Il verosimile e il vero.

Ci stiamo abituando a un racconto mediatico della realtà dove la distinzione tra vero e verosimile è sempre più sfumata? Non è un pensiero nuovo né particolarmente originale, eppure mi sembra che gli effetti devastanti dell’assottigliarsi del confine – già di per sé difficile da stabilire in astratto – non abbiano per questo cessato di prodursi. Anzi. Anni di stretto contatto con l’istantaneità non sono bastati per insegnare al sistema dell’informazione il valore della lentezza. Oppure, se il termine suona di un’altra epoca, della riflessione e del dubbio. La regola, è scontato, vuole che si debba arrivare per primi: è parte determinante del mestiere. Ma lo è anche e soprattutto dare le sole notizie di cui si è verificata l’attendibilità. Il rispetto dei lettori e dei fatti, in altre parole, dovrebbe avere la precedenza sul pensiero affannoso di battere la concorrenza o, almeno, esserci, inseguirla fino ad averla raggiunta. Dovrebbe. E invece si sacrifica nella lotta.

Si prenda il caso della parlamentare dell’Arizona Gabrielle Giffords, data per morta quando in realtà non lo era. Aveva subito un attentato durante un comizio, qualcuno le aveva sparato. Era verosimile fosse morta. Quindi era morta. Invece, dopo una lunga battaglia, ha riaperto gli occhi. O la carneficina in Norvegia. Doppio attentato a Oslo e massacro a Utoya. Verosimile si trattasse di Al Qaeda o comunque di fondamentalismo islamico. Quindi era opera del fondamentalismo islamico. E giù editoriali, pareri concordi di esperti, prime pagine cambiate all’ultimo momento quando poi si è scoperto che l’attentatore era un norvegese legato all’estrema destra, e il cui fondamentalismo era, semmai, cristiano. Eppure i motivi per dubitare c’erano, le agenzie li avevano rilanciati da ore. Alcuni li hanno ascoltati, altri – troppi – no.

Non è semplice capire se si tratti di un fenomeno che in Italia attecchisce più che altrove. Il caso delle foto fasulle del cadavere di Bin Laden sembra propendere per una risposta affermativa. Allora, infatti, i principali quotidiani italiani abboccarono, salvo poi (invece di rettificare chiedendo scusa ai lettori) parlare di un fantomatico «giallo» (che non c’era: semplicemente erano fotomontaggi e loro avevano preso un granchio). All’estero, al contrario, furono molto più cauti. E lo stesso impazzimento dei media tradizionali per il fenomeno Spidertruman rema nella stessa direzione. Basti pensare al presunto video del presunto precario anti-Casta, che prima di ricevere la smentita del diretto interessato è finito nella homepage di Corriere e Repubblica senza nessun tipo di verifica sulla sua paternità, né senza sollevare alcun dubbio. Del resto, era verosimile si trattasse di Spidertruman. Quindi era Spidertruman.

A tutti capita di sbagliare, a me per primo. Ma forse è tempo di pensare a un rimedio. Porsi, per esempio, di fronte a ciò che non si conosce con un po’ di umiltà in più. Limitarsi a commentare i fatti appurati. E nel frattempo, se proprio una notizia incerta si deve dare, almeno mettere bene in evidenza le zone d’ombra. Il racconto istantaneo, insomma, non necessariamente esclude il dubbio. Un rimedio semplice, perché basta un piccolo sforzo. Ma complicato, perché non paga nell’immediato: non moltiplica i click, non permette di tenere testa alla gara del titolo più strillato, non soddisfa i metabolismi sempre più rapidi dei lettori.

Eppure, nonostante la Rete in questo senso fornisca un formidabile mezzo di controllo, varrebbe la pena di porsi seriamente il problema: che ne è dell’autorevolezza e del senso di una professione che, invece di fare il possibile per evidenziarle, sfuma le differenze tra vero e verosimile? La risposta, nel medio-lungo periodo, potrebbe vanificare lo sforzo di qualunque affannosa rincorsa all’immediatezza.

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9 pensieri su “Il verosimile e il vero.

  1. Quello che tu proponi è di una banalità sconcertante.

    Senza offesa, anzi. E’ banale dire che un giornalista dovrebbe “Limitarsi a commentare i fatti appurati”, ma perché allora non lo fanno?

    La risposta me la dai tu

    “Ma complicato, perché non paga nell’immediato: non moltiplica i click, non permette di tenere testa alla gara del titolo più strillato, non soddisfa i metabolismi sempre più rapidi dei lettori”

  2. Ma infatti non ho mai vantato una soluzione brillante, originale e innovativa. Non penso nemmeno serva, come ho scritto. Il punto è proprio che basterebbe poco. E se l’ho scritto è per sollevare una riflessione, non per risolvere un problema che – lo sappiamo benissimo – non risolveremo con alcuna formuletta.

