Italia, il digital divide si allarga

Dal rapporto Akamai per il terzo trimestre del 2011 emerge che i dati del digital divide italiano non solo non sono migliorati rispetto ai tre mesi precedenti, ma al contrario sono addirittura peggiorati:

Velocità media di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Picco medio della velocità di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Diffusione delle connessioni high broadband in Europa, fonte: Akamai.

In compenso abbiamo il primato europeo delle connessioni a velocità inferiore ai 256 kbps:

Paesi in cui è più alta la diffusione di connessioni a velocità inferiore a 256 kbps, fonte: Akamai.

E siamo ritornati a essere il Paese al mondo da cui origina più traffico legato ad attacchi provenienti da reti mobili:

L’ennesima dimostrazione dell’urgenza di passare dagli annunci ai fatti nella predisposizione di un’agenda digitale per l’Italia.

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Twitter e la censura: tre motivi per non gioire

Giovedì Twitter ha annunciato una nuova politica per la rimozione dei contenuti dei propri utenti, che da globale diventa geolocalizzata (una «micro-censorship policy», nell’ottima definizione del New York Times). Ho già scritto di cosa si tratti, raccogliendo anche alcuni pareri che ho trovato particolarmente interessanti nella discussione che ne è scaturita (cui vanno aggiunti quelli, reperiti in seguito, di Alex Howard, Zeynep Tufekci e Luca Conti).

Qualche considerazione personale, che mi fa concludere che ci siano almeno tre buoni motivi (ciascuno foriero di ulteriori dubbi e perplessità) per non gioire della decisione di Twitter:

1. Diversi osservatori hanno fatto notare che la censura si può facilmente aggirare. Ma, data la pubblicità della scappatoia, siamo proprio sicuri che gli Stati che chiederanno la rimozione di contenuti che ritengono in violazione delle loro leggi si accontenteranno della soluzione proposta da Twitter? Tutti felici e contenti di farsi allegramente aggirare dal banale accorgimento? Io non lo credo affatto.

2. Un’azienda il cui funzionamento ha chiare implicazioni sul grado di libera espressione in rete tutela al meglio i diritti dei suoi cittadini digitali espandendosi (e rispettandone le leggi – domanda: anche se violano diritti fondamentali?) anche in paesi in cui la censura è più pervasiva – documentando in modo trasparente la natura delle richieste, legali ma controverse, di rimozione dei contenuti – oppure minacciando di restarne fuori se quegli stessi paesi non fossero in grado di garantire standard adeguati di protezione della libera espressione dei propri utenti? Non ho una risposta esaustiva, ma mi sembra che dire, come hanno fatto in molti, che la scelta di Twitter sia il male minore o la migliore possibile date le condizioni significhi

2.1 da un lato sottostimare il potere di influenzare le decisioni dei governi da parte di aziende come Twitter (soprattutto se decidessero di operare tutte insieme nella stessa direzione) e

2.2 dall’altro abbassare eccessivamente l’asticella di ciò che riteniamo sia un comportamento non solo accettabile, ma anche desiderabile da parte di aziende così rilevanti per il mantenimento di una libera discussione globale (dissidenza inclusa). Certo, questa policy – come scrive Tufekci – è «realistica», e spesso (anche se è ancora tutto da dimostrare) le scelte realistiche funzionano meglio di quelle idealistiche. Tuttavia non sarebbe il caso di alzare il tiro, e quantomeno provare a chiedere di più?

3. Luca Conti ha criticato giustamente l’approssimazione con cui in molti casi si è formata e scatenata la protesta contro la decisione di Twitter: «prima di gridare al complotto, inveire contro qualcuno, boicottare e scappare, criticare e protestare, forse sarebbe bene cercare di informarsi bene e capire se l’opinione sommaria che ci siam fatti sia o meno corretta». Sacrosanto. Tuttavia, più che le dinamiche della ‘rivolta’ online – già viste all’opera in mille altri casi – penso sia urgente concentrarsi sul problema che rivelano (che resta anche una volta che ci si è informati bene, credo), e sulle circostanze in cui questa particolare protesta è nata.

