Lodo Mondadori, un «esproprio proletario» contro «San Silvio martire».

Le reazioni del Pdl alla sentenza d’Appello che condanna Fininvest a risarcire 560 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti:

«La sentenza del Tribunale di Milano era scritta esattamente come lo erano quelle del Tribunale di Mosca e del potente inquisitore Vyscinskij» (Osvaldo Napoli)

«Sembra di assistere ad un esproprio proletario camuffato da sentenza» (Isabella Bertolini)

«La sentenza di oggi è l’ennesimo atto di una trama criminale di natura politico-giudiziaria ordita contro la discesa in campo di Silvio Berlusconi. È  evidente a tutti che lo scopo di un manipolo di magistrati felloni e golpisti – che si annida nel palazzo di giustizia di Milano e gode di complicità a tutti i livelli politici, imprenditoriali e istituzionali – è il massacro politico, imprenditoriale e fisico del Presidente del consiglio. […] il vero modo con cui si comprano sentenze favorevoli a un gruppo di potere è quello di assecondare, con un sapiente uso dei mezzi di comunicazione di massa, il disegno politico della magistratura militante» (Giorgio Stracquadanio)

«La sentenza sul lodo Mondadori è un atto politico di assoluta gravità, una vendetta contro Silvio Berlusconi consumata attraverso una sorta di ‘esproprio proletario’, con la singolarità che al posto del proletariato vi è un capitalista politicamente ostile e punta di diamante del network mediatico-giudiziario che da diciassette anni cerca di far fuori Berlusconi sul piano politico, patrimoniale e dell’immagine. È, in sostanza, l’emblema del rapporto perverso che in Italia intercorre fra la giustizia, l’informazione e i cosiddetti poteri forti» (Gaetano Quagliariello)

«[…] è una buona ragione in più perché il premier guidi anche nei prossimi anni il governo per vincere una battaglia storica. […] Sono certo che Berlusconi reagirà con forza e determinazione a quest’altro sconcertante capitolo della storia d’Italia» (Altero Matteoli)

«Pur di colpire Berlusconi sono disposti a tutto» (Enrico Costa)

«La rapina a mano armata contro i lavoratori della Mondadori e della Fininvest, prima ancora che a danno di san Silvio martire, dovrebbe convincere Marina Berlusconi che è scoccata l’ora della sua discesa in campo, per vincere le elezioni del 2013, per restituire all’Italia la tripartizione dei poteri, per garantire agli italiani tutti una giustizia degna di questo nome. Per siffatti obbiettivi e per una vera politica del fare e non del dire, serve una donna con gli attributi. Questa donna si chiama Marina Berlusconi, la nostra Margaret Thatcher» (Giancarlo Lehner, passato dal Pdl ai Responsabili – ora Popolo e Territorio – solo per rimpolparne le fila)

«Il vero conflitto di interessi nel nostro Paese è quello di chi, facendo il mestiere di imprenditore, non si è schierato con i poteri forti ma si è battuto per impedire che nel nostro Paese si instaurasse il socialismo reale, perché come si è visto oggi questo significa mettere a repentaglio anche la propria attività imprenditoriale» (Filippo Piccone)

«[…] una specie di esproprio proletario maturato su accordi definitivi che risalgono a venti anni fa, ora smentiti da un tribunale come quello di Milano che da altrettanto tempo lavora per spazzare via la rivoluzione liberale che Berlusconi ha portato nel Paese […]. Siamo di fronte a una tecnica da soviet, quando prima si individuava la persona da distruggere e poi si costruivano le prove che facessero da supporto alla sua eliminazione fisica e politica» (Antonio Leone)

«C’è da troppo tempo, contro Silvio Berlusconi, un clima da Piazzale Loreto, con forsennati attacchi politici e personali, con una tenaglia mediatica e giudiziaria, e ora anche con quella che oggettivamente è una mazzata sul piano patrimoniale» (Daniele Capezzone)

