Il default delle idee.

E se il vero default a cui stiamo andando incontro fosse quello delle idee? Un fallimento della nostra capacità, come insieme di società democratiche, di immaginare il futuro e la convivenza, prima ancora che di regolare gli scambi economici e finanziari. E, di conseguenza, di trovare un collante di senso alle tante domande con cui l’attualità ci spaventa. Questioni pressanti, di base (che sarà del mio lavoro?, percepirò una pensione dignitosa?) ma anche di metodo (i miei figli vivranno in una società più o meno meritocratica, tollerante, dogmatica?). Più sacrifici, in altri termini, ma per cosa?

Limitandoci all’Italia, il neo-presidente del Consiglio, Mario Monti, ha fissato un triplice obiettivo: «rigore, crescita, equità». Ma sono parole a cui fatichiamo a dare senso. Perché ancora non sappiamo come si tradurranno in scelte di politica economica, certo, se non per indiscrezioni o enunciati di principio. Ma anche perché non capiamo più bene in quale visione d’insieme si inseriscano: perché il nostro mondo (quello del predominio dell’Occidente, quello della vita a debito) sta crollando. E non sappiamo che cosa lo sostituirà. Così che se «rigore, crescita, equità» molto probabilmente serviranno a mantenere in vita un sistema, l’Europa, che sta collassando tra i litigi, il guaio è che anche chi ne critica le fondamenta non ha che argomenti logori, vecchi, sconfitti come se non più di quelli proposti da chi tenta disperatamente, a colpi di manovre, di mantenere lo status quo.

A questo modo chi protesta, quando non usa uova, pomodori, sanpietrini e insulti (in nome della democrazia, sia chiaro), sembra in balia degli stessi miti di sempre, agitando il feticcio degli stessi nemici di sempre. Cancellare il debito, demolire le gerarchie, annientare le banche e la politica, trasformare tutti i processi decisionali in una assemblea (digitale e non) permanente da cui, come per magia, dovrebbe scaturire un sistema economico che produca almeno lo stesso benessere di quello attuale, ma con più giustizia. O, ancora meglio, la liberazione dalla tirannia di qualunque sistema economico. Come? C’è chi pensa che tutto questo sia possibile (anzi, stia già avvenendo) grazie alla «Rete». Eppure la cronaca ci ricorda, quotidianamente, che il tempo delle tecno-utopie è passato. E che sarebbe invece giunto il momento di rimboccarsi le maniche per difendere, se non espandere, i gradi di libertà che proprio la «Rete» ci concede.

Da un lato un assetto istituzionale e sociale, quindi, forse mai così delegittimato. Che, inoltre, continua a fornire in molti casi ottimi argomenti per affossarsi definitivamente, tra mazzette, inefficienze, privilegi che si perpetuano e il solito, chiassoso e arrogante distacco dall’interesse collettivo. Dall’altro una ricerca intellettuale misera, troppo misera che ne giustifichi il rigetto.

E’ per questo che serve un vero ricambio al vertice della classe dirigente, nella politica, nelle università, nei centri dove si coagula il potere economico: perché serve un’idea nuova e diversa di convivenza, che aggiorni le basi della democrazia a un mondo in cui 20 milioni di italiani affidano giornalmente, e in modo perlopiù inconsapevole, le loro intere esistenze a Facebook (con tutto ciò che ne consegue). A uno scenario dove le notizie scorrono incessanti e allo stesso tempo continuano a scomparire dai palinsesti. E dove, soprattutto, gli strumenti che potremmo utilizzare per chiedere maggiore trasparenza nella gestione della cosa pubblica diventano troppo spesso il terreno dove traslocare tutta l’irrilevanza dell’indignazione sull’ultima sparata omofoba o sessista del fenomeno mediatico di turno.

Siamo nel ‘tempo della fine’, insomma. Ma è anche un tempo in cui ci è concessa l’enorme opportunità di provare a ridisegnare le nostre convinzioni di fondo. Percepisco la rabbia, la paura, la stanchezza di chi vede le proprie abitudini andare in frantumi. Non quello strano senso di euforia (anche isterica, anche drogata) che di norma gli si accompagna. Eppure credo che solamente quell’impazzimento creativo, anche incosciente, anche di chi scommette contro i numeri, ci potrà salvare dal peggiore dei default: quello delle idee.

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4 pensieri su “Il default delle idee.

  1. Se solo qualcuno, invece di lamentarsi della mancanza di idee, provasse a ragionare o a pensare a quello di cui parla chi ci prova… (non mi riferisco, chiaramente, alla pur necessaria, urgente, conveniente e prima di tutto comoda proposta per salvare il paese recuperando centinaia di miliardi all’anno e facendo “crescere” il PIL cui ho accennato nell’unico altro commento che ho fatto qui: quella è figlia della considerazione che chi più pensa, al limite, pensa a lamentarsi di come nessuno pensi…)

  2. Pingback: Anno 2012: calma piatta? « Devilpress's Blog

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