L’Economist, l’Italia di Berlusconi e ciò che ci ha fottuto.

Nel lungo rapporto dell’Economist sull’Italia di Silvio Berlusconi intitolato «L’uomo che ha fottuto un intero Paese», non mi aspettavo di trovare, tra le conclusioni, questo argomento:

«Attribuire [a Berlusconi] troppe lodi o colpe per lo Stato in cui versa oggi l’Italia significa esagerare il potere di un uomo, perfino quello di un miliardario che ha usato i suoi soldi per creare il suo partito politico, raggiungere la carica elettiva più alta del Paese e poi usarla per preservare i propri interessi. Se l’Italia è un paziente con alcune precise lamentele, Berlusconi è più il sintomo che la causa».

Se davvero questa è la valutazione complessiva del settimanale, più corretto (o meglio, ugualmente scorretto) sarebbe stato titolare «Un intero Paese che ha fottuto se stesso». A meno che non si pensi che a uccidere siano i sintomi. E che per salvarsi, basti rimuovere questi ultimi, e non ciò che li scatena.

Invece si legge che «soltanto Zimbabwe e Haiti hanno avuto una crescita del Pil più bassa dell’Italia nella decade fino al 2010». Che il debito pubblico è al 120% del Pil. Che le tasse sono al 45,6% – ma per chi le paga, sono anche più alte. E ancora: che la giustizia non funziona, la scuola non è meritocratica, i giovani non hanno lavoro, le Caste restano tali e delle liberalizzazioni promesse non si è vista l’ombra.

Insomma, una lunga sequela di sintomi (e nemmeno particolarmente sconosciuti, anzi). E la malattia? Perché non cresciamo? Perché non si riesce ad ammodernare il Paese? L’Economist cerca di tenere insieme i due piani: da un lato l’incapacità di Berlusconi, troppo impegnato a fare i propri interessi per curarsi davvero del Paese e dunque sempre più unfit to lead Italy; dall’altro i nostri difetti endemici. Lo scarso rispetto della legge, l’egoismo, la furbizia. Che perpetuano evasione fiscale e corruzione, ammazzano la meritocrazia e i tentativi di riforma.

Perché Berlusconi ha indubbiamente fallito, a partire dal fisco e dalla giustizia. Ma, parafrasando l’Economist, non è stato soltanto lui a fotterci:

«l’Italia è una foresta selvaggia di piccoli privilegi, rendite e chiusure. Ciascuna ha il suo gruppo di pressione; insieme cospirano per rendere le riforme pressocché impossibili».

Quanto alla giustizia, «riformare le corti è impossibile», scrive il settimanale, «perché le ragioni di tutti sono discutibili». Anche quelle degli ex magistrati che fanno politica, come Antonio Di Pietro. «I giudici», infatti, «perfino quando hanno combattuto la corruzione politica, non dovrebbero diventare politici».

Lungi da me dunque mettere in discussione la bontà dei tre motivi principali che spingono l’Economist a bocciare sonoramente la vicenda politica del Cavaliere. Ossia il giudizio dal punto di vista istituzionale (prima che giudiziario) sul Rubygate; l’essere Silvio sfuggito alla legge cambiandola a suo uso e consumo; e soprattutto la sua radicale incapacità (che diventa «disinteresse») a comprendere e migliorare la situazione economica del Paese. Tuttavia forse, questa volta, i titolisti hanno voluto calcare un po’ la mano, anche a costo della fedeltà al messaggio, ben consci dell’effetto che avrebbe avuto. E questo, caro Economist, ti rende tanto, troppo simile a ciò che ci ha fottuto.

Lo speciale dell’Economist:

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13 pensieri su “L’Economist, l’Italia di Berlusconi e ciò che ci ha fottuto.

  1. Il titolista forse non ha calcato la mano, se vogliamo tradurre diversamente. “Screwed” vuol dire molte cose, mi pare più appropriato “mandato in vacca” che “fottuto”. Allora il titolo calza meglio: Berlusconi ha mandato in vacca il paese (ma non da solo)

  2. Gerardo, però non mi sembra che il senso cambi più di tanto. Che si tratti di «mandato in vacca» o «fottuto» (e io continuo a pensare calzi meglio la seconda), il senso del titolo è pur sempre chiaro (così come lo è quello dell’editoriale a supporto): la questione riguarda B.