3.1 Il problema trovo sia che, pur date le attenuanti del caso (trasparenza della decisione e aggirabilità della censura su tutte), questa scelta espone maggiormente Twitter a richieste specifiche controverse di rimozione da parte di singoli Paesi. Perché un conto è eliminare un contenuto da tutta la piattaforma, un altro eliminarlo da un singolo Paese. L’assunzione di responsabilità è diversa, sopratutto nella percezione di chi osserva. Il che potrebbe tradursi in molti più casi di censura magari legittima ma inaccettabile dal punto di vista etico e – soprattutto – molto meno visibile, mediaticamente e non. Quanti andranno a controllare riga per riga il database con le ragioni delle rimozioni su Chillingeffect? Quanti, a livello globale, insorgeranno contro decisioni moralmente – e in contesti legislativi più liberi, anche legalmente – errate in Paesi ad alto rischio come quelli coinvolti nella ‘primavera araba’ o la Russia? (In proposito, si leggano i dubbi sollevati da Reporters Without Borders)

3.2 Quanto alle circostanze, non si può ignorare che questa protesta giunge dopo settimane di lotta estenuante contro SOPA/PIPA, la decisione di chiudere d’imperio Megaupload e la firma di ACTA da parte di 22 Paesi dell’UE, Unione compresa. Il tutto mentre a livello nazionale, dall’Irlanda a Singapore passando per Spagna e Italia, curiosi cloni di SOPA e PIPA si ripresentano incuranti delle sollevazioni popolari e della loro intrinseca demenza giuridica. Naturalmente Twitter non c’entra con le scelte dei singoli governi in materia di diritto d’autore online. Tuttavia è in questo ambiente surriscaldato che si muovono le reazioni, anche eccessive o male informate, alla sua nuova politica di gestione dei contenuti degli utenti. Che si sentono sotto attacco da più fronti. E, forse, non hanno tutti i torti a ribellarsi come possono. Insieme a una discussione sulla responsabilità sociale di aziende come Twitter, dunque, sarebbe forse il caso di porre anche un altro tema sul tavolo: l’etica di strumenti di azione politica diretta come i DDoS – come scrive stupendamente Gabriella Coleman su Al Jazeera. Ne discutiamo?

Sulla (tardiva) discesa in rete del Pdl

Io non so se nel Pdl se ne rendano conto, ma all’alba del 2012 uscirsene con frasi come «Oggi, dopo diciotto anni siamo qui ad annunciare la nostra discesa in rete convinti che la rete sia la nuova agorà un formidabile luogo di incontro» (Silvio Berlusconi) o «Da oggi l’Agenda Digitale è un tema centrale nel nostro programma politico, dalla rete possono nascere migliaia di opportunità di lavoro e grazie alla rete possiamo dare un nuovo importante impulso all’economia italiana» (Angelino Alfano) suona come una terribile ammissione di arretratezza e, allo stesso tempo, colpevolezza.

Nel senso: finora, cari vertici del Pdl, come avete fatto a non accorgervi della centralità di Internet? Dove eravate mentre il mondo, oltre a ripetere l’ovvio (la rete è di una «nuova agorà», un «formidabile luogo di incontro», un «importante impulso all’economia»), ha iniziato per esempio a chiedersi se davvero più Internet significhi immediatamente più democrazia (o se al contrario, date certe condizioni, possa rafforzare i regimi autoritari); se il potere non si sia concentrato eccessivamente e in modo sregolato anche sul web (e di conseguenza la politica non debba intervenire per combatterne gli abusi), se la presenza online dei partiti si traduca davvero maggiore partecipazione dei cittadini o solamente in maggiori dosi di propaganda?

Domande a cui segue, a mio avviso, un’altra ammissione implicita: finora non abbiamo nulla (o almeno: non abbiamo fatto abbastanza) per la rete. Perché altrimenti dire che «da oggi l’agenda digitale è un tema centrale nel nostro programma politico»? Da oggi? Ma se esperti e società civile hanno passato almeno gli ultimi due anni a cercare di farvi capire in tutti i modi quanto fosse importante, mentre eravate al governo! Allora niente, però. Anzi: l’allora ministro Romani faceva il gradasso, parlando di miliardi di investimenti che poi sono spariti nel nulla e di una fantomatica agenda digitale già stabilita (dunque l’errore in quel da oggi è doppio) che tuttavia è rimasta impalpabile a sua volta. Il tutto mentre palpabilissima era la minaccia dell’omonimo decreto che rischiava di trasformare Internet in una grande televisione. E palpabilissime erano le conseguenze nefaste del decreto Pisanu sulla diffusione del wifi.

