Contro Ai Weiwei e il mito della salvezza digitale

Qualcuno diceva che la tecnologia è troppo importante per lasciarla nelle mani degli esperti. E se fosse giunto il momento di dire che è troppo importante anche per lasciarla nelle mani degli attivisti? Si prenda per esempio la conclusione dell’editoriale odierno sul Guardian dell’artista e dissidente cinese Ai Weiwei: «Internet non è controllabile. E se Internet non è controllabile, la libertà vincerà. E’ così semplice.» Poche parole che riassumono tuttavia perfettamente un atteggiamento ingenuo e determinista nei confronti del potere salvifico e liberatorio di Internet che critici come Evgeny Morozov definiscono «cyber-utopismo». Un atteggiamento tanto radicato nel nostro sentire comune, quando c’è, da farci pensare a un’ovvietà, o a un’evidenza. Ma non è né l’uno né l’altra. Non è un’ovvietà perché presuppone molto più di quanto possa dimostrare: per esempio, che il fatto che sia possibile aggirare la censura comporti che lo facciano abbastanza individui da portare la «libertà» al trionfo. Ebbene, gli studi del Berkman Center di Harvard dicono che, al contrario, solo l’1% delle vittime della censura usa strumenti per aggirarla. Il problema non è tecnico: si può fare. E’ antropologico: non ne sentono il bisogno. Inoltre, la conclusione di Ai Weiwei non è un’evidenza, perché i fatti dicono che le cose stanno andando, e da un pezzo, in un altro modo. Si prenda la cronaca recente: la Cina impone la chiusura dei commenti sui microblog per tre giorni e fa le prove per un ‘kill switch’ per spegnere Internet a piacimento; l’Iran sta per trasformare la Rete in una Intranet totalmente controllata dal regime; in Pakistan è allo studio una Grande Muraglia Elettronica sul modello cinese; in Iraq è in arrivo una legge liberticida del web di spietata durezza; in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti sono allo studio norme che nel nome della sicurezza nazionale affiderebbero allo Stato il potere di sorveglianza pressocché totale sulle comunicazioni online dei propri cittadini. Del resto, sono le loro aziende a vendere il software necessario a identificare i dissidenti nei regimi autoritari. Nel frattempo, infuria la battaglia per ridisegnare il diritto d’autore – e i confini della libertà in Rete. Ed è una battaglia tutt’altro che d’avanguardia, tanto che per Sergey Brin il libero web non è mai stato in pericolo come ora. E’ questo il problema fondamentale con posizioni come quella di Ai Weiwei: finiscono per ridurre la politica alla tecnica, e ignorare che gli esseri umani sono talmente malleabili dal potere da disporre di un mezzo intrinsecamente libero e tuttavia non usarlo per la loro liberazione politica o individuale. C’è una frase straordinaria ne I nuovi demoni della docente di Storia della Filosofia Politica Simona Forti. Il contesto è la natura del male e il pensiero di Foucault e dei cinici, ma la sostanza è perfettamente adattabile: ciò che occorre, affinché l’uomo sia liberato, è spezzare «la circolarità tra il bisogno che il soggetto ha del potere e il bisogno che il potere ha di quel bisogno del soggetto.» Il primo si nutre delle promesse salvifiche del potere; il secondo della soggezione degli individui a chi promette. Ciò che la frase di Ai Weiwei sembra suggerire è che Internet rappresenti un modo per spezzare quel circolo: grazie alla Rete, viene meno, almeno in parte, il bisogno del potere da parte del soggetto. Perché c’è sempre un canale alternativo al potere per reperire le informazioni, auto-organizzarsi, coordinare il dissenso, esprimerlo. Per alcuni, addirittura per ripensare le fondamenta della democrazia. In altre parole, la promessa di salvezza si sposta da chi comanda al web. Ma è solo un lato della medaglia. L’altro, quello oscuro, è il controllo che non censura, ma scruta, annota, e punisce. E’ la propaganda mascherata da volontà popolare (proprio in Cina, per esempio, c’è il 50 Cent Party). E’, soprattutto, la possibilità – concreta – che quella circolarità che mantiene in vita la soggezione al potere sia rinforzata, e non ostacolata, da un mezzo pur intrinsecamente libero come Internet. Attraverso il più potente degli stratagemmi politici: la distrazione, l’intrattenimento innocuo, gratuito e costante, la mano che fruga continuamente nella tasca alla ricerca dell’iPhone. Non è Orwell, ma Huxley il problema. Non essere in grado di aggirare il controllo, ma volerlo fare. Senza consegnarsi di propria iniziativa a chi esercita il potere su Internet – discorso non a caso tragicamente ignorato dai cyber-utopisti, dalla ‘Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio‘ in giù. E’ uno spettro agitato anche da Cory Doctorow nella recente intervista a La Lettura:  per questo il prossimo obiettivo è contrastare i «giganti del web», e la facilità con cui riescono a indurci a mettere a loro disposizione le nostre intere esistenze. Finora, in conclusione, i regimi hanno scelto di calcare la mano sulla repressione – quasi avessero sposato a loro volta l’idea ricordata da Ai Weiwei, e si sentissero in dovere di contrastarla. Domani potrebbero rendersi conto che, tutto sommato, non è così importante reprimere chi non ha niente da obiettare o, se obietta, lo fa in modo prevedibile e innocuo. Ed è tutto da dimostrare che, in un simile contesto, «la libertà vincerà». Che significa? Che è fondamentale difendere il libero web, e farlo ora; ma che è anche più importante crescere individui liberi. Dalla censura, certo, e da ciò che il potere, in modo interessato e seducente, induce a desiderare. Chissà, forse anche il mito di una inevitabile, necessaria salvezza digitale.

