Io difendo Wikileaks.

(Per Lettera43.it)

Sono le 14,30 in una caffetteria affollata di Portland, Oregon. Tangerine Bolen aggiusta le cuffie e il microfono, ma la voce continua a giungere disturbata attraverso le linee di Skype. Eppure il suo entusiasmo è tangibile, riesce perfino a farsi largo nel complicato sistema nervoso della rete.
IN DIFESA DI ASSANGE. Tangerine, un giorno di dicembre 2010, ha deciso di mettersi in moto per difendere Wikileaks. Le letture, le riflessioni non le bastano più. Julian Assange, il volto dell’organizzazione che entra nella testa del potere e ne mette i pensieri nero su bianco, ha subito abbastanza. Perché negli Stati Uniti c’è stato chi ha proposto di ucciderlo, chi di incriminarlo per terrorismo o spionaggio, chi ancora di farne un insopportabile, lercio guardone, pazzo e stupratore.

Nasce RevolutionTruth.org

«Dovevo fare qualcosa», dice Bolen combattendo con il chiasso del locale, «perché Assange è stato demonizzato dai nostri media». E lo ha fatto, aprendo il sito RevolutionTruth.org. «Tutto è partito come un progetto solitario», rivela. Cioè con una lettera indirizzata al governo statunitense che, con i toni moderati e vagamente utopici dell’attivismo, chiede di «fermare la persecuzione non democratica di Wikileaks». E, anzi, di farne propria la lezione, «fornendo al pubblico quelle informazioni oneste e veritiere da cui la democrazia dipende».
PAURA DI ESPORSI. Non solo: Bolen chiede l’aiuto degli amici vicini e lontani per intessere una trama di video che ritraggano, in prima persona, prese di posizione in favore di Assange. All’inizio l’idea non decolla: «La cosa sorprendente è quanti avessero paura di parlare», dice preoccupata. «Tanti degli americani con cui ero in contatto, anche quelli dalla mentalità più critica e liberale, si sono rifiutati di schierarsi apertamente in favore di Wikileaks perché erano troppo impauriti».

L’aiuto di Michael Moore

La demonizzazione ha funzionato, sottolinea Bolen, è il frutto avvelenato del «clima di terrore che si è instaurato in questo Paese dopo l’11 settembre». E così non resta che farsi aiutare dal resto del mondo. La rete, si sa, offre opportunità straordinarie. Un giorno il regista Michael Moore si accorge di lei. La sua idea gli piace e decide di rilanciarla dal proprio visitatissimo sito. Se ne accorge Wikileaks stessa, che dalle pagine dei propri social media sferra il colpo decisivo alla grancassa.
DIECI FIRME AL SECONDO. RevolutionTruth.org riceve 300 video da una quarantina di paesi diversi in pochi giorni. E la lettera, da quante persone è stata sottoscritta? «Oltre 7.800», risponde Bolen, di nuovo radiosa. «Al momento in cui siamo andati online abbiamo ricevuto 10 firme al secondo, ora sono tra 10 e 20 al minuto», per 53 mila visite. A impressionare, tuttavia, è che nel solo primo giorno siano stati rappresentati 142 paesi e 91 lingue.
IN ARRIVO IL DOCUFILM. In meno di 24 ore, «ma dopo tre notti insonni», nasce un trailer che si diffonde in modo virale. E che anticipa un breve docufilm, «ideato, realizzato e prodotto dai partecipanti», in uscita a breve. Con il volto dello stesso Moore e, sorpresa, quello di Assange. Con cui Tangerine sembra avere imbastito un qualche tipo di contatto, ma su cui, tuttavia, non si sbottona.

Visioni collettive in tutto il mondo

«Al momento la cosa è ben al di là delle nostre forze», confessa. Ma la stanchezza si arrende di fronte ai prossimi passi che intende compiere: organizzare visioni collettive del docufilm in tutto il mondo, a cui faranno seguito dibattiti sullo stato della libertà di espressione e della democrazia nel mondo dopo Wikileaks. Perché «Wikileaks ha abbattuto una porta che è rimasta chiusa per troppo tempo, secoli se non millenni»: una porta che rinchiudeva segreti scomodi, abusi che hanno legittimato «crimini» da parte dei governi di tutto il mondo. Di cui si aveva il sospetto, ma non la certezza, le prove. Ora che Wikileaks le ha fornite, si scalda Tangerine, «faranno di tutto per chiudere di nuovo quella porta. Ma noi dobbiamo impedirlo».
RACCOGLIERE VIDEO-DENUNCE. Di certo, le energie per lottare non le mancano. Bolen ha già in cantiere la traduzione della lettera al governo statunitense in più lingue possibili («al momento abbiamo cecoslovacco, spagnolo e arabo, vuoi tradurla in italiano?») e, soprattutto, l’idea di fare del sito il centro di raccolta e diffusione delle video-denunce delle persone in difficoltà in tutto il mondo. E produrre nuovi docufilm.
NON SOLO ANONYMOUS. La difesa di Wikileaks non passa, dunque, solo per gli attacchi informatici degli attivisti digitali di Anonymous, impropriamente definiti «hacker» ma certamente operanti al limite della legalità, con cui Tangerine rivela di non avere «alcun rapporto». Prima di precisare: «Serve una discussione intelligente su temi come questo. Che sono raccontati in bianco o in nero e invece sono complessi e paradossali».

Il trailer del docufilm:

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