Il senso di Maroni per Twitter.

(Dalla pagina Facebook di Roberto Maroni)

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Credere a Cosentino.

Dopo che ha detto che «certamente» non si dimetterà da coordinatore campano del Pdl (ore 8.51), che «comunque vada» si dimetterà da coordinatore campano del Pdl (ore 12.05) e che prima di dimettersi da coordinatore campano del Pdl dovrà «sentire i vertici del partito a livello locale e nazionale» (ore 15.32), dobbiamo aspettarci che Nicola Cosentino si dimetta da coordinatore campano del Pdl o no? E soprattutto, perché dovremmo credere a quello che dice?

(Sulla foto non ho nulla da aggiungere a quanto ha commentato Alessandro Gilioli).

Update: alle 18.57 Cosentino si è dimesso.

Consulta, Di Pietro come Berlusconi.

Questa la reazione di Antonio Di Pietro a caldo, su Facebook, dopo la notizia della bocciatura da parte della Consulta dei referendum per cancellare l’attuale legge elettorale e ritornare al Mattarellum. Una sentenza emessa, sia chiaro, senza essere a conoscenza delle motivazioni (giungeranno entro 20 giorni). Tre gli elementi fondamentali:

– Lo spauracchio del ‘regime’ («una pericolosa deriva antidemocratica»)
– Il parallelo con un’ideologia autoritaria («Manca solo l’olio di ricino»)
– La chiamata a «scendere nelle piazze».

In sostanza, gli stessi elementi su cui fece leva Silvio Berlusconi il 7 ottobre 2009, sempre a caldo e senza conoscerne le motivazioni, quando la Consulta bocciò il lodo Alfano:

– Lo spauracchio del ‘regime’ e il parallelo con un’ideologia autoritaria (comunista, in questo caso):

(questi commenti dei lettori del Giornale fanno capire che aria tirasse tra i berluscones all’epoca: «la Consulta è antidemocratica»)

– La chiamata a scendere nelle piazze:

Allora Di Pietro replicò dicendo che Berlusconi era «letteralmente matto, se non da legare, da rimandare a casa». E sostenendo che il suo attacco alla Consulta dimostrava «non solo che non è uomo di governo, ma che non ha rispetto per le istituzioni».

Oggi, invece, fa come lui. Il che rende applicabili a Di Pietro i giudizi di Di Pietro.

Update (15.16): Oggi come allora il commento a caldo ha causato una replica stizzita del Colle.

Malinconico e il ‘Paese normale’.

E se le dimissioni di Carlo Malinconico dimostrassero, più che siamo finalmente in un «Paese normale», che siamo lo stesso Paese di prima? La domanda si pone dopo aver letto la prima ipotesi in svariati post in rete e, soprattutto, sulle colonne dei principali quotidiani italiani. Le dimissioni? Un gesto che «potrebbe farci sperare di essere finalmente in un Paese normale. Un Paese nel quale anche i potenti traggono le inevitabili conseguenze dei propri comportamenti, senza considerarsi intoccabili», scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. «Una scelta che costituisce una cesura rispetto al passato», aggiunge Claudio Tito su Repubblica. E anche il Fatto, autore dello scoop che ha portato alle dimissioni, esala un mezzo sospiro di sollievo: «Uno straniero atterrato a Roma cinque giorni fa potrebbe persino avere la sensazione di trovarsi in un paese normale».

Non che si tratti di analisi sballate: con gli infiniti casi di resistenza a ogni costo testimoniati durante il governo Berlusconi, dimissioni così rapide sono certamente una novità. Anche se, per fare un esempio, anche Claudio Scajola si dimise da ministro per l’incapacità di spiegare favori ricevuti a sua insaputa. Furono più travagliate, ma anche le sue dimissioni giunsero. E anche allora la stampa fece il tipico lavoro che svolge in un Paese libero: incalzare il potente di turno con domande precise e sottolineare le incongruenze e le mancanze nelle risposte. Con qualche ritardo ora a destra ora a sinistra nei rispettivi casi, s’intende – ma anche questo è il gioco del pluralismo.