5 pensieri su “Contro Ai Weiwei e il mito della salvezza digitale

  1. “Ciò che occorre, affinché l’uomo sia liberato, è spezzare «la circolarità tra il bisogno che il soggetto ha del potere e il bisogno che il potere ha di quel bisogno del soggetto.»”

    Da cui l’ovvia domanda: è affatto possibile? E quella a corollario: se sì, come?

    A mio parere la risposta è abbastanza semplice: bisogna portare il web FUORI dal web. Implementare nella vita reale i concetti come fault tolerance, ridondanza, distribuzione delle risorse e delle responsabilità. Il modello sociale umano oggi è prevalentemente gerarchico, con le più alte gerarchie a dettar regole per quelle inferiori. Ciò provoca un accumulo di potere e di risorse nelle mani di pochi, la classica struttura piramidale feudataria, che si ripropone di generazione in generazione seppur con nomi diversi.

    E’ questo che i movimenti che propongono la democrazia diretta, od almeno “fluida” (come il PP tedesco ed il m5s italiano ed il m-15 spagnolo) cercano di fare.

  2. Personalmente non ho mai creduto che la Rete fosse un mezzo ‘naturaliter’ libertario e men che meno liberante, né sul piano politico né su quello individuale. Lo è in potenza, come lo è stata (e continua ad esserlo) la stampa tipografica. L’idea per cui la Rete in sé costituirebbe un paradigma politico radicalmente alternativo mi sembra insostenibile, per il semplice motivo che anche la Rete si struttura gerarchicamente. E’ una gerarchia spontanea, e credo nasca, tra l’altro, dalla naturale tendenza allo svacco – cioè alla contemplazione – che il flusso delle immagini produce. In questo senso, ho il sospetto che il vecchio 28kbps e i messaggi in plain text facciano più della banda larga, per rovesciare i regimi totalitari. L’ottimismo di Wei Wei si spiega, ovviamente, con la diversa percezione che della Rete si ha in un regime non democratico, rispetto a quella di noi cittadini delle liberaldemocrazie. E’ bene non dimenticarlo mai. E infine, scusa, ma non mi posso trattenere: dopo aver letto la formula di Simona Forti, la prima circolarità che mi verrebbe da rompere è quella – così “francese” – della formula stessa 🙂

  3. I movimenti SOPA e NO ACTA hanno dimostrato che é possibile ottenere molto per quanto riguarda privacy, diritto d’autore e anonimato.La nascita dei PP mi sembra apra interessanti prospettive.
    Non la distopia di un un universo oppressivo e tossico, ma le porte della percezione che si aprono verso nuovi confini.
    Tocca a noi tracciarne la strada.

  4. Pingback: E’ fondamentale difendere la libertà del web. Contro Ai Weiwei e il mito della salvezza digitale | THE MONITOR

  5. Un ragionamento analogo lo stiamo portando avanti per quanto riguarda l’innovazione.
    Non è tanto importante realizzare nuove infrastrutture, produrre nuove tecnologie, quanto addestrarci alla cultura dell’innovazione permanente; l’innovazione nasce nel nostro pensiero, il solo a non essere soggetto ad obsolescenza.
    Quando avremo digitalizzato e informato tutto il pianeta, cosa faremo di tutto questo?
    Occorre invece ragionare sempre di più sulle possibili variabili di impiego della tecnologia (nuova o antica che sia); occorre abitare le cose (città, informazioni, reti, sistemi) per affrencarci dal circolo vizioso del bisogno soggettivo del potere

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