  3. Più che di autorevolezza io parlerei di affidabilità, che tende a mancare sempre di più nel momento in cui i giornali si sono messi in competizione con la rete per poter arrivare per primi sul “pezzo”. Un po’ difficile visto che i blogger spesso sono lì sul posto, mentre un giornale deve mandare qualcuno.
    In realtà la cosa non mi preoccupa più di tanto. Mi torna in mente la battaglia tra Wikipedia e le altre enciclopedie più blasonate (quindi autorevoli per definizione). Ebbene tutte avevano degli errori, chi più e chi meno, per cui il problema dell’affidabilità dovrebbe essere risolto semplicemente considerando le notizie come una ricerca da fare, partendo da una base e non fermandosi alla prima voce.
    Quello che più mi preoccupa, invece, è la neutralità di un giornale e di un giornalista. Cioè che possa scrivere quello che vuole, senza che qualcuno lo censuri (o si censuri da solo). E’ quella che manca ormai ai giornali, specialmente in Italia.

  4. Il signor Saetta ha colto il punto, ma è molto valida anche la riflessione di Fabio, e non c’è contrasto tra le due. La rete (intesa come complesso di fonti capillari date dai singoli che partecipano) sarà sempre più veloce della fonte giornalistica, qualunque sia il mezzo che utilizza. Quindi il giornalismo dovrebbe appunto puntare sull’autorevolezza e sul controllo delle fonti, perché mettendosi in concorrenza nel campo della velocità, sarà sempre perdente. E dovrà saper fornire approfondimenti validi, utilizzando persone intelligenti e preparate per entrare nelle notizie e farne uscire quello che possono davvero dirci. Può essere una ricetta molto banale, come del resto lo è quasi invìariabilmente cio che è vero. La forza di chi vende favole è proprio nel fatto che sono più interessanti del reale. Ma sempre favole rimangono.

    Michele Gardini

  5. Penso da tempo, infatti, che i giornalisti dovrebbero privilegiare la notizia solo quando è davvero nuova, oppure corregge, smentisce, modifica quanto già – a gran velocità – affermato in rete o altrove, grazie al controllo accurato delle fonti o altre forme di verifica.
    Altrimenti il compito serio, svolto di rado come si dovrebbe, rimane quello dell’approfondimento intelligente, la riflessione fuori dal coro, la sintesi chiarificatrice, il parere competente e via “ragionando”. Scontato, d’accordo. Ma tante utilissime ovvietà sono purtroppo messe da parte …

  6. Pingback: Il verosimile e il vero. « My3Place

  7. Il tuo pensiero è perfetto ed ovviamente condivisibile.
    Purtroppo siamo tutti accecati dal desiderio di novità e stupore.
    Ci siamo abituati a tutto e quindi nulla ci fa più impressione e facilmente confondiamo realtà e finzione…finché succede lontano da noi naturalmente.
    Lo spavento autentico ci prende quando le cose capitano sulla nostra testa, allora impariamo cos’è la paura e soprattutto capiamo che rimanere mutilati, senza famiglia, senza casa o senza pane fa male assai.
    Finché qualunque cosa rimane sui giornale o in tv per noi (chiunque siamo) è come andare al cinema.
    Sappiamo piangere bene le disgrazie altrui, lo abbiamo imparato in tv.
    Siamo consapevoli che il mondo sta sfumando come una bandiera al sole, ma finché non ci tocca direttamente chi se ne frega, a noi servono notizie ghiotte ogni giorno.
    Questo gli operatori mediatici lo sanno e ci saltano dentro senza preoccuparsi di nulla, consapevoli che non è correto…però funziona!

    Che tristezza!

  8. Tutta la vita è impastata di vero e di verosimile.L’unico mezzo per separarli è il discernimento. Naturalmente il giornalista deve presentare la realtà facendo notizia e spesso deve presentare il verosimile,a meno che sia un’intelletuale puro,cosa molto difficile.

  9. Se non si scopre.. Opera ..da non poca Grazia..qualora sia concessa Possibilita` or anche “ri-guadagnata”..il piu` delle volte solo con grande Umilta`…e non si sciolgono quei nodi … quei misteriosi misteri che catturano o rifflettono come specchio cio` che e` fuori senza penetrare cio` che e` dentro la vera natura delle cose….il giornalismo sara` sempre un giornalismo del verosimile..superficiale…infatti pochi erano gli scriba divini..poiche` pochi sono quelli che ben vedono ..perche` sanno….

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