L’industria della repulsione.

I lettori avranno notato che da qualche tempo il blog è sostanzialmente fermo. Non significa che abbia intenzione di chiuderlo: anzi. Semplicemente, sono stato al lavoro su un progetto molto impegnativo e dai tempi strettissimi. Presto ne saprete di più, per ora – se lo volete – potete limitarvi a un atto di fede e augurarmi buona fortuna.

Ma non scrivo questo post per parlare di me. Il periodo di assenza dalla quotidianità e dalle sue isterie mi ha fatto balenare per la testa un pensiero sgradevole e uno davvero sgradevole. E volevo comunicarveli. Ma per farlo devo fare riferimento ancora, seppur brevemente, alla mia esperienza personale. Me ne scuso.

Quando ho aperto questo blog, nell’estate del 2009, provenivo da un lungo periodo di disillusione. Avevo trascorso un intero semestre a caccia di un lavoro a Londra dopo aver concluso il master alla LSE, senza alcun successo. La stessa esperienza scolastica, in sé, non mi aveva confortato particolarmente circa lo stato della meritocrazia nelle istituzioni accademiche. Anche lì, come ovunque, c’erano studenti più uguali degli altri.

Ho deciso dunque di rientrare in Italia, cercando per quanto fosse possibile a un carattere riflessivo e pigro come il mio di contribuire in qualche modo a fare del bene al mio Paese. Ho deciso così di aprire un blog per denunciare quotidianamente ciò che non mi andava a genio. Non un grande impegno, me ne rendo conto, ma è tutto quanto il mio egoismo mi ha concesso.

All’inizio avevo una terribile fame di notizie, di retroscena. Un po’ per colmare le mie enormi lacune conoscitive, un po’ perché non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Le cose sono andate bene, e grazie al blog sono entrato in contatto con alcune persone meravigliose e con testate di prestigio con cui ora collaboro. Ho perfino trovato un lavoro vero, grazie al blog. Una bella storia, presa in sé. Di quelle che piacciono nell’era del giornalismo «dal basso», «partecipativo», 2.0 o come diavolo lo si voglia chiamare.

Però. Però succede che dopo un anno e mezzo di post ininterrotti questa circostanza lavorativa mi abbia imposto uno stop. Tenere aggiornato un blog è uno splendido lavoro, estremamente gratificante, ma è un lavoro. E richiede del tempo. Che in questi ultimi tempi non ho avuto. Concentrandomi sul lavoro che sto portando a termine mi sono allontanato dal flusso della quotidianità. Al mattino un’occhiata rapida ai quotidiani, durante il giorno qualche intemerata sul sito del Corriere, di Repubblica o di Lettera43. Qualche telegiornale durante i pasti. Ma niente blog, niente approfondimenti, niente perlustrazioni di Twitter e Facebook, niente ricerche su Google per approfondire questo o quel tema.

In sostanza, ho avuto per qualche tempo il rapporto con l’informazione che ha la gran parte della cittadinanza che consideriamo «informata». Ebbene, ecco da dove è nata la sensazione sgradevole di cui parlavo. Visto da «fuori» il mondo dell’informazione italiana non è solo deprimente, ma respingente. Non invita ad approfondire, non stimola le proprie capacità critiche, non aiuta a fantasticare né a ragionare in termini logici. Non informa su ciò che sta a cuore ai cittadini, ma su ciò che sta a cuore a se stesso.

Ci sono, come è ovvio, delle eccezioni. Questo non vuole essere il discorso qualunquista di chi ritiene che tutto sia una merda e che dunque vada, come le è proprio, buttato nel cesso così da poter tirare lo sciacquone. Però il problema c’è, e a essere stati da entrambi i lati della barricata, se così si può dire, se ne diventa consapevoli. Questa è la sensazione sgradevole: che ad allontanare i cittadini dall’informazione che potrebbe renderli consapevoli sia l’informazione stessa, e non la loro pigrizia.

Basta pensare alla politica italiana. La si può abbandonare per giorni, tanto la si ritrova sempre allo stesso punto. Raccontata sempre allo stesso modo, sempre dalle stesse persone, con sempre gli stessi litigi, le stesse deformazioni, le stesse accuse, gli stessi toni sgraziati, la stessa cronica mancanza di stile, delicatezza, sfumature. La stessa disarmante mancanza di sorprese. Non nel senso della sparata a effetto – ce n’è quotidianamente – ma in quello che costringe il lettore a esclamare: non ci avevo pensato. E allora, se le cose stanno davvero a questo modo, perché un passante dell’informazione dovrebbe voler addentrarsi nei locali dell’informazione italiana? Perché pagare per un pasto quando puoi saziarti – anzi, nausearti – con l’aperitivo?