In altre parole: bisognava davvero aspettare il 2012 per proclamare solennemente la «discesa in rete» dell’ormai attempato Berlusconi e dei suoi? Non mi si fraintenda: non che questa «rivoluzione digitale del Pdl», come la chiama Alfano, sia sgradita. Anzi. Il nuovo sito ha funzionalità interessanti (per esempio le pagine che raccolgono tutte le presenze online di deputati, eurodeputati e senatori); l’idea di una ‘Political Digital Academy’ è ottima, e potrebbe magari risparmiarci ulteriori leggi impresentabili contro cui gridare al bavaglio e alla censura – a volte magari tirandole un po’ per i capelli – per disinnescarle. Allo stesso modo, visti i ritardi oramai arcinoti dell’Italia sull’argomento, ben venga anche l’impegno di dare centralità all’agenda digitale.

Ma davvero, l’impressione è che tutto questo avrebbe potuto avvenire, se non proprio nel 1994 – quello sì che sarebbe stato rivoluzionarioalmeno nel 2001. Invece, dopo 18 anni in cui Internet è stata considerata prima di tutto una minaccia all’impero televisivo, un covo di bugiardi, mascalzoni, odiatori di professione e «pericolosi sovversivi» (cit), arriva la discesa in rete, luogo di libertà, dialogo e sviluppo economico. Ecco, mi si consenta almeno questo elementare esercizio di memoria, prima di augurare al partito di mantenere – questa volta per davvero – i buoni (e giusti) propositi.

Chi è contro la SOPA italiana

In questi giorni ho chiesto su Twitter ad alcuni parlamentari di prendere posizione sull’emendamento Fava, l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla rete nel nome della tutela del diritto d’autore. Come spiegano i giuristi Guido Scorza e Bruno Saetta, si tratta di una vera e propria SOPA all’italiana, con rischi paragonabili in termini di libertà di espressione dei cittadini digitali e di promozione dell’innovazione nel Paese.

Le risposte che ho ricevuto aiutano a comporre il quadro dell’opposizione in Aula al provvedimento:

Antonio Palmieri (Pdl) e Club della Libertà

Paolo Gentiloni (Pd).

Roberto Rao (Udc).

Vincenzo Vita (Pd).

Vita ha poi voluto precisare con un duro atto di condanna dell’emendamento sul suo blog. E rispondendomi nuovamente:

Se si aggiungono le opposizioni altrettanto nette dei finiani del Futurista e Libertiamo, oltre che dei deputati Fli Della Vedova e Perina, e dei Radicali, non restano che la Lega e i Responsabili di Popolo e Territorio (di cui non mi risultano dichiarazioni in merito). Oltre al Pdl, naturalmente: perché non è affatto detto che la posizione di Palmieri (e di Roberto Cassinelli, che mi ha assicurato via mail che voterà per l’abrogazione dell’emendamento Fava) sia quella del partito.

Per questo ho da poco posto due ulteriori domande:

Attendo le risposte.

Update. Gianni Fava ha risposto:

 

Qualche considerazione sulla chiusura di Megaupload

1. Non mi è chiaro che fine faranno i file non illeciti immagazzinati sui server del sito di file sharing. La chiusura imposta dall’Fbi ha tenuto conto dei diritti dei cittadini digitali che usavano il servizio in modo legale?

2. L’Fbi usa per Megaupload il termine «Mega-cospirazione». Lo stesso termine che Julian Assange, nel 2006, utilizzava per definire organizzazioni come l’Fbi. E in effetti entrambe (stando all’accusa) fondano il loro potere sulla segretezza delle informazioni scambiate. Con una differenza: quando l’Fbi intercetta le mail di Megaupload per sventarne il presunto sodalizio criminale, scattano le manette per gli accusati. Quando sono membri delle autorità statunitensi  (penso a Bradley Manning, naturalmente) a fornire documenti che rivelano presunte azioni criminali al loro interno, le manette scattano per gli accusatori.

