Da «Gògol» a un presidente del Consiglio «digitale».

Silvio Berlusconi ha menzionato Internet. Che questa nel 2011, di per sé, sia una notizia dovrebbe far riflettere. Ma anche più degno di nota è il contesto in cui il web è balzato alla mente del presidente del Consiglio. E cioè all’interno del solito discorso sui media “cattivi” e “manipolatori della realtà”. «Il teatrino della politica, con le chiacchiere vuote rilanciate e ampliate in maniera ossessiva da quotidiani e reti online, non ci interessa», ha dichiarato più precisamente il Cavaliere in un messaggio inviato a un convegno organizzato dal ministro Rotondi.

Già, queste fantomatiche «reti online». Difficile dire di che si tratti esattamente. Dei blog sfuggiti – pare – a un obbligo di rettifica entro 48 ore, pena 12.500 euro di multa, che non ha paragoni nel resto del mondo? Delle edizioni online dei quotidiani cartacei «comunisti»? Dei gruppi su Facebook «più pericolosi di quelli degli anni 70», come ebbe a dire il presidente del Senato, Renato Schifani? O più semplicemente di tutti quei network che non facciano riferimento all’uomo internet del Pdl, Antonio Palmieri?

Forse si tratta dei siti raggiungibili tramite «Gògol». O di quelli sottratti al controllo di Gianni Letta, «l’internet umano» di Berlusconi, che – per ammissione dello stesso Palmieri – «non sa navigare». Chissà. Ma a parte l’ironia, è sconfortante constatare come quest’uomo profondamente figlio del XX secolo, «Sua Emittenza», non riesca proprio – a parte qualche uscita estemporanea mai corroborata dai fatti – a concepire la rete che come fonte di pericoli e menzogne. O come una grande televisione, un luogo da sfruttare come megafono della solita, vecchia propaganda unidirezionale. Come testimonia, per esempio, il tragicomico tentativo di dialogare con i suoi sostenitori online, su Forza Silvio. E come testimoniano i continui tentativi di restringere la libertà di espressione in rete, con la scusa ora della sicurezza, ora della protezione del copyright.

Le ragioni dell’ostilità sono chiare, e sono di natura economica e politica. Quanto alla prima, difficile dimenticare che il presidente-imprenditore controlla un colosso televisivo. Riguardo alla seconda, sulla rete Berlusconi non può tenere a bada il dissenso – che infatti dilaga. E ciononostante, in un Paese che avrebbe tutto da guadagnare a investire convintamente nello sviluppo del digitale dispiace vedere l’innovazione finire in coda alle preoccupazioni del governo (per esempio, in termini di fondi stanziati), leggere di opportunità a portata di mano (come quelle derivanti dall’incremento della diffusione e della velocità della banda larga) eppure mai colte, assistere alla continua assenza di questi temi dal dibattito pubblico (per esempio, come chiedeva Riccardo Luna ad Agorà, perché non dedicare una trasmissione del servizio pubblico alle questioni, economiche e soprattutto sociali, poste dal digitale?).

Insomma, c’è bisogno di un presidente del Consiglio che non perda l’occasione per ricordare che sono anche questi i fattori di crescita che evitano al Paese di finire nel baratro finanziario – senza lo spettro di alcun conflitto di interesse. Che invochi l’open government e la liberazione dei dati, invece del bavaglio alla stampa. Che si trovi a suo agio nel dibattito sulla proprietà intellettuale e la privacy nell’era della condivisione. Che comprenda le necessità degli startupper e li incentivi a provare a fare impresa all’interno dei confini nazionali. E che quantomeno sia abbastanza umile da ascoltare i tanti uomini di buona volontà che sarebbero disposti a mettere le loro intelligenze a sua disposizione per far uscire l’Italia dal medioevo digitale, di infrastrutture e cultura, in cui si ritrova.