Una nausea che torna comoda. Perché spesso si accompagna all’indignazione. Contro il contenuto di ciò che si legge, ma anche contro chi scrive. E il cittadino indignato consuma altra indignazione, altra nausea. E dunque, altra informazione. Perché la nausea allontana, ma allo stesso modo nutre un perverso rapporto di dipendenza per cui certo, fa schifo avere la nausea ma non si può nemmeno rimanere a digiuno per sempre. E poi stare a digiuno rende ascetici, mentre la nausea fa litigare. E litigare ci piace tanto. Quindi tutto sommato perché non leggere il miliardesimo articolo sulla riforma della giustizia promessa da Berlusconi? Perché non divorare l’ennesima intervista al leader dell’opposizione che dice che bisogna creare un’alternativa valida per il Paese? Perché non accendere la televisione e farsi violentare ancora un po’ da Minzolini o da chi per lui?

Questo mi è passato per la testa durante questi giorni di assenza forzata. Presto rientrerò nei ranghi, tornerò a far parte di chi invece di attrarre i lettori cerca di respingerli. Un po’ meno inconsapevolmente, il che è un male. Ma non cercando di proposito di suscitare la repulsione dei lettori. E se invece, ed ecco sgorgare la sensazione davvero spiacevole, fosse proprio questo il progetto deliberato di chi difende lo status quo? Se fosse attraverso questa industria della repulsione che il potere si è reso inattaccabile?

11 pensieri su “L’industria della repulsione.

  1. “E se invece, ed ecco sgorgare la sensazione davvero spiacevole, fosse proprio questo il progetto deliberato di chi difende lo status quo? Se fosse attraverso questa industria della repulsione che il potere si è reso inattaccabile?”

    Be’, non è bello dire a te una cosa del genere, ma… Menomale che ci sei arrivato anche tu. Meglio tardi che mai. Ora, però, passa parola. 😉

    Un abbraccio.

  2. Sì è vero, è veramente una notizia orripilante… proprio quegli organi di informazione che dovrebbero aprire gli occhi ai cittadini inermi, sono in realtà alla mercè di chi vuole la loro confusione, e non fanno nulla per negarlo… difficilmente si trovano unanimi su situazioni politiche interne, internazionali o economiche, bisticciano sul bunga bunga, balbettano sul federalismo prossimo venturo, silenziano completamente sui sindacati divisi (UNICO ESEMPIO PLANETARIO) il loro compito è assolto: ABITUARE GLI ITALIANI AL PEGGIO CHE HA DA VENIRE con la benedizione di maggioranza ed opposizione (tanto il popolo è bue).
    L’unico esempio negli ultimi mesi di una protesta degna di tal nome è venuta dagli studenti universitari, ma si sà bene.. le loro risorse sono limitate……

  3. Purtroppo non solo c’è chi sente un bisogno morboso di nausea, c’è anche chi ci rinuncia proprio o non ne vuole sapere.

    Poco fa ho fatto una battuta su Bondi ai miei compagni di classe, e una compagna, una persona anche molto intelligente, mi ha detto che non sapeva chi fosse Bondi. Quando stavo per spiegarglielo mi ha fermato dicendo che non voleva saperlo. Lei era “schifata” della politica, non voleva sapere niente. Non gli interessava, rigettava. Ci sono rimasto un po’ come Watson quando scopre che a Sherlock Holmes non le interessa sapere l’ordine dei pianeti nel sistema solare (se non sbaglio è nel libro “uno studio in rosso”)

    Ma non ci rimassi male perché non mi aspettavo un atteggiamento del genere, quello che richiama la repulsione all’informazione che hai illustrato con questo post. Io a un concetto del genere ci ero arrivato per sperienza personale. Ci sono rimasto di stucco, invece, perché non mi aspettavo un discorso simile da lei. E iniziai a pensare che come lei ci sono tante persone, che uno non direbbe, le quali si comportano in tal modo riguardo la politica o la situazione del paese.

