Vittorino Andreoli e la giungla digitale: quando lo psichiatra diventa etologo.

Forse non lo conoscevate. Ma da oggi, grazie a Vittorino Andreoli, due pagine (30 e 31) sul Corriere della Sera in edicola, avete il privilegio di recuperare il senso profondo dei vostri comportamenti digitali. Ecco tutte le verità dello psichiatra:

  • «Gli adolescenti di oggi sono degli empiristi e quindi agiscono senza progettare l’azione e senza nemmeno chiedersi quali ne siano il senso e le conseguenze».
  • «Ciò li differenzia dalle generazioni razionaliste portate invece a un primum cogitare, deinde agire».
  • Del resto «La digital generation non ha radici».
  • Infatti «vive in un mondo, quello digitale, che c’è quando si accende il computer, finisce quando lo si spegne. Se dopo un attimo lo riaccende, riappare ma ha caratteristiche che non hanno alcun legame né di continuità logica né di vissuto con il precedente, per cui si tratta di un nuovo mondo che però dura la frazione del tempo in cui si mostra e si consuma».
  • «L’adolescente ha quindi un comportamento del tipo stimolo-risposta: se c’è uno stimolo è possibile una risposta, ma se manca egli è nel vuoto».
  • Una conseguenza? Che sono i giovani a essere adatti a un posto di lavoro precario, a desiderarlo: «Stanno scomparendo i lavori fissi, quelli di tutta una vita, le carriere. Ebbene al di là delle ragioni economiche e produttive che possono aver causato questo importante cambiamento rispetto al passato, si deve aggiungere che essi non interessano affatto i giovani. Non ne percepiscono nemmeno il dramma della scomparsa. Hanno la mente «adatta» a lavori di breve durata e possibilmente mutevoli, per mantenere le caratteristiche di stimoli nuovi». Perché sono inadatti all’impegno.
  • Tutto questo ha delle spiacevoli conseguenze sul piano relazionale: «Una delle ricadute di questo scenario la si avverte in maniera notevole sulle relazioni interumane, sui legami».
  • E cioè «Si può affermare che la digital generation vive le emozioni, ma non i sentimenti».
  • «In forma ancora più esplicita si tratta di una generazione incapace di legami sentimentali».
  • «Ne deriva che con il mondo digitale (computer, Internet) sono possibili emozioni e molto forti, non invece le relazioni sentimentali».
  • Altra conseguenza nefasta, queste emozioni molto forti non bastano mai, sono una droga:  «La digital generation ha bisogno di emozioni sempre più forti come producessero una sorta di assuefazione per cui bisogna aumentare la quantità di una droga, onde avere lo stesso effetto che in precedenza si otteneva con una dose inferiore».
  • Il che è un segnale di profonda insicurezza: ma «La violenza della digital generation è legata all’insicurezza. Il livello a cui è giunta, che non è ancora estremo, lo si deve coniugare necessariamente anche alla violenza del mondo digitale».
  • Per esempio «Usando un videogioco del tipo «killer» , si può giungere a uccidere 900 sagome umane nei 3 minuti della sua durata e il punteggio record si lega proprio a quanti morti si sono fatti».
  • Anche se «Il capitolo se il mondo digitale produca più stimoli violenti di quanti non ne sedi meriterebbe una lunga disamina».
  • La conseguenza più grave, tuttavia, è la perdita di significato della morte: «Perdendo il significato del tempo che passa, di conseguenza la morte perde ogni valore escatologico e diventa un gesto. Come se si muovesse la mano per colpire o allontanare una mosca che si è fastidiosamente appoggiata sul proprio naso».
  • «D’altra parte come è possibile dare un senso alla morte per degli empiristi che sanno considerare solo le esperienze?»

Incapaci di andare oltre comportamenti dettati dal binomio stimolo-risposta. Di riflettere, amare o apprezzare la profondità della morte. Violenti, irascibili, drogati di stimoli. E adatti a una simile condizione di precarietà. Chissà se Andreoli, nel suo infinito astrarre, si è reso conto che invece di ritrarre delle persone di fronte a un monitor ha dipinto una giungla di animali. Divisi, per giunta, in predatori e prede. A bordo del dipinto, il cacciatore: lo psichiatra divenuto, per l’occasione, etologo.

