Critica del «servo libero del Cav».

Di tutto l’evento organizzato da Giuliano Ferrara al teatro Capranica, giustamente definito «il processo a Berlusconi», forse il primo da destra, dai suoi «servi liberi», resta la sensazione contrastante di chi chiede il rinnovamento davanti a una platea di anziani; di chi immagina il futuro guardando al passato; di chi, dopo 17 anni di promesse non mantenute, chiede al bugiardo, finalmente, di adempiere.

Sono volate anche parole grosse («disastro»), avventate («regicidio»), ambiziose («primarie»). La solita retorica più (Ferrara) o meno (Feltri) raffinata, con sempre il solito obiettivo: incarnare la «rivoluzione liberale» in un uomo solo e nella sua «lucida follia», nei suoi miracoli. Salvare una persona per salvare il Paese. Come se il Paese non vivesse che dell’estro, del genio del suo interprete unico.

Critiche, tante critiche. E questo, forse, è un aspetto nuovo. C’è la sensazione dell’imminenza della fine. E una resistenza cieca, che si appiglia al lessico degli altri (di nuovo, «primarie») senza crederci davvero (ma cos’è, per esempio, il Pdl senza la guida di Berlusconi?). Tanti propositi di cambiamento ipocriti, tante critiche spuntate.

Tranne una, a mio avviso. Quella del direttore del Tempo, Mario Sechi. Il suo intervento ha colpito nel segno. Perché ha smascherato una delle ragioni profonde del tramonto di Berlusconi e del suo modo di interpretare la politica. Quando Sechi dice che «non basta più un buon messaggio televisivo» per incantare gli elettori, guidarne le scelte alle urne, credo abbia ragione. Quando spiega che oggi il marketing politico si gioca più sul filo dell’ironia che degli insulti e del fango, credo abbia ragione. Quando, sempre davanti alla platea di anziani, argomenta che i social media «non sono il passatempo dei giovani adulti cresciuti con il Commodore 64», che la rete «è una piazza elettronica che fa movimento e voti», che Internet ha influenzato i risultati di Milano e Napoli alle amministrative, credo ancora abbia ragione.

Difficile non pensare Sechi abbia calcato la mano. Tagliato ragionamenti complessi con l’accetta, enfatizzato quelle che, finora, sono solo sfumature, segnali. Ma in parte è naturale, fisiologico, dato il luogo dove si trovava. Dato che intendeva provocare, trasmettere una scossa. Dubito ci sia riuscito, visto con chi si trovava a dialogare. Ma quando per esempio fa capire a Ferrara che, sì, il Foglio può accumulare numeri monografici, organizzare dibattiti e dettare regole, ma il vero movimento per le primarie del Pdl si farà (anche) in rete (come si sta già facendo) o non si farà, credo di nuovo abbia ragione.

Il punto è tutto lì: il centrodestra oggi berlusconiano, con o senza Berlusconi, riuscirà ad avere l’umiltà di ascoltare il «tam tam della foresta» o continuerà a preferire il suono ovattato delle stanze del potere in cui si è rinchiuso, barricato? «Fuori c’è altro», ha detto il direttore del Tempo. Verissimo. Se anche i berluscones se ne accorgessero, ne guadagnerebbe l’intero dibattito pubblico. E forse, si potrebbe ricominciare a parlare di politica senza l’ingombro di quella sagoma di cartone cui i «servi liberi» hanno voluto nuovamente prostrarsi, snobbati perfino dall’uomo che raffigurava.

2 pensieri su “Critica del «servo libero del Cav».

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