Silvio Forever, la fiaba e la farsa.

E se Silvio Forever fosse una pellicola pensata per gli elettori di Berlusconi? Il lavoro di Stella e Rizzo non può, infatti, soddisfare i suoi detrattori: troppo compiacente, troppo sfumato, troppo allusivo. Soprattutto, troppo lacunoso sulle vicende giudiziarie del Cavaliere e, in particolare, sui presunti rapporti con la mafia.

Ma gli autori non sono certo degli sprovveduti. E allora viene il sospetto che sia stata una scelta programmatica. Raccontare Berlusconi con gli occhi di Berlusconi, certo, ma anche e soprattutto con quelli dei berlusconiani. Successi, simpatia, ottimismo, belle donne, denaro. Aspetti sottovalutati a sinistra, ma fondamentali, credo, per spiegare l’attaccamento di una parte d’Italia a Berlusconi. E alla sua vita ineguagliabile. E invidiabile.

Per i suoi elettori, naturalmente. Di cui il film sembra mutuare la visione del mondo, ma con l’intento, furbesco, di scardinarla. Ed ecco che mentre Silvio racconta di quanto sia importante il valore della famiglia si mette in mostra la sua sfrenata passione per le donne. Mentre vanta i miracoli a Napoli e l’Aquila compaiono sullo schermo ammassi di immondizia e case sventrate. L’esuberanza mostra il suo lato grottesco a livello internazionale, con le note gaffe con Barack Obama e Angela Merkel. La fiaba, insomma, si tramuta in farsa. Ma non lo fa attraverso gli occhi dell’oppositore: è la farsa di chi ha creduto in Berlusconi, e di chi ancora gli crede.

Però in qualche punto il meccanismo si inceppa. Il tentativo di graffiare Berlusconi attraverso il caricaturale e il grottesco lascia il posto al caricaturale e al grottesco. E così il racconto finisce per esaltare la caricatura, e mettere in ombra l’uomo. La sensazione è che la pellicola restituisca l’immagine di un Berlusconi inguaribile monello, un «guascone» con la battuta pronta e un difetto tra i più perdonabili: quello di non saper resistere alle tentazioni. Non molto di diverso da come il suo elettorato già lo concepisce. Accettandolo.

Certo, in chiusura due righe evidenziano che il patrimonio del Cavaliere si è moltiplicato da quando è entrato in politica. E qualche minuto prima Indro Montanelli aveva ricordato che la «discesa in campo» era motivata dalla tutela di interessi personali. Ma senza spiegare come e perché si è giunti a quella necessità e a quei risultati, i dati diventano parte della fiaba, più che delle farsa.

Ecco, se l’intento del film era raccontare un Berlusconi inedito ha fallito, perché gran parte delle immagini mostrate sono ormai parte del dna della nazione, che lo si voglia o meno, e le si conosce a memoria. Ma se l’intento era, come ipotizzato, aprire gli occhi ai suoi elettori attraverso il loro linguaggio, allora temo abbia doppiamente fallito. In sala si è molto riso, e poco pensato. Come se quel racconto fosse una commedia, e non la biografia di un Paese che rischia di rimanere intrappolato nella sua caricatura. Senza capirsi più.

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