DeletedLeaks, la versione di Domscheit-Berg.

Dopo il furto e la distruzione, rivelata senza troppi dettagli a Der Spiegel, per Daniel Domscheit-Berg è il momento delle spiegazioni. Perché l’ex numero due di Julian Assange ha eliminato irrimediabilmente 3.500 documenti (ma c’è chi giura si trattasse di 3.500 submission, quindi ben più materiale) inviati a WikiLeaks tra gennaio e settembre 2010, quando ha lasciato l’organizzazione?

Qualche risposta arriva da una intervista a Owni.eu. Dove Domscheit-Berg rivela innanzitutto che, a suo dire, soltanto il 10-20% dei documenti fosse autentico e che, in ogni caso, quelli rilevanti fossero già stati pubblicati da WikiLeaks nel 2010.

Ma il motivo di un simile gesto?

Abbiamo deciso di distruggere il materiale più importante dopo aver scoperto, un po’ di mesi fa, che a causa di negligenza e ignoranza tutti i cablo sono stati dati in pasto al pubblico. Questa è la pubblicazione più irresponsabile che possa immaginare, e siccome non è stata fatta intenzionalmente ma come risultato di un errore facilmente evitabile, i miei dubbi sulla capacità di maneggiare in modo sicuro qualunque tipo di materiale si sono accresciuti ulteriormente.

Domscheit-Berg torna poi a parlare, come a Der Spiegel, della necessità di non «compromettere la sicurezza delle fonti» e nega di aver mai imbastito alcuna trattativa con l’hacker Andy Müller-Maguhn, che l’ha espulso dal Chaos Computer Club: più semplicemente, quest’ultimo avrebbe fatto pubblicamente pressioni per ricevere il materiale. Che Domscheit-Berg non gli ha consegnato, visto che

era parte di uno dei più grandi e irresponsabili errori commessi da WikiLeaks, che ha comportato il fatto che i cablo siano disponibili non redatti a tutti e per sempre.

Spiegazioni vaghe, dunque, e impossibili da valutare nel merito senza conoscere approfonditamente lo stato dei sistemi di protezione delle fonti di WikiLeaks, il ruolo effettivo di Domscheit-Berg nel mantenerli funzionanti e quante persone siano realmente in possesso dell’intero archivio dei 250 mila cablo della diplomazia americana pubblicati a partire dal 28 novembre 2010 (a oggi, 200 mila sono ancora inediti).

Quanto al contenuto, WikiLeaks ha parlato anche di materiale su banche. Visto che Julian Assange aveva recentemente affermato (a Londra nell’incontro con il filosofo Slavoj Zizek, per esempio) di aver subito ricatti sui documenti riguardanti Bank of America, e visto che proprio di «ricatti» da parte dell’ex portavoce aveva parlato dopo la distruzione dei documenti, il pensiero dei preoccupati osservatori su Twitter è andato immediatamente a quei dati. Domscheit-Berg, a Owni.eu, smentisce:

Non c’è mai stato materiale su Bank of America, lì dentro.

Per il creatore di OpenLeaks, la cui strada si annuncia ora tutta in salita, Julian ha iniziato a parlare di quel materiale già a ottobre 2009. Ma da allora, a parte ripetuti annunci, non ha visto la luce. Inutile accusarlo di essere il ricattatore: «i conti non tornano», conclude Domscheit-Berg.

E, pensando che Domscheit-Berg abbia creduto di «proteggere le fonti» di WikiLeaks cancellando il materiale da loro inviato (nel nome della trasparenza e dopo essersi ripetutamente contraddetto), non si può che essere d’accordo. I conti non tornano, e non solo su quello. Appare difficile credere, infatti, che Domscheit-Berg non abbia pensato che quei dati avrebbero potuto avrebbero potuto essere conservati e pubblicati in un secondo momento. Magari proprio quando lo stesso Domscheit-Berg avesse avuto modo di verificare l’integrità dei sistemi di protezione dell’anonimato delle fonti di WikiLeaks o di altre piattaforme su cui, pur scorrettamente, avrebbero potuto vedere la luce. E che, oltretutto, non abbia pensato che distruggendo quei documenti avrebbe irrimediabilmente compromesso l’affidabilità di WikiLeaks agli occhi di potenziali fonti future.

Una questione intricata e lungi dall’essere risolta, dunque. Che compromette il cammino di un’avventura, quella di WikiLeaks ma anche del suo possibile concorrente OpenLeaks, già complicata dai continui attacchi di governi, corporation e media tradizionali.

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