentre invece partiti che rappresentavano inizialmente una minoranza di persone hanno organizzato la Resistenza nel nostro Paese e ci hanno liberati dal dominio nazifascista.
    Ma questo non significa che si possano privilegiare elite ‘illuminate’ e sperare che ci governino facendo il nostro benessere.
    Per quanto utopico, è giusto e democratico, come ammette la costituzione nell’art. 1, (sconfessandosi comunque subito dopo :-p) dare la sovranità al popolo (per mezzo dei e non ai rappresentanti). Quando poi il popolo non ti piacerà più…sarà lotta, pacifica o meno.

    • Ma guardi, il fatto che qualcuno possa perorare la causa dei partiti mediante WordPress (perché probabilmente non ha altro modo per farlo) è già di per sé una presa di posizione (arbitraria e volatile cime tutte le prese di posizione) che sconfina nel partitismo e potrebbe benissimo essere assunta come mozione referendaria con valore propositivo. La democrazia digitale la stiamo già usando da circa 10 anni, ma sa come si dice: quando vuoi nascondere una cosa, mettila in mostra.

  3. Articolo molto interessante e ottimamente argomentato.

    Vorrei fare solo due appunti:
    “Senza contare i problemi evidenziati dal fallimento del voto sulla policy di Facebook (poco più di 340 mila partecipanti sui 270 milioni richiesti), che evidenzia il rischio che l’overload informativo e una falsa nozione di trasparenza diventino problemi eminentemente politici, oltre che sociali.”
    in questo caso c’è anche da considerare che non è stata data alcuna importanza a tale votazione. i blog ne hanno parlato pochissimo e nessuno ha tentato seriamente di influenzare il voto. Anche Facebook, forse volutamente l’ha un po’ messo in secondo piano.
    Possiamo tranquillamente immaginare che se ci fosse stata una movimentazione simile a quella “andata in onda” per i referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare la partecipazione sarebbe stata ben diversa.
    Quindi credo che non possa essere considerato neppure come un tentativo simile a quello immaginato dagli autori citati.

    “un’utopia di partecipazione razionale (una sorta di democrazia diretta digitale) che dovrebbe realizzarsi non ridiscutendo il nostro intero modo di convivenza civile – e la sua cultura – ma affidandoci alle proprietà taumaturgiche della tecnologia e, in particolare, di Internet”
    non credo che gli autori confidino in un potere taumaturgico della rete.
    direi piuttosto che il ricorso ad internet come mezzo per la partecipazione democratica è soprattutto una “necessità storica”.
    così come i caffè letterari, i giornali, le radio poi e la televisione fino ad oggi hanno influenzato e in un certo senso contribuito a far evolvere la partecipazione democratica, se non altro per la comparsa di nuove voci che hanno portato all’emergere dell’opinione pubblica e, in scia, dei partiti, così oggi internet si appresta a svolgere un ruolo simile. non solo dal punto di vista dell’informazione, ma anche e soprattutto dell’interazione. non dimentichiamo che la differenza sostanziale è, per usare un termine che è un po’ anni ’90, l’interattività.

    la dinamica della rete necessariamente scombussolerà la partecipazione democratica.

    ed è proprio questo che i partiti non capiscono.
    il problema dei partiti è sempre stato quello di non saper ascoltare e non saper comunicare. nel senso che questo era il campo in cui si giocava la vittoria alle elezioni: chi sa ascoltare meglio e sa comunicare meglio vince. Berlusca Docet.

    Oggi con Internet il problema non è più comunicare e ascoltare, ma coinvolgere. e i partiti non possono, o forse non sanno, coinvolgere i cittadini nelle loro decisioni.

    L’unica organizzazione che riesce a fare questo è, non a caso, il M5S.
    Aldilà del giudizio politico, basta fare un giro nei forum locali per rendersi conto della partecipazione attiva.

    Per dirlo con una parola tanto in voga oggi: i partiti non sanno fare “engagement”.
    Chi riuscirà a farlo meglio vincerà nel lungo periodo.

  4. Non so… mi sembra che nell post si faccia confusione tra eliminazione dei partiti, e eliminazione della democrazia rappresentativa in favore di quella diretta. Mentre in tutta la prima parte “Filosofica” si attaccano i partiti come centri organizzativi che pensano solo alla propria crescita, nella seconda e piu “Attuale” si elencano i problemi dell’eliminazione della rappresentanza politica.

    Che problema ci sarebbbe ad eliminare i partiti, ma continuare a fare elezioni per sceliere il nostro parlamento, etc? Certo, senza piu’ partiti,bisognerebbe trovare il modo di dare visibilita’ alle singole persone… ma mi sembra un’altro tipo di problema!

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  6. Non ci sono ragioni evidenti per continuare l’esperienza partitica, o meglio, 630 cittadini lobbisticamente divisi e che, alla faccia del non-vincolo di mandato, votano come ordina il capogruppo. La cosiddetta fine delle ideologie comporta anche la fine delle regole, nel senso che le regole cambiano in tempo quasi reale : le basti guardare la velocità con cui si spostano ordini di acquisto e vendita su circuiti tipo Swift. Oggi un qualsiasi delegato FIOM può inoltrare via email a sua eccellenza ministeriale la proposta di affittare gli stabilimenti Fiat alla Nissan: se sua eccellenza trova la proposta praticabile e il parlamento un-uomo-un-voto la approva, il destino della nazione cambia in un click. Oltretutto i partito sono tifoserie stocastiche: se anche lei prendesse 630 cittadini a caso e li piazzasse a Montecitorio otterrebbe esattamente la stessa composizione (per censo) attuale. Salve.

  7. Non ci sono ragioni evidenti per continuare l’esperienza partitica, o meglio, 630 cittadini lobbisticamente divisi e che, alla faccia del non-vincolo di mandato, votano come ordina il capogruppo. La cosiddetta fine delle ideologie comporta anche la fine delle regole, nel senso che le regole cambiano in tempo quasi reale : le basti guardare la velocità con cui si spostano ordini di acquisto e vendita su circuiti tipo Swift. Oggi un qualsiasi delegato FIOM può inoltrare via email a sua eccellenza ministeriale la proposta di affittare gli stabilimenti Fiat alla Nissan: se sua eccellenza trova la proposta praticabile e il parlamento un-uomo-un-voto la approva, il destino della nazione cambia in un click. Oltretutto i partiti sono tifoserie stocastiche: se anche lei prendesse 630 cittadini a caso e li piazzasse a Montecitorio otterrebbe esattamente la stessa composizione (per censo) attuale. Salve.

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  14. Resta da dimostrare che ci sia un motivo per non conservarli i partiti? Neanche per sogno! La dimostrazione chiara sta nel fatto che la maggior parte degli attuali partiti politici, se non tutti, come diceva Enrico Berlinguer, sono soprattutto macchine di potere e di clientela! Un motivo più valido di questo!?

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