12 pensieri su “Vittorino Andreoli e la giungla digitale: quando lo psichiatra diventa etologo.

  1. Quest’uomo scrisse tempo fa un libercolo, tale “i segreti di casa Pascoli”; da notare il titolo dalle velleità più lynchane che freudiane. 200 e passa pagine di sedicente ricerca scientifica volte a dimostrare sapete quale tesi? che i fratelli Ida e Giovanni avessero copulato e trescato, poi scoperti dall’altra sorella, Maria. Una minuziosa analisi che però, appena l’Andreoli va a prendere in esami i versi del poeta (ché Pascoli era poeta), rivela un uomo incapace di analizzare versi crolla come un alunno somaro delle medie, incapace di distinguere, nella poesia, persino l’argomento, confondendo la madre con la sorella del poeta (ah, il contro-transfert!)tutto ciò ad onta della sicumera sfoggiata nell’impugnare quei versi come ennesima prova a carico della propria teoria. Ecco, questo per dire che razza di capre il “Corriere” ha come editorialisti.

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  3. Quindi giovani incapaci di riflettere, di essere razionali (a differenza della “generazione razionalista” che devo presupporre sia quella che internet non lo frequenta, per cui dovremmo includere i tanti politici italiani di oggi che hanno disintegrato l’Italia -uhm, forse è un bene caro Andreoli-), e votati alla violenza.
    Mai sentite tante baggianate in un solo articolo.

    I giovani, non so se sono votati alla violenza, io non credo, almeno non più delle generazioni precedenti (ci sono alcuni politi attuali che lanciavano molotov…), ma su una cosa ha ragione, che nei giovani c’è insicurezza. Insicurezza non creata dal mondo virtuale ed effimero della rete, bensì dalla assoluta inesistenza di una prospettiva futura, dalla certezza di non avere un giorno un lavoro, una famiglia, una casa, una pensione, e tutto questo per colpa delle attuali generazioni (quelle più razionali) che si stanno mangiando il futuro, ipotecandolo e scaricando tutto sulle spalle dei giovani.
    Con una situazione del genere, che manderebbe al manicomio chiunque (provate a prendere una persona equilibrata, toglietegli tutto, e convincetelo che non ha alcuna speranza, e poi ditemi), l’insicurezza è ovvia. Peccato che Andreoli, per autoassolversi evidentemente, scambia causa ed effetto, e la croce, guarda un po’, finisce sempre sulle spalle del più debole. I giovani sono insicuri per ciò che prospetta loro (anzi che non prospetta) la società (lo ha detto anche Napolitano), e per quello si rifugiano in rete probabilmente, alcuni direttamente nella droga e nella violenza. Caro Andreoli (si lo so che non mi legge, lui è “razionale quindi non viene in rete), inverta i fattori che forse le viene meglio.

    Comunque, per la cronaca, le stesse cose le diceva lo psicologo americano Nicolas Carr (Andreoli avrà copiato?!) nel suo saggio (sic!) Is Google making us stupid?
    Le tesi (??) di Carr vennero riprese proprio dal Corriere della Sera per infarcire il solito articolo sulla rete che rende stupidi, perchè disimpara a pensare, a leggere brani lunghi, e abitua a comprendere solo piccoli testi.
    Peccato che lo stesso Carr ammise di essere partito da una tesi (internet rende stupidi) per poi cercare le conferme chiedendo ai conoscenti e facendo sondaggi.
    Purtroppo, per Carr e i suoi emuli, una ricerca della Nielsen, per conto dell’AIE (Associazione Italiana editori), evidenzia che la generazione web legge più degli adulti, con la differenza che le sue fonti di informazione sono molto più varie della “generazione razionale” che si limita alla Tv, più o meno, e basta.
    Il dato di lettura oggi è al 57% (2010) relativamente ai ragazzi tra i 16 e i 17 anni, a confronto della media nazionale italiana che è del 45%, ma la cosa interessante è che tale evoluzione non pare arrestarsi, visto che i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni staccano gli adulti di quasi 20 punti percentuali.