Invece su tutto questo Berlusconi ha calato un lungo e sconsiderato velo di silenzio, dimostrando di non poter essere lui quell’uomo. Resta solamente quel riflesso condizionato sulle «chiacchiere vuote» e il «teatrino della politica». Ovvero su tutto ciò che è stato il governo Berlusconi nei confronti di Internet. Chissà se l’ex «grande comunicatore» si è anche solo accorto dell’ennesimo autogol.

(Fonte immagine: Wired)

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4 pensieri su “Da «Gògol» a un presidente del Consiglio «digitale».

  1. Forse é la versione moderna, e adattata alla rete 2.0, del divieto di assembramento.
    Evitare che i facinorosi possano incontrarsi, creare un’idea comune e organizzarsi…

    Ieri su Altroconsumo ho letto un pezzo interessante riguardo alla gara per l’assegnazione delle frequenze per internet mobile, il famoso 4G, lo Stato ha raccolto 1,5 miliardi in più di quelli che pensava di incassare, la metà della quale (circa 800 milioni) il Governo si è impegnato a investire nel settore delle nuove tecnologie.

    Scusate la lunghezza ma ritengo interessante leggere della cosa

    Il progetto NGN
    L’Agenda Digitale della Commissione Europea prevede che il 100% degli europei abbia accesso alla larga banda a 30 Mega, e la metà di essi addirittura a 100 Mega. In questo progetto NGN (Next Generation Network) un ruolo fondamentale ce l’ha sicuramente lo sviluppo di nuove reti in fibra ottica.

    Un’unica Società della Rete
    Commissione ed esperti del settore hanno dimostrato che in Italia sarebbe poco economico (e addirittura inutile) costruire più di una rete in fibra sul territorio. L’idea è perciò che i vari operatori si consorzino per costruire un’unica Società della Rete, dando libero accesso a tutti sulla base dei costi reali e lasciando spazio alla concorrenza sui servizi, la qualità dell’assistenza e il prezzo.

    Riteniamo quindi che indispensabile destinare le risorse raccolte con la gara sulle frequenze del 4G allo sviluppo del progetto NGN, a condizione però che:

    ■ il progetto NGN abbia un chiaro ed evidente ancoraggio di interesse generale, attraverso una ridefinizione del servizio universale che ricomprenda l’accesso ad Internet a banda larga. In questo senso l’accesso alla Rete dovrà essere inteso come bene comune al mantenimento e allo sviluppo tecnologico del quale tutti gli operatori dovranno contribuire;
    ■ vi sia un effettiva intesa tra gli operatori sul progetto NGN, il relativo piano industriale sia sostenuto anche da fondi della Cassa depositi e prestiti e da eventuali agevolazioni, come ad esempio l’esonero delle tasse per la posa della fibra ottica;
    ■ ai consumatori sia detto chiaramente quanto di questo investimento alla fine andrà a pesare sulle loro tasche (sia come contribuenti, sia come utenti). In una operazione di questa importanza le regole devono infatti essere chiare sin dall’inizio, non solo per operatori e investitori pubblici e privati ma anche per gli utenti;
    ■ i rappresentanti dei consumatori siano finalmente chiamati a sedere al Tavolo Romani al più presto: non si capisce perché mai il Ministro non li abbia ancora invitati, considerato che per molti versi avrebbero potuto remare dalla sua stessa parte, per lo sviluppo di un Paese più moderno e competitivo e di servizi migliori per gli utenti.

    È ora di passare dal rame alla fibra ottica
    Una volta verificate tali condizioni al tavolo NGN presso il Ministero dello sviluppo Economico si potrebbe anche parlare di chiudere col rame e passare alla fibra. Ove, infatti, interessi diversi ma convergenti puntassero contestualmente su un obiettivo di sviluppo concreto e sostenibile per il Paese tutte le ritrosie e le pretese dell’ex monopolista a mantenere determinate posizioni di rendita si scioglierebbero come neve al sole. D’altra parte la Commissaria Kroes ha anche detto molto chiaramente che la remunerazione della rete in rame deve scendere per favorire il passaggio alla fibra, il percorso è quindi già delineato e non vorremmo che l’Italia arrivi buona ultima anche questa volta.

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