«Il maxirisarcimento è una decisione politica assunta contro Berlusconi. Dopo 17 anni di persecuzione giudiziaria siamo arrivati al dunque. So che neppure questo eccesso di intimidazione avrà successo e la Cassazione ripristinerà il diritto al netto della partigianeria politica» (Nino Germanà)

«[…] senza Berlusconi, senza il Pdl, senza il centrodestra, la democrazia italiana corre rischi gravissimi per la saldatura fra poteri arroganti e intenzionati a gestire l’economia e la politica italiana in modo del tutto esclusivo» (Fabrizio Cicchitto)

«Di fronte alla sentenza Mondadori l’unica cosa che si può dire è che a questo punto solo degli osservatori neutrali, rappresentanti di istituzioni internazionali, sarebbero in grado di verificare le modalità anomale e violente, più simili a paesi totalitari che a democrazie civili, in cui si esercita l’amministrazione della giustizia in italia» (Sandro Bondi)

«Non è più tollerabile l’accanimento di una certa magistratura a favore di una parte politica. Non è più tollerabile che alcune toghe decidano a colpi di sentenze le sorti del governo Berlusconi voluto dal popolo. Quanto deciso oggi a Milano è una sentenza politica a favore di uno dei personaggi più oscuri dell’economia italiana, il burattinaio ufficiale della sinistra salottiera» (Francesco Casoli).

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10 pensieri su “Lodo Mondadori, un «esproprio proletario» contro «San Silvio martire».

  1. Fidando sulla corta memoria questi truffatori,magliari,incapaci e traditori del Popolo Italiano,vorrebbero raccontarci una storia diversa ed,assolutamente,non vera di una presunta persecuzione ai danni di un delinquente abituale e recidivo che nulla ha fatto nella vita senza ricorrere a truffe e raggiri.Il farabutto ha acquisito la Mondadori solo perchè si è,all’origine,comprato quei vigliacchi e voltagabbana dei Formenton che hanno disatteso l’accordo con De Benedetti cedendo nell’arco di una nottata le loro,decisive,azioni al nano di Arcore.Da lì è partita tutta la vicenda.Questa è la storia vera e la giusta sentenza non potrà essere ribaltata in Cassazione in assenza di giudici corrotti.Checchè ne dica mavalaaa!! Ghedini .

  2. Il presidente Berlusconi aveva problemi con la giustizia ancor prima di ” scendere in campo”. Non si dovrebbe candidare nessuno che non sia perfettamente in regola.Avergli permesso di candidarsi denuncia il malcostume italiano.Ringraziamo la magistratura per la sua sentenza,che dimostra che la giustizia è uguale per tutti,come dovrebbe essere sempre.

  3. A metà degli anni ottanta Silvio Berlusconi acquisisce quote sempre più consistenti della Mondadori, rimanendo tuttavia un socio di minoranza. Nel 1987 muore Mario Formenton (marito di Cristina Mondadori), presidente della Mondadori e gestore della stessa per conto della famiglia Mondadori dopo la morte di Arnoldo Mondadori (1971), si apre così un periodo di contrasti per la successione nella gestione della azienda di famiglia. Nel 1988 Silvio Berlusconi acquista le azioni di Leonardo Mondadori e dichiara che da quel momento in poi prenderà un ruolo di primo piano nella gestione della società editoriale. Con l’acquisto delle azioni di Leonardo Mondadori ora la Arnoldo Mondadori Editore è in mano a tre soggetti, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR di Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton. Carlo De Benedetti, che era stato socio e amico di Mario Formenton, nel frattempo aveva convinto la famiglia Formenton, non interessata alla gestione della Mondadori, a stipulare un contratto per la vendita delle azioni dell’azienda in loro possesso che prevedeva il passaggio di tali quote alla CIR entro il 30 gennaio 1991.