    Sempre dal sito dell’AIE, invece, risulta che da una ricerca americana “lettura e tv sono inversamente proporzionali: i ragazzi che hanno la tv in camera leggono meno, 34’ contro i 46’ di chi invece non ce l’ha”.
    Ecco, forse Carr e i suoi seguaci dovrebbero studiare più gli effetti della TV sulla concentrazione e la superficialità! Forse gli viene meglio….

    PS Purtroppo il link alla ricerca sopra menzionata non lo trovo più. Qui c’è un articolo di riferimento: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/25/se-la-generazione-web-legge-piu-degli.html

    Comunque sul sito dell’Aie si trovano entrambe le ricerche citate, facendo qualche ricerca. Almeno all’epoca si trovavano.

  4. Posso muovere una critica all’intenzione dell’articolo e al commento fatto sia dall’autore che dagli altri utenti (per ora) al post???
    Premetto che generalizzare tutto e tutti è sbagliato. La replica a questo ritratto animalesco così come l’avete denominato la danno tutti i giorni gli studenti che, consapevoli della situazione attuale, protestano per avere un futuro migliore e per non vedere rovinata l’istruzione pubblica, la danno tutti i manifestanti che rivendicano diritti giusti, tutte quelle brave persone che ogni giorno sanno quello che fanno e lottano per un futuro solido, per un lavoro soddisfacente e che gli sistemi la vita, per una famiglia esistente e futura. E tutti noi che scriviamo, in questo blog come in altri dello stesso target (informazione a mezzo internet) facciamo parte di questo gruppo di persone che non si riconoscono assolutamente come protagoniste delle frottole dichiarate dai vari Andreoli, Carr, eccetera.

    Ma oltre a considerare noi stessi, oltre a considerare quella stretta cerchia di amici che colorano la nostra vita di felicità ma anche di riflessione, di sentimenti importanti, e così via, oltre questi avete guardato il mondo delle nuove generazioni???
    Quello che leggo nelle sue parole purtroppo lo vedo continuamente nelle persone che ho intorno, scontrandolo troppo spesso con le mie esperienze in prima persona…

    Assenza di radici, comportamento stimolo-risposta, mancanza di impegno, necessità di emozioni e incapacità di provare reali sentimenti duraturi…. tutti questi aspetti che caratterizzano la prima parte dell’articolo purtroppo sono caratterizzanti dei nostri tempi, la colpa non penso sia esclusivamente di internet, ma dell’intero sistema attuale di Società, altamente informatizzata e tecnologica, con la figura dell’uomo che perde sempre più importanza, ridotto sempre più a operatore piuttosto che protagonista.

    la violenza del gioco digitale o addirittura la non-percezione del significato di morte a mio modo di vedere sono esagerazioni, sono il limite negativo attualmente esistente legato realmente a quello che leggiamo nell’articolo, ma rappresenta una percentuale insignificante di popolazione informatica.

    A mio modo di vedere l’articolo apre gli occhi su una degenerazione esistente ma non predominante tra i ragazzi che usano non solo internet, ma tutto ciò che riguarda la tecnologia che può influire nello stile di vita o di pensiero di una persona. Una degenerazione che bisogna evitare e combattere evitando di renderla possibile già alle età più fragili, tra i teenager.

    Vorrei citare le conclusioni della mia tesi di maturità di qualche annetto fa:
    La scienza crea progresso, evoluzione, miglioramento delle condizioni di vita, la tecnologia può essere pericolosa e distruttiva se usata nel modo sbagliato.