    Ora, la prima volta che ho lavorato in fabbrica ho capito che certi tipi di informazioni sono ripetitivi e ti fanno perdere il senso del messaggio. Lavorai per 3 mesi, arrivavo così stanco a casa che non avevo voglia di “informarmi”. Ero stanco, mi sedevo sul divano e mi sparavo il telegiornale cercando un minimo, perché dopo 8 ore di lavoro in fabbrica ti rimane quel poco, per discernere dalle stronzate che ti sparano. Ma il telegiornale me lo sorbivo lo stesso.

    Di chi è la colpa? dello spettatore/lettore colui che consuma l’informazione. Oppure la colpa è del tipo di informazione, di come viene strutturata e sparata alle persone? Io propendo per la seconda. Come si fa a biasimare operai e lavoratori, che in fabbrica è da anni che lavorano, se poi non vogliono guardare il telegiornale o lo guardano ma non hanno la forza di affrontarlo con un po’ di critica?

    Questo non è il caso della mia compagna, di lei si potrebbe dire che è una ignava.

    Ora, hai fatto enfasi in una cosa molto interessante. Cioè la relazione che c’è tra l’informazione il contenuto. Infatti, secondo me, “informazione” può dire tutto o nulla. E come sostiene James Gleik, ormai siamo talmente pieni di informazione che il significato e il contenuto stanno diventando superflui. Qualcosa che riprende il senso della famosa frase “il mezzo è diventato il messaggio” di McLohan.

    Per quanto mi riguarda, cerco sempre di dare importanza ai contenuti, sia quando scrivo e sia quando leggo. Però, personalmente, anch’io ho dei momenti in cui devo staccare. Non sono nato qui e non sono di madrelingua italiana, il che – per mia fortuna – mi permette di spaziare anche mentalmente l’informazione che ricevo. Mi spiego meglio, quando sento il bisogno, inizio a pensare, leggere e scrivere in un altra lingua. È come entrare in altri universi, non so come spiegarlo. Ma mi allontano da tutto quello che finisco per schifare, e poi torno. 🙂

    Saluti e buona fortuna per quel che stai facendo 🙂

  4. Certo tutto va cambiato, allontanarsi dall’informazione impersonale. Quella di “sistema”. Il web è talmente umano, così umano da impressionare, così ricco da attendersi una risposta diversa per ognuno di noi, che a sua volta è diverso dall’altro…Come “l’impronta del digitale”…Ci vorrebbe un’informazione, una che sia speciale per ognuno di noi. E’ l’infinito, plausibile, del web. Ma il suo giornalismo imposto ancora da regole di vecchi, limitato, canonico, lento, prevedibile…Fra le proposte: altri blogroll, ricchi, come quelli del Fatto, ad esempio ( invece Liquida potrebbe lavorare meglio, che è solo un caos algoritmico). Blogroll anche di gente comune, fatti di storie quotidiane. E’ vero che scrivono tutti in Italia, o no ? Si potrebbe allora dare vita a un filone, un’ avanguardia di letteratura giornalistica? Un giornalismo sociale? Vorrei vivere 200 anni, ciao!

  5. Penso che la nostra società sia malata di assuefazione,che la rende indifferente a ciò che succede giornalmente.Il ” vivi e lascia vivere” addormenta le coscenze,anzi offusca le menti.Bisogna rieducarci a meravigliarci di ciò che riteniamo buono e,ne esiste ancora tanto e, di indignarci per ciò che riteniamo cattivo,che continua ad aumentare costantemente,perchè per comodità od egoismo preferiamo guardare dalla parte opposta.Di ciò siamo colpevoli.

  6. Ciao Fabio,
    grazie per le tue analisi, scrivi molto bene di cose che spesso penso, argomenti bene e riordini pensieri che anche noi abbiamo in ordine sparso; in questa tua esperienza mi ritrovo molto, essendo un professionista (non giornalista) da molti anni nel modo dell’informazione, la vivo da entrambi i lati della barricata.
    Un mio vecchio, e grande, direttore diceva: “Se l’ortolano della Ghiaia (un mercato locale popolare) non ti comprende non é colpa sua, ma tua che non ti sei fatto comprendere”; purtroppo ora la professionalitá viene usata per lo scopo inverso, anzi non solo non ti faccio capire, ti allontano proprio dalle fonti, cosí se per caso sei anche solo un po’ presente proprio non vedi la notizia…

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