Il deserto del Primo maggio.

Non ho visto il concerto del Primo maggio. Tuttavia ne leggo sui siti di informazione, e dunque ne ho la percezione che potrebbe averne un qualunque italiano nella mia stessa situazione. Cioè la maggior parte. Devo essere sincero, e dire che non capisco l’euforia intorno a questa data. Una festa dei lavoratori è sacrosanta, ci mancherebbe, soprattutto per il significato simbolico di ricordare l’importanza del lavoro per la realizzazione dell’individuo nella sua totalità e per la sua funzione essenziale svolta all’interno di un equilibrio democratico.

Tuttavia, portando i principi sulla terra, il lavoro in questo preciso momento storico rappresenta anche tutt’altro. Prima di tutto un incubo per milioni di miei coetanei, disoccupati o sotto-occupati. Poi un insuccesso della classe dirigente italiana tutta, dal governo ai sindacati (forse mai così divisi e, di conseguenza, inutili) passando per il mondo dell’imprenditoria e della finanza. Incapaci di nutrire i talenti dove e quando servono, incapaci di offrire le stesse opportunità ad abbienti e meno abbienti, incapaci di formare al rispetto della conoscenza e dimostrare che, nei fatti, paga. Poi ancora un fallimento nostro, di noi come società: del nostro stile di consumo, dei nostri obiettivi, del nostro rispetto reciproco.

Di fronte a tutti questi fallimenti e alla coralità del disastro, non sono riuscito a gioire nemmeno un momento per questo primo maggio. Tralasciando il fatto che per buona parte della giornata ho lavorato, e che molti colleghi hanno faticato almeno altrettanto, l’idea stessa di festeggiare la mia attività mi è suonata più beffarda, autoironica che degna di un concerto e di uno slancio di idealità. E poi sarebbe ora di confessarlo: come gesto simbolico ha perso efficacia. La vera festa dei lavoratori sarebbe stato lasciare quel palco deserto. Una cattedrale al nulla in una piazza vuota. Triste, forse, ma più rappresentativo del futuro di molti di quelli che erano nel pubblico.

Sarebbe il caso di aggiornare la simbologia, insomma. Chiederci, attraverso l’espediente del concerto, se abbia ancora senso ricordare il valore del lavoro con una festa o con un atto collettivo di un altro tipo. Invece sposteremo l’attenzione dai lavoratori alla libertà di espressione polemizzando sulla liberatoria che impediva di parlare di politica sul palco. Giusto, per carità: ma con il lavoro, i lavoratori e un motivo per festeggiare entrambi non c’entra un bel nulla.

9 pensieri su “Il deserto del Primo maggio.

  1. Non stai per caso mischiando il lavoro, inteso come attività regolata da un contratto (se va bene…), che in questo periodo fa, come dici tu, venire voglia di tutto tranne che di festeggiare, con il lavoro come diritto, che in linea di massima è lo spirito di questa festa?

  2. Il vero senso della festa del primo maggio riguarda il primo sciopero fatto da lavoratori americani,che fù represso nel sangue.Si festeggia perchè è l’inizio di una rivoluzione pacifica contro l’imposizione di regole di lavoro disumane,quindi come percorso di emancipazione dei lavoratori. Vista sotto l’aspetto di questo grave periodo di crisi generale,effettivamente mette tristezza.

  3. No, Matteo, stavo cercando di argomentare che il lavoro come diritto va forse ribadito in altri modi, visto che il lavoro come fatto (calato nella realtà, insomma) sembra imporlo.

    • infatti sembra di festeggiare o celebrare qualcosa che si è perso: la dignità dei lavoratori.
      Dovremmo tornare a capire l’essenza di questa festa e tornare a pretendere il lavoro e un trattamento dignitoso come diritti. Magari per farlo non ci vuole solo un concerto, quello sembra distonico di questi tempi.

  4. Showbusinness, tristemente, anche quel concerto. Non so quanti di quei ragazzi sono coloro che, anche nei giorni di festa, devono ingegnarsi per non fare la fame. Molti sono, di sicuro, ragazzi che genitori molto solleciti alimentano di telefonini, denaro non per studiare ma per fare la vita notturna nelle città universitarie, ed euro per la benzina e per lo sballo del fine settimana. No, non voglio generalizzare: è con tristezza che dico questo. Mi chiedo quanto siano stati pagati, i partecipanti allo show. Quanto abbiano puntato i vari sponsor, quanto siano stati pagati i conduttori, ecc.. Non voglio sembrare cinica (ho appena 26 anni), ma nemmeno voglio sopprimere questi miei legittimi sospetti. Anche la ribellione si è fatta etichetta e sete d’identità (laddove, evidentemente, non ce n’è).
    Voglio guardare la vita in faccia.

  5. E’ un post interessante e concordo su molti punti, sopratutto sulle domande che dovremmo porci inerente a questa “non più festività”. Io dovrei ritenermi una lavoratrice fortunata visto che ho il famoso contratto a tempo indeterminato che mi consente di rateizzare anche mia madre per i prossimi 30 anni… eppure ieri ho lavorato perché di base non sono di famiglia benestante, a 30 anni vivo in una stanza in affitto e con i lavoretti esterni alle canoniche 8 ore mi ci pago gli svaghi: la birra con gli amici, 3 giorni in qualche bella città europea a luglio o settembre, libri, fumetti e hobby vari… quindi non ho motivo di lamentarmi… eppure mi viene da pensare a che razza di vita faccio se il mio tempo libero per godermi “i frutti del mio lavoro” si riduce dalle 11 all’1 di notte ed un paio di settimane di ferie l’anno…

  6. Ho fatto molti colloqui di lavoro e inviato migliaia di curriculum. L’impressione è che le aziende siano terrorizzate dall’idea di assumere qualcuno, anche addirittura solo per collaboarazione, forse perchè sono piene di persono che sono state “costrette” ad impiegare, oppure perchè sono veramente impreparate per quanto concerne la selezione del personale.

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