  5. Quale privilegio…poter recuperare il senso profondo dei nostri comportamenti digitali…Sono una “giovane” psicologa che si considera a metà strada tra la Digital generation e l’Analogical generation…Cari giovani lettori, non so voi, ma a me fa solo piacere essere definita “empirista”, se per empirismo si considera alla base del metodo scientifico l’idea che le nostre teorie dovrebbero essere fondate sull’osservazione del mondo piuttosto che sull’intuito o sulla fede, anche se non credo che Andreoli abbia utilizzato il termine con un’accezione di questo tipo.
    Per quanto riguarda la metafora dell’albero…è vero la Digital generation è frutto di un albero senza radici, ma che colpa ne ha il frutto?
    La maggior parte dei comportamenti umani sono frutto di esperienza e di apprendimento, per cui gli adolescenti non sono l’unica, rara specie che agisce in virtù di un comportamento stimolo-risposta… e soprattutto mi piacerebbe avere un esempio di un “non stimolo”…per vedere il vuoto a cui allude l’autore.
    … che dire dell’illuminante e allo stesso tempo sconvolgente affermazione per cui i giovani hanno la mente “adatta” a lavori di breve durata e possibilmente mutevoli, per mantenere le caratteristiche di stimoli nuovi. Perchè sono inadatti all’impegno… è mia opinione che i giovani abbiano una mente “adattata” piuttosto che “adatta”… l’adattamento è alla base dell’evoluzione della specie, non lo dico io, lo diceva un certo Darwin. Probabilmente lo scarso impegno dei giovani è legato a una scarsa motivazione, dettata dalle scarse prospettive e speranze nel futuro.
    Mi lascia abbastanza basita la modalità di Andreoli di affermare verità e dogmi con una tale fermezza, al punto tale che mi sorge spontanea una domanda…da buona empirista…avrà mai sperimentato ciò di cui parla? Credo di no probabilmente da buon razionalista avrà tratto le sue considerazioni dall’introspezione e da un ragionamento deduttivo a priori…contento lui…

  6. Ma avete guardato il mondo delle nuove generazioni???

    Sì, ed effettivamente la mamma dei cretini è sempre incinta.
    Anche quella di Andreoli non ha fatto eccezione, a suo tempo. GLi psicologi da “aaah, signora mia, quanta violenza che c’è in giro, è tutta colpa della TV” esistono da quando ho memoria in Italia, prima era Ken il Guerriero, adesso è internet (anzi, “l’internet”). Domani sarà qualcos’altro, ops, domani saranno morti (questi, almeno). Ma la mamma dei cretini etc. e quindi saranno sostituiti da altri.
    Niente di nuovo sotto il sole.

  7. Grazie per la critica, Paolo. Tuttavia vorrei segnalarti due cose:
    1. il post non intende affatto negare che l’uso massiccio dei nuovi media possa avere conseguenze negative. il punto è che
    2. quando si muovono delle critiche, e a muoverle sono uomini che parlano in nome della scienza (quella psichiatrica, in questo caso), chi lo fa ha l’obbligo intellettuale di circostanziarle e documentarle. Più forti sono le critiche, più solide, numerose e indipendenti devono essere le prove portate in loro favore. Nel caso di Andreoli, al contrario, ad affermazioni fortissime non segue uno straccio di prova. Se si esclude il filo, logico o meno, dell’argomentazione imbastita nel pezzo. Troppo poco perfino per della cattiva filosofia. Figuriamoci per una buona scienza.

  8. Si, direi che le nuove generazioni le guardo ogni giorno, ci lavoro gomito a gomito, e da buon 40enne sto sempre a criticarle. Ma questo è normale, da quando esiste il mondo le vecchie generazioni criticano le nuove nel mentre queste si emancipano e fanno scelte diverse (se il mondo è diverso è normale che le scelte debbano adeguarsi). Il punto è che alle vecchie generazioni non piace l’autonomia delle scelte dei giovani, e si tende ad etichettare come “sbagliato” tutto ciò che è semplicemente diverso in materia di comportamenti.
    Basti pensare alla musica, oggi ci sono sound (si chiamano così credo) che io non riesco nemmeno a capire, ma questo non vuol dire che siano sbagliati a prescindere oppure facciano male.
    Immagino che quando fu inventata la ruota le vecchie generazioni, quelle razionali che hanno vissuto senza di essa, hanno sicuramente criticato i giovani che utilizzano le nuove tecnologie che provocano l’assuefazione alla “non fatica” comportando un adattamento a “lavori di breve durata e possibilmente mutevoli”. La ruota faceva faticare di meno, per cui gli anziani guardavano i giovani, probabilmente, come dei scansafatiche, che non avrebbero avuto diritto a ricompense (la pensione?) perchè non si guadagnavano sufficientemente il pane.
    Non so, forse esagero, ma il concetto è sostanzialmente questo.