Eppure c’è tutto un contorno che fa capire quanto sia lontana la strada del cambiamento. Oggi come nell’era berlusconiana, infatti, si leggono commenti di solidarietà al potente che, incapace di dare conto in modo trasparente e immediato dei favori ricevuti, lascia il suo incarico. «Un segno di stile», dice il sindaco Alemanno, riferendosi evidentemente alle dimissioni – e non alle mancate risposte che le hanno rese necessarie. «Un gesto di responsabilità e sacrificio personale», secondo Mariastella Gelmini. «Malinconico è persona trasparente e lo ha dimostrato anteponendo le istituzioni a se stesso», aggiunge Francesco Boccia. Un comportamento «da signore, ineccepibile», avrebbe detto – stando al Corriere – il presidente del Consiglio, Mario Monti. Non che si voglia emettere una sentenza di condanna nei confronti dell’ex sottosegretario. E’ che, oggi come ieri, va in scena la santificazione del dimissionario, quasi che non essere in grado di fornire risposte convincenti all’opinione pubblica sia un dettaglio secondario.

Ancora: con lo scandalo ormai sulla bocca di tutti, la politica ha taciuto. Il solo Bersani si era spinto a chiedere a Malinconico di dare spiegazioni – troppo poco, considerate le incongruenze che già si potevano leggere nero su bianco sui giornali. Certo, ci sono equilibri precari da conservare, e c’è la crisi che ci sta divorando. Però non mi sembra che in altre circostanze si siano risparmiati fendenti, a destra e a manca, a Monti e ai suoi.

Insomma, non è questione di mettere tutti sullo stesso piano. Di dire, come sta cercando ipocritamente di fare la stampa berlusconiana, che dal governo dei politici a quello dei tecnici nulla è cambiato, perché così fan tutti. Tanto che oggi il Giornale titola: «Fuori uno, ma non basta». Il punto semmai è chiedersi cosa significhi un Paese che gioisce delle dimissioni di un membro dell’esecutivo. Che, assuefatto da anni di forzature delle istituzioni e del buonsenso, fatica a chiedersi (anche molti giornali lo stanno facendo solo ora) se bastino le già inflazionate sobrietà, serietà e correttezza a farci dimenticare le domande sul perché Malinconico abbia assunto quel ruolo, nonostante alcune ombre fossero già note. E a farci esclamare che, ora che ha lasciato, «siamo in un Paese normale», o giù di lì. La mia sensazione è che se lo eravamo prima, lo siamo ancora. E che se non lo eravamo, non lo siamo nemmeno ora.

Più di ogni ragionamento, del resto, lo dimostra la fiducia nelle istituzioni, inchiodata – dice Demosall’8,9% per il Parlamento e al 3,9% per i partiti. Difficile che l’ennesimo caso di favori e privilegi contribuisca a risollevare le percentuali.

Internet è un diritto umano? Dalla filosofia alla prassi

L’anno che Amnesty International ha definito «della ribellione» si è appena concluso nel nome della lotta per la libertà in Medio Oriente e Nord Africa, e non solo. Ma il 2012 è iniziato sotto la stessa stella: perché le proteste continuano – e continueranno, dice Amnesty. E, percorrendo in senso inverso il percorso dalle piazze alla rete, perché è stato proprio il tema dei diritti fondamentali dell’individuo a infiammare le pagine dei principali siti di informazione e tecnologia mentre l’anno nuovo muoveva i primi passi.

A lanciare la provocazione è stato il padre dell’architettura di Internet, Vint Cerf, con un editoriale pubblicato il 4 gennaio sul New York Times. Il titolo è di quelli destinati a non passare inosservati: «L’accesso a Internet non è un diritto umano».

(Continua a leggere sul sito dell’International Journalism Festival)