L’Italia non è un Paese per giovani: i dati.

Promemoria:

  • Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità, di cui il 90%  (482 mila) giovani under 30.
  • Tra il 2008 e il 2010 il tasso di occupazione dei giovani tra 18 e 29 anni è sceso del 6%, attestandosi al 42%. Più precisamente: per i giovani con licenza media dal 43,3% a 36%; per i diplomati, dal 48,8% al 43,9%; per i laureati dal 54,2% al 48,5%.
  • Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, l’occupazione è invece scesa del 13,2% tra il 2008 e il 2010, attestandosi al 35%. In Germania è al 57%, e il calo è stato contenuto al 3,1%. In Francia al 2,7%.
  • Nel 2010 i giovani Neet (Not in education, employment or training, cioè che non studiano, non lavorano e non si formano) sono 2,1 milioni, cioè il 22,1% dei ragazzi tra 15 e 29 anni. Sono 134 mila in più rispetto all’anno prima (+6,8%), quando la media europea era del 14,7%. Il maggior incremento si è avuto tra i giovani del Nord-est (+20,8%).
  • Tra i 15 e i 24 non studia né lavora l’11,2% dei ragazzi. La media europea è del 3,4%.
  • Il primo lavoro si trova, nel 55% dei casi, grazie alle segnalazioni di parenti e amici.
  • «I salari di ingresso sul mercato del lavoro sono fermi da oltre un decennio al di sotto dei livelli degli anni 80, senza che nel frattempo siano migliorati gli itinerari retributivi nel corso della carriera lavorativa» (Saccomanni, Bankitalia)
  • Il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 29 anni è stato nel 2010 del 20,2%, di quasi quattro punti percentuali sopra la media europea.
  • Nel 2009 quasi il 40% dei trentenni viveva con i genitori (negli anni 80 era il 16%).
  • Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni è attivo in termini lavorativi il 66,9% dei laureati. La media europa è dell’84%. Trovano meno lavoro dei diplomati di pari età (69,5%) e il trend è destinato a peggiorare: il tasso di occupazione dei laureati tra 25 e 34 anni è in costante discesa. Dal 2007 al 2010 è passato dal 71,3% al 66,9%.
  • Il 60,4% dei giovani tra 15 e 24 anni è impegnato in un percorso formativo, ma solo il 3,1% ha una laurea (la media europea è del 7,8%). Quanto ai 25-34enni, sono laureati nel 20,7% dei casi. La media europea è del 33%.
  • I 25-34enni alla ricerca di lavoro o esclusi da qualsiasi attività sono passati, nell’ultimo decennio, dal 20 al 28%.
  • «La maggior parte dei giovani entrati sul mercato del lavoro a cavallo della crisi sono scivolati nell’inattività»; «Il fenomeno del sottoinquadramento è aumentato dal 15,4% nel 2004 al 21,1% nel 2010. Sono oltre 2 milioni i giovani in panchina. La cosa grave è che questa è una situazione persistente e non è una condizione di passaggio» (Giovannini, Istat).
Soluzioni?
Fonti:
Istat (2) (3)

8 pensieri su “L’Italia non è un Paese per giovani: i dati.

  1. Pingback: L’Italia non è un Paese per giovani: i dati. (via ilNichilista) | RaffoBlog 2.0

  2. Un piccolo, incoraggiante segnale si potrebbe dare nella scuola. In genere i giovani insegnanti sono più freschi di studi, più disponibili a imparare e innovare, più vicini ai riferimenti culturali degli alunni. E la classe insegnante italiana è vecchia: non solo perché rispecchia la società italiana, ma anche perché premia solo e automaticamente l’anzianità, il che rende sempre più difficile l’ingresso dei giovani.

    Strumenti vari di (auto) valutazione degli insegnanti, fondi differenziati alle scuole secondo parametri di efficienza nella spesa e risultati (anche di apprendimento), più potere ai singoli istituti di scegliersi i propri insegnanti, di formarli con tirocini e incentivarli. Più autonomia e più soldi, anche privati, riforma graduale – ma non eterna – delle graduatorie, fino alla loro sparizione o completa gestione autonoma.

  3. Si alle modifiche della scuola indicate da Narno, ma la valutazione la lascerei agli alunni, a qualche anno di distanza (cioè quando stanno finendo l’università o stanno lavorando).

    Più in generale, riforma del mercato del lavoro nel senso di una maggiore flessibilità, minori protezioni per i vecchi, eliminazione del dualismo contrattuale e dell’art. 18. Diminuzione della pressione fiscale sulle imprese e sui lavoratori dipendenti, predisposizione di ammortizzatori sociali cospicui ma decrescenti col passare del tempo. Graduatorie pubbliche dei test d’ingresso all’università. Apertura radicale all’immigrazione.

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