3. I gestori del servizio non erano esattamente degli attivisti per la libera espressione. Tra le accuse (documentate a suon di mail intercettate dalle autorità, come detto) si parla di riciclaggio di milioni di dollari ottenuti come frutto del traffico illegale dei file, di migliaia e migliaia di dollari dati a utenti come ‘paga’ per postare contenuti in violazione del diritto d’autore (contenuti che gli stessi gestori avrebbero invitato a postare, pur sapendo fossero illeciti), si dettagliano conti bancari milionari nelle Filippine, a Hong Kong, a Shangai, in Nuova Zelanda, a Singapore come risultato di attività illegali (compresa la non rimozione di contenuti segnalati come illeciti). E tra i beni confiscati ci sono schermi Lcd a 108 pollici. Ma anche Rolls-Royce, Maserati, Cadillac, Mercedes Clk. Con targhe come: «Stoned», «Weed», «Guilty», «Hacker». E «V», come quella della ‘Vendetta’ di Alan Moore – e di Anonymous. Tutto lecito? Lo stabilità la giustizia. Ma il profilo personale che emerge dalle conversazioni intercettate e dall’impiego del denaro guadagnato fa intuire che il motivo dell’esistenza di Megaupload fosse fare (tanti) soldi, più che promuovere il libero scambio di idee e prodotti culturali.

4. Ciò detto, il problema della libera espressione resta. Per quanto detto al punto 1, ma anche per quanto scrive Paolo Brini, attivista ed esperto di diritto d’autore online, nella mailing list del centro Nexa: «Le “autorità” americane, all’indomani della protesta contro SOPA e PIPA, ricevono una tiratina di guinzaglio e sequestrano tutti i server di MegaUpload in Virginia, in 4 diversi datacenter, in assenza di un processo preliminare e in assenza del mandato di un giudice (ordine di un procuratore federale, e come ho scritto e riscritto in passato l’amministrazione Obama ha messo nelle posizioni chiave del Dipartimento di Giustizia, inclusa la carica di Vice Procuratore Generale, cinque  avvocati della RIAA)». E ancora: «Questa azione dimostra anche che le autorità americane non hanno bisogno di leggi come SOPA e PIPA per agire con sequestri indiscriminati in assenza di un mandato di un giudice, e spero aprirà gli occhi a coloro che ancora si illudono che gran parte del DoJ non sia completamente controllato dall'”industria del copyright”». Ma non solo:

Dimostra altresì quale potrà essere la realtà se continueremo a tollerare, anche nell’Unione Europea, le menzogne e falsità prive di qualsiasi riscontro oggettivo e non supportate da nessuna analisi scientifica che l’industria del copyright continua a diffondere.

5. La reazione di Anonymous è senza precedenti, e fa capire che il futuro della governance di Internet si sta giocando ora come forse non mai. E se ricorrere ad attacchi Ddos non è esattamente la tattica più ortodossa del mondo (la usano in modo massiccio i regimi autoritari per reprimere il dissenso politico, per esempio), può servire per diffondere consapevolezza – e subito – del problema a larghi strati della popolazione digitale. Si è percepita in questa azione coordinata e di massa da parte degli Anon un senso di urgenza ma anche di frustrazione: per quanto si protesti (come per SOPA/PIPA), pare che governi e lobby continuino ad alternare bastone e carota, facendo un passo indietro e due avanti. Se l’impostazione resterà questa, lo scontro non potrà che acuirsi. E non è detto che il risultato non sia un controllo perfino maggiore. E’ importante dunque che siamo noi tutti a chiedere, con gli strumenti che ci fornisce la democrazia, che la soluzione dei problemi posti dallo sviluppo di Internet non contrasti con la tutela dei nostri diritti fondamentali. Solo così si potrà trasformare una guerra informatica in maggiore trasparenza e controllo da parte dei netizen sugli abusi di potere in rete.