    Poi leggendo il resto si capisce che le cose sono ben più complicate. Ma forse meno attraenti per suscitare dibattito e far parlare di sé.

  3. Mah, l’Economist alla fine ha sempre fatto titoli un po’ provocatori, magari impropri. è per vendere, l’importante è che gli articoli all’interno siano ben fatti.
    Comunque ti devo far notare un errore:

    «soltanto Zimbabwe e Haiti hanno avuto un Pil più basso dell’Italia nella decade fino al 2010».

    ti sarai confuso con la CRESCITA del Pil: è impossibile che una potenza come l’Italia abbia avuto un Pil più basso di due piccoli paesi del terzo mondo.

  4. Onestamente? Mi sembra che Chiusi si sia intruppato in una valutazione un po’ cervellotica: se nelle 15 pagine emerge come gli italiani, il loro carattere, i loro difetti, abbiano contribuito allo stato delle cose, il titolo non inficia questa analisi, ma semplicemente la condensa in una persona che – ufficialmente, essendo stato eletto – li RAPPRESENTA. Se nel 1945 un giornale avesse messo la foto di Mussolini con la stessa dicitura, qualcuno avrebbe davvero pensato all’epoca che fosse un titolo forzato? Suona un po’ ridicolo, secondo me. Prima di tutto perché è scontato – non si va al potere a dispetto di tutti neppure i regimi militari – e in seconda battuta, il Potere ha una una qualità “anarchica” (come spiegava Pasolini), per cui quest’uomo in copertina rappresenta i guasti del Paese ma lo ha fottuto, perché sfruttando l’ingenuità spacciata per furberia del suo popolo, ha migliorato la sua condizione peggiorando quella di tutti gli altri. Ma avrebbe anche potuto non farlo. L’ultimo film sulla guerra di Roberto Rossellini, “Il generale Della Rovere” racconta questa storia straordinaria, di un criminale che si spaccia per eroe per tradire la Resistenza, poi però conosce meglio questo ambiente e alla fine si identifica in quelli che avrebbe dovuto tradire, sacrificando sé stesso sull’altare della propria bugia. Intendo dire che secondo me le circostanze ci fanno essere buoni o cattivi, ma per la stessa ragione nessuno di noi può sinceramente affermare che non esista sempre, nella nostra vita, un momento in cui possiamo scegliere di diventare l’uno o l’altro. Quindi, alla fine, la responsabilità finale e unica è ancora del Cavaliere. Ed è giusto che sia sbattuto in copertina. Non c’eravamo noi nella stanza dei bottoni.

  5. «Quindi, alla fine, la responsabilità finale e unica è ancora del Cavaliere». Non sono d’accordo, e non lo è neanche l’Economist. La furberia di quella copertina è tutta qui.

  6. .. e io non sono d’accordo con te ;p mi sono stancato di sentirmi in colpa o di fare a gara a chi parla peggio degli italiani: come mai, allora, gli italiani sono sempre gli stessi, che basterebbe leggere Dante, ma abbiamo avuto Cavour e De Gasperi? come mai gli italiano sono il popolo orribile che è ma siamo stati capaci del Rinascimento o del boom del dopoguerra? Te lo dico io: perché in quel periodo ci fu POLITICA, ci furono persone in grado di guidare, di avere una visione. La responsabilità ultima è di chi siede al potere, perché ha un’occasione che nessun altro ha. io la penso così.

  7. “E questo, caro Economist, ti rende tanto, troppo simile a ciò che ci ha fottuto.”
    Non ho capito questa conclusione: in che cosa è simile? Posso capire la furbizia, che altro? Fosse questo l’unico “difetto” degli Italiani!

  8. L’Economist, oltre a fare un’analisi con cui mi trivo quasi del tutto in accordo, ha fatto un’ottima operazione pubblicitaria con un titolo secco ed accattivante anche se non proprio in linea con il contenuto dell’editoriale… forse anche per attirare l’attenzione di noi italiani che giudichiamo gli articoli esteri come “la scoperta dell’acqua calda” data la tanta assuefazione a “farci fottere”.

