Ripensare l’approccio alla rete e al suo significato.

Oggi Agoravox Italia si dedica interamente alla delibera Agcom e alla libertà di espressione in Rete. Tra i tanti interventi autorevoli spiccano quelli di Daniel Domscheit-BergNoam Chomsky. Ecco il mio ben più modesto contributo alla discussione:

Da qualche settimana seguo la protesta, nata tuttavia ben prima, contro la delibera Agcom sul diritto d’autore. Ne ho letto il testo e ho cercato di comprenderlo. Ho letto le critiche di quelli che l’Authority ha definito «arruffapopolo» e compreso che non solo meritavano più rispetto degli insulti che hanno ricevuto in risposta, ma che erano posizioni fondate nel merito e nella sostanza. Più di quelle dei commissari Agcom.

Poi mi sono chiesto che cosa avrei potuto fare per spiegare ai lettori perché, data la bontà di quelle ragioni, la delibera rappresenti un pericolo per la libera espressione online. Interviste, approfondimenti, raccolte di pezzi altrui: ho fatto tutto il possibile. E non sono stato certo l’unico. Anzi. Molti, ben più competenti di me, hanno sviscerato tutti gli aspetti legislativi per dubitare, per esempio, che l’Agcom detenga il potere di intervenire su una materia tanto delicata saltando a piè pari il Parlamento e l’autorità giudiziaria in un colpo solo. Altri hanno rivolto una serie di domande mirate e implacabili sulla fattibilità tecnica ed economica del progetto, oltre che sulla sua stessa opportunità. Altri ancora hanno organizzato petizioni, proteste a suon di palloncini, incontri fuori e dentro alla Rete.

È stata una reazione forse tardiva, ma c’è stata. C’è chi ha scritto che, visto l’entusiasmo per i risultati delle amministrative e dei referendum, il web avrebbe potuto fare di più, soprattutto in termini di numeri. Può darsi: ma cambiare un’amministrazione sgradita o evitare di trovarsi una centrale nucleare sotto casa (e con entrambe le cose dare una botta a Berlusconi) forniscono un appiglio ben più saldo all’indignazione rispetto a una delibera sul diritto d’autore. C’è anche chi ha sottolineato l’ipocrisia di una politica (e di una certa società civile) sempre pronta a salire sul carro del proselitismo e sempre altrettanto pronta, una volta esaurita la spinta verso il consenso, a scendere dal carro e riprendere come nulla fosse. Ed è vero, verissimo: il problema di fondo, in questo Paese digitalmente arretrato, è culturale.

Solo una reiterata mancanza di curiosità e considerazione può far sì che, ciclicamente, la rete sia costretta a mobilitarsi per svegliare la politica, metterla sull’attenti rispetto a progetti che, vuoi per ignoranza, vuoi per malafede, rischiano di avere conseguenze censorie o frenanti per lo sviluppo del digitale. Farla rinsavire, insomma, fino al prossimo misto di torpore e obbedienza agli interessi di chi detiene forti rendite di posizione nel settore. È accaduto con il decreto Pisanu, l’emendamento D’Alia, il comma ammazza-blog del ddl Alfano e con il decreto Romani, solo per citare alcuni degli esempi più recenti. Finora la protesta ha funzionato, ma per quanto si può andare avanti a questo modo?

E mentre le battaglie hanno lasciato sul campo il cadavere dello sviluppo tecnologico del Paese, immobile e stabilmente nelle retrovie delle principali statistiche internazionali, i media tradizionali faticano a trascinare il dibattito pubblico sui temi che davvero andrebbero discussi da una platea la più ampia possibile. Temi su cui si gioca il futuro di tutti noi: come mutare il concetto di diritto d’autore garantendo la massima libertà di espressione possibile e allo stesso tempo remunerando in modo adeguato i produttori di contenuti? Come rapportarsi in modo consapevole con l’intrusività nella nostra privacy dei social media? Come distinguere il dissenso dall’odio, i ragazzini che rendono inaccessibile per qualche minuto un sito istituzionale da un criminale informatico che ruba dati sensibili e li pubblica indiscriminatamente online, il giornalismo di WikiLeaks dal puro e semplice sfregio di LulzSec? E, in tutto questo, che ne è della bellezza, dell’ozio, di quella lentezza che tanti, in tutte le epoche, hanno elogiato e di cui oggi è sempre più difficile godere?

Credo che tutto questo sia contenuto nell’opposizione alla delibera Agcom di queste settimane. O meglio: che sia possibile affrontare quella opposizione come un’occasione per ripensare il nostro approccio alla rete e al suo significato. E che sia auspicabile. Documentandosi, riflettendo. Documentando e facendo riflettere. Senza lasciare che la retorica del «bavaglio» prevalga. Perché c’è molto di più, in gioco. Si tratta dell’idea di convivenza in Rete che questo Paese vuole esprimere. Ne vogliamo discutere tutti insieme, giornalisti, attivisti, politici e semplici cittadini, prima che il potere riesca non solo a proporre, ma anche a imporre le regole che gli sono più congeniali?

3 pensieri su “Ripensare l’approccio alla rete e al suo significato.

