L’avvertimento.

Se non fosse tragico sarebbe affascinante il modo in cui questa maggioranza ha reagito alla bocciatura del rendiconto generale dello Stato. Una maggioranza, è bene non dimenticarlo, che ha passato gli ultimi giorni a insultare il suo ministro dell’Economia, proporre (solo per contemporaneamente smentire) condoni fiscali ed edilizi che il suo stesso esperto fiscale sostiene non si possano fare «tecnicamente», e che nel pomeriggio si era appena vista bocciare dalla Corte dei conti la riforma del fisco.

E sarebbe affascinante perché racchiude tutto il disprezzo per l’argomentazione e le ragioni che, a furia di riempirsi la bocca della politica nel suo senso deteriore (quella fatta di mezze verità, menzogne, smentite, difesa dell’indifendibile), ha ormai assunto come automatismo.

Il caso del rendiconto generale dello Stato è da manuale. Come spiega il Messaggero, infatti, si tratta di «un provvedimento attraverso il quale il governo, alla chiusura del ciclo di gestione della finanza pubblica, rende conto al Parlamento dei risultati della gestione finanziaria». Un «obbligo costituzionale», aggiunge il quotidiano: «niente altro che una ‘fotografia’ del bilancio a consuntivo». E, dunque,

«spiegano gli esperti, è impossibile respingerlo o modificarlo, perché i dati sono quelli e la non approvazione può essere solo un segnale politico, perché non se ne può fare un altro».

Solo un segnale politico, e nel centrodestra lo sanno benissimo. Soprattutto i tanti politici navigati che, non appena intervenuta l’inedita bocciatura, si sono affannati a dichiarare che si sia trattato dell’esatto contrario: «un incidente di percorso» (Fabrizio Cicchitto), un problema tecnico (Silvio Berlusconi). O ancora: «Solo un piccolo infortunio, nulla di politico» (Umberto Bossi); il «frutto di una casualità» (Fabio Rampelli).

Le assenze, poi, sarebbero state «occasionali, dettate da circostanze momentanee e impegni istituzionali» (Ignazio La Russa) e dunque da semplice «superficialità» (Silvano Moffa); «nessuna ragione politica, di nessun tipo» (Giulio Tremonti).

Un caso, dunque, che Bossi abbia mancato il voto attardandosi coi giornalisti mentre Porfidia era malato, Miccichè «palesava tutto il suo rammarico» al telefono con Fallica (che «nulla ha a che vedere con le presunte fronde»), Pionati faceva campagna elettorale in Molise e altri sono arrivati in ritardo.

Quanto ai voti mancanti che avanzano, meglio un confortevole silenzio. Oppure gli avvertimenti celati da sorrisi e frasi di circostanza. Come quando Scajola dichiara, raggiante, che l’incontro con Berlusconi si è risolto in «una chiacchierata sincera tra amici». E che importa se a mancare sono stati proprio quelli che da giorni finivano sui giornali perché potevano mancare. Sarà un altro, incredibile, caso.

Un voto su una materia che per sua natura può tradursi in bocciatura solo per un segnale politico è a questo modo ridotto al suo opposto: a tecnicismo, incidente, casualità. Il significato (l’avvertimento politico di scajoliani e Responsabili a Berlusconi, il rifiuto del ministro dell’Economia di votare il documento economico e finanziario e il rendiconto dello Stato) a insignificante («non è niente, tanto voteremo la fiducia»).

Tutto palese, in chiaro, sotto gli occhi degli italiani. Come il ridicolo cui si espone Carlo Giovanardi, che per giustificare il fallimento della maggioranza ricorre al voto mancante di Alfonso Papa, parlamentare e detenuto: «Come si vede», ha detto il sottosegretario alla Famiglia, «le scelte giudiziarie continuano a condizionare la vita politica del nostro Paese».

In effetti, con Papa l’incidente non si sarebbe verificato. Ma il segnale, in qualche modo, si sarebbe comunque prodotto. Il fascino verso questo deserto logico sta nel suo coraggio di non cercare neppure più di ricorrere alla politica. Nella sua volontà di annientarla insieme con il vuoto argomentativo. E di lasciare, al suo posto e nudo, il solo avvertimento.

(Foto Ansa)

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