    Nel novembre 1989 la famiglia Formenton cambia radicalmente idea e si schiera dalla parte di Berlusconi, consentendo al magnate della Fininvest di insediarsi come nuovo presidente della compagnia il 25 gennaio 1990; De Benedetti protesta, forte dell’accordo scritto stabilito pochi mesi prima con i Formenton, ma i vari schieramenti non trovano un accordo soddisfacente per tutti e decidono quindi unanimemente e di comune accordo di ricorrere ad un lodo arbitrale per stabilire se il contratto Formenton – De Benedetti dovesse avere corso o se i Formenton potessero vendere le proprie quote alla Fininvest.

    Viene quindi organizzato l’arbitrato (lodo); chiamato a decidere c’è un collegio di tre arbitri, scelti di comune accordo da De Benedetti, i Formenton Mondadori e la Corte di Cassazione: Pietro Rescigno (designato dalla CIR), Natalino Irti (scelto dai Formenton Mondadori) e Carlo Maria Pratis, procuratore generale della Repubblica presso la Cassazione (designato dal primo presidente della Corte di Cassazione).
    Il 20 giugno 1990 si ha il primo verdetto: l’accordo tra De Benedetti e i Formenton è ancora valido a tutti gli effetti, le azioni Mondadori devono tornare alla CIR. De Benedetti ha il controllo del 50,3% del capitale ordinario e del 79% delle azioni privilegiate della Mondadori.
    Come conseguenza immediata di questo verdetto Silvio Berlusconi lascia la presidenza di Mondadori e i suoi dirigenti Fininvest lo imitano, venendo sostituiti da quelli dell’ingegner De Benedetti (Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera).

    Berlusconi e i Formenton tuttavia non gettano la spugna, e impugnano il lodo arbitrale davanti alla Corte di Appello di Roma, la quale stabilisce che ad occuparsi del caso sarà la I sezione civile. La I sezione civile è presieduta da Arnaldo Valente, il giudice Giovanni Paolini e il giudice relatore Vittorio Metta. La sentenza viene depositata e resa pubblica il 24 gennaio 1991, dopo 10 giorni di camera di consiglio.
    Il tribunale stabilisce che una parte dei patti dell’accordo del 1988 tra i Formenton e la CIR è in contrasto con la disciplina delle società per azioni. Di conseguenza è da considerarsi nullo l’intero accordo, e quindi anche il lodo arbitrale. La sentenza annulla il precedente verdetto e consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest [1].

    [modifica] L’intervento politicoNonostante il successo giudiziario, le cose si complicano per Berlusconi quando i direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellano al suo nuovo proprietario; nella vicenda interviene il presidente del consiglio dell’epoca, Giulio Andreotti, che convoca le parti e le invita a trovare un accordo di transazione. Come mediatore tra le parti, Carlo Caracciolo, con il placet di Andreotti, chiama l’imprenditore ed editore Giuseppe Ciarrapico[2][3][4]. Ciarrapico riesce quindi a raggiungere un accordo secondo il quale la Repubblica, L’Espresso e alcuni quotidiani e periodici locali tornano alla CIR, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che riceve 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate all’azienda di Carlo De Benedetti.[5]

  4. Nel 1995 in seguito ad alcune dichiarazioni di Stefania Ariosto, la magistratura cominciò ad indagare sulla genuinità della sentenza. Stefania Ariosto dichiarò che sia il giudice Arnaldo Valente che il giudice Vittorio Metta erano amici intimi di Cesare Previti, avvocato Fininvest, e frequentavano la sua casa, inoltre la Ariosto testimoniò di aver sentito Previti parlare di tangenti a giudici romani. Il pool di giudici milanesi si mise in moto e riuscì a rintracciare dei sospetti movimenti di denaro che andavano dalla Fininvest ai conti esteri degli avvocati Fininvest e da questi al giudice Metta.