  1. E’ vero, il problema è culturale. Proprio per quanto nessuno può aspettarsi che si possa risolvere in fretta, o sull’onda di quanto accaduto (in rete) con amministrative e referendum.
    Quello che dici tu, Fabio, lo condivido in pieno: è umiliante informarsi ed informare in rete e poi dover leggere sui giornali, o sentire nei TG, parlare di anonymous, di hacker, di blog, della rete, in maniera davvero confusa, mischiando a caso. Perchè poco si sa.

    Potrei dire, con un pò di demagogia, che questo accade perchè in Italia sono “tutti vecchi”, che in parte è vero. Però anche questo è culturale, nessuno impedisce a giornalisti e politici di 50 o 60 anni (ma anche 40, eh) di usare ipad e twitter. Come dicevi tu, di essere un pò più curiosi su cose che stanno cambiando il mondo.

    Ma oltre questo, mi chiedo: cosa possiamo fare di più, per ampliare la discussione sulle problematiche della rete, per far si che l’Italia sia più informata a riguardo, e per scongiurare definitivamente rischi come quello della delibera Agcom?

    Ho letto anch’io i post di Mantellini e Epifani, e appena avrò tempo commenterò anche lì. Anch’io come Mantellini mi sono un pò chiesto cosa c’entrassero Di Pietro e Bersani su questo carro, ieri alla nottedellarete. Ma questo va chiesto a chi ha organizzato l’evento, non credo che infici in alcun modo la mobilitazione di questi giorni.

    Però, rimandando all’articolo di Epifani, mi chiedo, cosa possiamo fare di più? A parte informarsi ed informare, fare tam-tam, usare i social network, creare eventi ed iniziative in rete e poi fuori, dibattere e dibattere. Sarò ottimista ed ingenuo, mi spiace, ma credo che si stia facendo abbastanza, che per ora vada bene così, che sia stata una bella mobilitazione quella contro la delibera Agcom. I paragoni poi con Turchia o con mobilitazione per i referendum, poi, mi sembrano davvero forzate, così come con Tamarreide. I cambiamenti culturali, che passano per l’informazione, richiedono anni. Continuiamo così.

  2. Domande e riflessioni molto interessanti. Però non ci si può aspettare che i media, che gia faticano per conto ad essere informaticamente alfabetizzati e mentalmente elastici sulla rete, non banchettino a suon di titoli catastroisti quando si verifica un qualcosa come l’attacco alle università risalente a ieri. E’ un po come la storia della No Tav, a un certo punto davanti a tutte le legittime proteste, prevale il muro contro muro, la violenza fine a se stessa dal quale escono tutti sconfitti (di più i NO Tav perché stanno perdendo l’appoggio “morale” di molta gente).

    Ecco analogamente, davanti a tutte le legittime battaglie a difesa della libertà della rete, per appoggiare Assange e la libera informazione, per danneggiare società che fanno dei dati sensibili un business.. Viene eseguito un attacco a delle Università (che non hanno un business ma offrono SAPERE e CULTURA) a cui segue l’atto criminale e vigliacco della pubblicazione dei dati sensibili di studenti e professori.

    In culo, perdonate il termine ma non sopporto queste contraddizioni, alle battaglie di sta cippa perché questa crombiccola di geek non ha fatto altro che dare in pasto alle aziende che dovrebbero contrastare proprio i dati sensibili con cui tanto si ingrassano.

    Non c’è peggiore sconfitta nella battaglie per l’affermazione degli ideali di commettere contraddizioni che li infanghino a loro volta. Per citare Bersani sulla Moratti, non che lo apprezzi particolarmente ma l’espressione era geniale, hanno tirato fuori la pistola e si sono sparati sui piedi.

    Si sono auto-delegittimati, dimostrando in questo caso la pochezza riflessiva (totale mancanza di autoregolamentazione e di capire qual’è la linea da non superare) che pongono nei loro intenti e di essere pericolosi non tanto per quello che fanno ma per il fatto che non capiscono la portata di un’azione simile. “non intendevamo fare danni”.

    E a sti cazzi, li avete fatti lo stesso.

  3. PS: ovviamente una grossa differenza rispetto ai No Tav, è che loro sono stati costretti alla violenza a causa del massiccio contro attacco delle forze dell’ordine (questo non sposta di una virgola il fatto che rispondere con i sassi ai lacrimogeni che NON CONTENGONO VELENI MUTAGENI come sostiene il solito scientificamente disinformato capocomico genovese) ha ben poco di giustificabile. Non esiste il concetto di difesa legittima davanti alle forze dell’ordine, se una coppia di carabinieri mi ferma e ritengo che mi stiano trattenendo ingiustamente solo perché la ronda era pallosa e hanno trovaro un pretesto per rompere le scatole (è capitato a mio fratlello ed un suo amico), questo non mi legittima a prenderli a calci in culo o a resistere al fermo. Purtroppo è così, le forze dell’ordine funzionano così prendere o lasciare.

    Ma detto ciò, nessuna stava puntando una pistola alla tempia a quei geek per far pubblicare quei dati sensibili, quindi in effetti il paragone con la No Tav potrebbe essere offensivo per il movimento. E non si capisce bene perché attaccare le Università a seguito dell’arresto di quei ragazzi hacker.

    Un po come se mi svaligiano casa e di tutta risposta inizio a prendere a martellate la prima auto che mi capita a tiro. Non si sa mai che se sono fortunato è proprio quella del ladro..

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