Internet, gli otaku istantanei e la riscoperta del desiderio.

Tra le righe del bellissimo, immaginifico pezzo di Patton Oswalt per Wired.com sulla morte e la rinascita della geek culture, c’è un’idea che riguarda Internet più in generale. E che dovrebbe parlare a noi tutti, per evitare che la Rete converga verso quel luogo di ripetizione insensata e di automi spersonificati dai social media che immagina Jaron Lanier in You Are Not a Gadget.

Ricostruendo la storia del suo essere un nerd, un patetico e magnifico malato di dettagli insignificanti di cose insignificanti, Oswalt segnala una frattura, datata 1987, tra il poter essere un nerd e il non potere non esserlo. L’anno in cui indossare una maglietta strana o ascoltare musica strana non poteva più «separarti dagli abitanti della superficie». L’anno in cui è uscito l’ultimo numero di Watchmen. Da quell’anno la sensazione di vivere circondato di nerd si intensifica, in Oswalt. Fino a sopraffarlo, progressivamente, con l’avvento della cultura digitale e spingerlo a dire che Internet ha fatto sì che non ci fossero più «pensatoi segreti». Né che ci fosse tempo per costruirne: «Il problema di Internet è che fa di chiunque un otaku all’istante».

Ossia, Internet impedisce l’attesa. Quell’attesa che prendeva gli scheletri della cultura pop e ne faceva carne, materia viva. Negli anni ’80, continua Oswalt, bisognava aspettare un mese per sapere che sarebbe successo nel prossimo numero del proprio fumetto preferito. Non si poteva scaricare in digitale «l’equivalente di una decade di musica grunge» o l’ultimo film di John Woo.

Tremendo? Può darsi. Ma pensate ai vantaggi, dice Oswalt: «Attendere il prossimo numero, film o album vi dava il tempo di rileggere, riguardare, riassorbire qualunque cosa amaste». Così da rivestirlo dei vostri sogni, della vostra fantasia. Ed è questo che ha reso la cultura pop così affascinante, sostiene Oswalt: non la cultura pop in sé, ma la cultura pop in me.

Oggi, invece, tutto questo è stato cancellato per sempre. O meglio, è in via di cancellazione totale. E siamo sull’orlo di Etewaf: Everything That Ever Was – Available Forever. Ovvero, “Tutto ciò che è sempre stato – disponibile per sempre”. Tutti i film. Tutti i dischi. Tutta la musica. Sempre, per sempre. È un punto di arrivo, suggerisce Oswalt, ma ci siamo quasi. Affascinante, bello.

Ma c’è un problema, ammonisce Oswalt, perché «tutto ciò che abbiamo oggi di cool proviene da qualcuno che desiderava un di più, un ancora di ciò che amavano in passato». Dalle action figures ai videogiochi, passando per supereroi e film. Perché quell’«attesa interiore» è scomparsa, non ce n’è più bisogno. Non serve volere di più e di meglio di ciò che amiamo: c’è già. Subito, per sempre.

Ciò fa sì che si creino solo «geek deboli», conclude Oswalt: «Etewaf non produce una nuova generazione di artisti – solo un’armata di consumatori sazi». Provando ad astrarre da questa considerazione su un particolare aspetto della nostra cultura – il suo essere ossessivamente autorefernziale e ingorda – si può pensare a un significato forse ancora più profondo dell’idea di Oswalt. E cioè che l’innegabile fatto che la Rete ci abbia privato in moltissimi casi dell’attesa finisca per svilire la nostra capacità di rivestire i prodotti culturali, che ci sono sempre immediatamente disponibili, di magia. Di quella patina di noi stessi che li rende unici, valevoli di memoria e, a distanza di decenni, rimpianto.

Così che la bellezza di ogni cosa si uniformi a una bellezza di tutti, per tutti identica e anonima. Spossessata dei nostri miti e delle nostre ricostruzioni personali. Perché non tutto è notizia, non tutto si può consumare con ingordigia senza produrre sazietà o, peggio, nausea. Lascio scoprire al lettore il rimedio, drastico, che immagina Oswalt. Io per conto mio ho tratto una lezione. Forse il punto essenziale non è che dovremmo imparare a separare alcune stanze, nel nostro edificio mentale, dal flusso incessante della Rete. Piuttosto che sarebbe bene, a volte, mantenere la curiosità, desiderare il segreto, rimandare la compilazione e il completamento di ciò che amiamo. Lasciarlo a domani. Provare a prendersi una notte per immaginare ciò che avremmo potuto vedere.

Uno sforzo da nulla se il prezzo è salvare, insieme alla Rete, il nostro essere nerd.

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2 pensieri su “Internet, gli otaku istantanei e la riscoperta del desiderio.

  1. Pingback: Geek Culture e la Rinascita | Rinascite

  2. mi sembra molto interessante questo post perchè ritrovo delle riflessioni che mi capita di fare sempre più spesso mentre consumo intere discografie. purtroppo il mio scarso inglese da autodidatta non mi permette di capire fino in fondo l’articolo a cui fai riferimento; sai se si trova tradotto da qualche parte?
    ciao

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