    I contrasti generazionali sono normali, ma attualmente non vedo alcuna differenza tra vecchi e giovani in relazione alla visione della società, entrambi mancano di stimoli, se si trovano in condizioni paragonabili. Certo, se prendiamo un 60enne con doppio lavoro, stipendo da 200.000 euro l’anno, mi pare anche ovvio che gli stimoli li abbia, ma di certo non è paragonabile ad un giovane senza lavoro, che non può permettersi nulla, al massimo di portare l’eterna fidanzata (perchè senza soldi non potrà sposarla) al cinema con l’autobus.
    Se consideriamo che la disoccupazione è alle stelle tra i giovani (non tra gli anziani), il quadro è completo, la generazione giovane è più “assente” perchè statisticamente ha molto molto meno della generazione vecchia (che gli ha rubato tutto). E’ facile essere un presidente della repubblica, un ministro, un politico, e pontificare sui giovani che devono darsi da fare, vorrei vedere cosa direbbero se fossero loro mancanti di tutto, soprattutto del futuro.
    Insomma, qui Andreoli paragona pere e mele, e non mi pare giusto.

    Fabio Chiusi dice giustamente che l’uso massiccio di nuovi media può portare conseguenze negative, ovvio, ma l’uso massiccio di qualunque cosa (anche della cioccolata volendo) porta conseguenze negative. Il punto è un altro, è meglio l’uso della televisione o di internet?
    LA “violenza del gioco digitale” viene sempre stigmatizzata, ma mi chiedo io perchè raramente viene stigmatizzata la violenza della Tv, che è sempre molto più violenta dei videogame. Se un pazzo uccide qualcuno, lo fa sempre per imitare un video game, stranamente mai che imiti un film di guerra. Come mai?

    Ecco, sono anni che ci bombardano con la stesse ridicola menata che internet fa male, che la generazione web è peggiore (si vedano i video linkati sotto) ma lo dicono soltanto, quando si va a fare del controlli, un po’ più scientifici, si vede che forse (dico forse) la televisione fa male più di internet, che quanto meno ha il pregio di rendere attiva la partecipazione, mentre le televisione è solo passiva. Allora, visto che la vecchia generazione vive (ha vissuto) di Tv e la nuova di Web, forse (dico forse) i conti non tornano. E finchè i conti non tornano su un blog dove un semplice cittadino dice la sua, è un conto, ma quando questo avviene sul Corriere della Sera, e ce lo dice uno psicologo, allora ci si dovrebbe riflettere un po’ sul perchè ci dicono queste cose.

    ——-
    Video:
    Secondo Vespa internet è un mondo spaventoso, un mondo dove i bambini possono vedere di tutto, senza alcun filtro, un mondo pieno di violenza.

    Secondo la Graziottin molti giovani “esistono” in quanto sono su internet, internet è il loro mondo. E, in particolare, quello che li attrae è il sesso. I giovani userebbero il loro sito internet per una esposizione provocatoria poiché il provocare attrae e loro esisterebbero in quanto in questo modo ottengono il consenso di un certo tipo di adolescenti.
    Secondo Meluzzi oggi è il concetto di visibilità ad essere importante, visibilità intesa, però, come l’essere visti, l’essere presenti, l’essere qualcuno. Vespa si chiede “perché questi ragazzi hanno bisogno dei blog ?”.

  9. però, che arrogante imbecille questo psichiatra. pensa, lui, di poter descrivere un’intera generazione. al mondo c’è anche questo. Bisogna stare attenti a non finire nelle mani di psichiatri cosi.

  10. Pingback: Videogames, una storia d’amore. « idiotecabologna

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