    Inquadrare B. come sintomo più che causa è fondamentalmente corretto, la democrazia non è mai morta in italia e B. è stato sempre eletto con voto regolare, la sua manipolazione è stata fondamentalmente psicologica attraverso le reti mediatiche ma l’azione a tenere B. come PresDelCons è degli italiani.

    Anche se è la figura politica più contenstata in Italia, di base vedo molta gente che si considera antiberlusconiana e nella quotidianità si comporta esattamente come un piccolo Berlusconi: aggirare i problemi invece di risolverli, agire con aggressività di fronte ad un torto prima di un eventuale giudizio, afferamente amare verità in facia senza alcun filtro e farla passare per schietta sincerità, ecc.

    Cercare una scusa dell’errore della maggior parte dei votanti che si ritrova al governo un porco vecchio pazzo non risolve i problemi della nostra politica.

  9. Non la causa, ma un sintomo.
    Sono d’accordo.
    Ma anche sottovalutare un sintomo può essere la causa della futura gravità di una malattia.

    Salut

  10. Il problema non è Berlusconi, e non sono nemmeno gli italiani.
    I problemi sono tanti: il conflitto di interessi considerato come componente fisiologica della vita sociale (tanto che la stessa sinistra non ha neanche provato a fare una legge che potesse evitarlo – e in quel modo Berlusconi sarebbe stato messo fuori gioco); l’arretratezza della nostra economia e la mancanza di un mercato veramente libero e concorrenziale; di conseguenza, l’esistenza di un sistema economico ingessato in categorie e corporazioni, che vedevano (e vedono) la politica non come strumento di ricerca del benessere collettivo, ma come garanzia di tutela per i loro interessi di bottega; componenti storico-geografiche come la presenza del Vaticano in casa nostra, e la posizione di frontiera tra blocco occidentale e blocco socialista, che hanno impedito lo sviluppo di una sinistra socialdemocratica sul modello europeo. Per citare solo i più importanti.

  11. La questione è che Berlusconi è solo la testa di turco della camorra e della mafia, un imprenditore con un gran sorriso che alcuni (i veri capi potenti), a suo tempo, scelsero come l’uomo politico di turno per l’Italia,uno tosto questa volta, o da far apparire tosto, un uomo che la gente vedesse come referente politico, un personaggio da amare o da contestare, non importava poi tanto, l’importante era che tutto cominciasse e finisse con lui, con il suo nome, che fosse lui a dare la faccia, che si parlasse di lui, che a lui venissero date le colpe o che di lui venissero elogiati i pregi, non importava, berlusconi era ed è nient’altro che mangime per gli italiani e per tutti gli altri. Uno dei tanti, tra l’altro, un politico oggi, uno domani, di destra, sinistra, tutte cazzate per far parlare e scannare la gente mentre le cose importanti si possono fare con tranquillità, all’ombra.
    Il resto, gli affari grossi, il denaro, la droga, le armi, il potere, è della mafia e della camorra che, con l’anima ed il cuore radicati nel nostro Paese, muovono le marionette in Italia, Europa ed in tutto il mondo.
    Quindi cari amici, quando l’Economist dice che Berlusconi è il sintomo, ha ragione, l’Italia, politicamente ed economicamente è della camorra e della mafia, là è dove, veramente, comincia tutto e finisce tutto,
    Triste ma vero.
    http://buenobuonogood.wordpress.com/

  12. Secondo me ci si dimentica (volutamente ?) quale contesto ha generato un Berlusconi politico, ovvero quella porcata che grida vendette nota come “mani pulite”. La medesima fazione politica che ha perpetuato tale colpo di stato, non ha avuto il coraggio di chiamarlo tale ed ha sperato in una maggioranza alle urne che ancora non poteva avere. L’astuto Berlusconi, che guarda caso prima di allora mai fu toccato, ha colto le occasioni che ingenuamente gli italiani gli hanno offero, senza ricambiare la cortesia. Teniamo conto che l’alternativa a B. non è mai stata e non è migliore. Per un osservatore obiettivo e pensante, è come vedere delle gangs rivali che tra loro alternano lunghe guerre a periodi di falsa convivenza pacifica, ma sempre ai danni dei cittadini. Questo il parere di un povero idiota, condizionato dalle tv (mai guardate le reti Fininvest, neanche i films pregni di pubblicità, ma solo rai) ed ex votante di B.

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