    Le indagini si concentrano sui movimenti di una società off-shore di Silvio Berlusconi, la All Iberian. Il 14 febbraio 1991 la All Iberian emette un bonifico di 2.732.868 dollari americani (circa 3 miliardi di lire italiane) al conto chiamato Mercier di Cesare Previti, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvista) al conto Careliza Trade di Giovanni Acampora (anch’egli avvocato Fininvest). Questi il 1º ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li storna in due operazioni (11 e 16 ottobre) sul conto di Attilio Pacifico (altro avvocato Fininvest). Pacifico preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ottobre, e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l’accusa, è Vittorio Metta[6]. Il giudice Metta nei mesi successivi dimostra un’enorme liquidità (acquista e ristruttura un appartamento e compra una nuova auto) soprattutto con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi si dimette dalla magistratura; inizia a collaborare come avvocato, insieme alla figlia Sabrina, nello studio Previti [7].

    Non riguarda direttamente la corruzione e le tangenti, bensì il danno economico derivante dal fatto che il lodo è stato da esse viziato: è dunque logica conseguenza della condanna in cassazione del 2007. Il 3 ottobre 2009 viene emessa la sentenza di primo grado: la Fininvest di Berlusconi deve risarcire 749,9 milioni di euro alla CIR di De Benedetti per danno patrimoniale da «perdita di possibilità»[9]. Il giudice Raimondo Mesiano, autore della sentenza, scrive che «[…] deve rilevarsi che se è vero che la Corte d’Appello di Roma emise una sentenza, a parere di questo ufficio, indubbiamente ingiusta come frutto della corruzione di Metta, nessuno può dire in assoluto quale sarebbe stata la decisione che un collegio nella sua totalità incorrotto avrebbe emesso […]» e ancora «[…] Proprio per questo, appare più aderente alla realtà del caso in esame determinare concettualmente il danno subito da Cir come danno da ‘perdita di chance’: vale a dire, posto che nessuno sa come avrebbe deciso una Corte incorrotta, certamente è vero che la corruzione del giudice Metta privò la CIR della chance di ottenere da quella corte una decisione favorevole […]» [10]. Il 15 ottobre il giudice Mesiano è oggetto di un servizio trasmesso dal programma di attualità Mattino 5, in onda sulla rete Mediaset Canale 5, che scatena molte polemiche [11][12][13].

    Nel marzo 2010 Corte d’appello di Milano rileva che il giudice Raimondo Mesiano aveva condannato la Fininvest senza avvalersi di un parere da parte di un consulente tecnico d’ufficio. Dispone quindi una perizia. Viene nominato un pool di consulenti, composto dal professor Luigi Guatri (ex rettore dell’Università Bocconi), da Maria Martellini (ex-docente di Economia e gestione delle imprese all’Università degli Studi di Brescia), e da Giorgio Pellicelli (professore ordinario alla Facoltà di economia nell’Università degli Studi di Torino). I periti sono incaricati di stabilire “se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti, siano intervenute tra il giugno del 1990 e l’aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e [all’]evoluzione dei mercati dei settori di riferimento”[14].

    Il 22 settembre 2010 viene depositata la consulenza tecnica d’ufficio[15]. Gli esperti, dopo aver evidenziato un “errore” di calcolo, ricalcolano il danno riducendolo. Dalla perizia depositata risulta che il danno subito da CIR in occasione dell’accordo dell’aprile 1991 per la spartizione dei beni di Mondadori, Espresso e Repubblica è più basso del 30-35% rispetto a quello indicato nella sentenza di primo grado[16].

    Il 9 luglio 2011 la Corte d’Appello di Milano emette la sentenza relativa al processo d’appello. I giudici confermano la condanna, espressa in primo grado, al risarcimento da parte di Fininvest dei danni economici per mancata possibilità subiti dalla Cir di Carlo De Benedetti in seguito alla iniqua sentenza della Corte d’Appello di Roma e al seguente lodo arbitrale. La cifra stabilita per il risarcimento ammonta a 540 milioni di euro da pagare in data della sentenza di primo grado, più gli interessi scaturiti da tale data per un ammontare di 560 milioni di euro. Rispetto alla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello ha abbassato l’ammontare del risarcimento di 190 milioni di euro.[17][18]

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