Mi drogo su Facebook.

Forse non lo sapevate, ma c’è una «sindrome che sta dilagando»: il Facebook addiction disorder, cioè la dipendenza patologica da Facebook. Scrive il Gazzettino del 12 dicembre che secondo i medici del policlino Gemelli di Roma, che ha addirittura aperto un apposito reparto nel 2009, «su 10 “navigatori” due sono irrimediabilmente dipendenti». Quattro, ribatte uno studio dell’Università di Perugia. «Come fosse, in realtà come è, un segno evidente di un danno alla psiche», aggiunge il Messaggero, secondo cui si tratta di «Una dipendenza alla stregua della droga». O meglio: «L’incapacità (perché impossibilitati a fermare la pulsione) a rinviare una serata di contatti con gli “amici” di Facebook rischia, insomma, di essere sovrapposta all’ineluttabilità, per un tossico, di un pomeriggio offuscato dalla polvere di coca».

Federico Tonioni, lo psichiatra che coordina la struttura del Gemelli, non ha dubbi: «Stiamo parlando di un nuovo modo di drogarsi. Si tratta di una tossicodipendenza in qualche modo attesa. Visiteremo i figli legittimi della multimedialità che ci ha sopraffatto negli ultimi anni. Che li ha sopraffatti e inghiottiti senza permettere loro di dosare i mezzi». E il sito del Policlinico, il 2 novembre 2009, all’alba dell’apertura del reparto rincarava: «Facebook, il più famoso social network ha sessanta milioni di iscritti al mondo, e sono in continua crescita; si stima che circa il 10% degli utenti [possa] diventarne dipendente». Se si pensa che oggi gli iscritti sono decuplicati, si capisce che siamo di fronte a cifre da vera e propria epidemia globale. E infatti in Cina, dove sono “previdenti”, i malati da social network si curano nei campi di concentramento.

Ma come si scopre se si è malati? Difficile dirlo, visto che gli studi sulla supposta “patologia” scarseggiano. Karaiskos et al., in uno studio del giugno 2010, suggeriscono che la Facebook addiction diventi una sottocategoria dello spettro dell’Internet addiction disorder. Il che significa che al momento non lo è. Ma anche se lo fosse, siamo sicuri che la dipendenza da Internet sia una patologia? La questione è dibattuta da metà anni 90, nella letteratura psichiatrica. Finora non è contenuto nel DSM, il manuale statistico e diagnostico dei disturbi psichiatrici, e la proposta di inserirlo nella prossima versione, prevista per il 2013, ha trovato diverse resistenze tra gli specialisti.

Anche ammesso che il disturbo causato da Facebook rientri tra i criteri che definiscono la dipendenza da Internet, come si scopre se si è dipendenti da Internet? A meno che non vogliate fidarvi di un test la cui scientificità è altamente discutibile, le cose si complicano, dato che non esiste una definizione universalmente accettata del concetto di “dipendenza da Internet”. Buyn et al. (2009) hanno condotto una meta-analisi degli studi riguardanti il fenomeno condotti tra il 1996 e il 2006 e hanno concluso che i 61 paper analizzati «hanno utilizzato criteri contraddittori per definire gli “Internet addicts”, applicato metodi di reclutamento che potrebbero causare significative distorsioni nel campione di riferimento» e adoperato metodi per verificare non rapporti di causa-effetto tra variabili ma di semplice correlazione. Che, tradotto, significa che non sono in grado di distinguere se possedere molti portacenere causi il cancro ai polmoni o se sia qualche altro fattore, nell’esempio fumare, a causarlo.

Ancora più recentemente, la conclusione di Nancy Petry nel numero di Addiction di gennaio 2011, giunge perfino a diffidare gli specialisti dall’ «abbassare troppo il confine» tra normalità e patologia, dato che ciò potrebbe comportare «limitazioni alla disponibilità e alla copertura del trattamento di individui con veri disagi psichiatrici».

In sostanza, non sappiamo con precisione cosa sia la malattia, che cosa distingua esattamente un malato da una persona sana (le troppe ore davanti al monitor? la stanchezza, l’ansia, l’insofferenza? la riduzione delle ore di sonno?), se il disturbo sia in grado di presentarsi anche indipendentemente da altri disturbi psichiatrici (nell’86% dei casi non è così), non sappiamo con quale metodologia arrivare a conclusioni solide dal punto di vista scientifico, ma sappiamo per certo che questi ragazzi hanno bisogno di cure. Anche farmacologiche, se necessario. E che servano strutture dedicate ad accoglierli, da Padova, Torino a Roma.

Un’altra cosa che sappiamo e che tutti questi dubbi non interessino a certi giornalisti: per loro, è sufficiente avere un titolo. Banalizzando, come spesso accade, quando ci sarebbe un grosso bisogno di consapevolezza dei rischi e delle opportunità derivanti dall’utilizzo della Rete, possibilmente nelle giuste proporzioni in cui si presentano.

5 pensieri su “Mi drogo su Facebook.

  1. Può nascere la dipendenza da internet.
    Quando si parla di internet si parla di un mondo.
    Un mondo di immagini, video, musica e giochi.
    Un numero sempre più alto di giovani rischia dipendenza da Videogiochi-Online, i famosi MmorpgOnline(World of Warcraft, ecc).
    E’ ovvio che non si tratta di tossico-dipendenza, perchè è imparagonabile ai danni di una droga, ed è anche ovvio che si sfiora la follia pensando che sia un buon metodo di cura l’utilizzo dei farmaci.

  2. Ammesso che si riescano a stabilire i paletti per definire la dipendenza patologica da internet e impostare i cut-off tra popolazione normale, sana e border-line attraverso test standardizzati, credo sia piuttosto idiota creare un entità clinica a se stante, quando è probabile che un simile disturbo possa rientrare in quadri clinici già definiti (considerando, per altro, che una tale manifestazione in genere si accompagna ad altri quadri psicopatologici).
    Tra l’altro un ipotetico piano di cura dovrebbe rientrare nella gamma dei normali protocolli terapeutici, non c’è bisogno di creare reparti appositi, task force o impostare misure speciali. Ci sono problematiche molto più urgenti nell’assistenza al malato mentale che andrebbero affrontate, come la sua gestione ambulatoriale (daily hospital) o l’assistenza domestica. Sprecare risorse per questo genere di idiozie (il reparto dedicato alla facebook-dipendenza) mi sembra assurdo e mi fa pensare a mosse pubblicitarie più o meno azzardate per ottenere visibilità e propinare la solita visione web-fobica del mondo moderno (visione non supportata da dati scientifici degni di essere chiamati tali).

  3. Conosco gente che è dipendente da scarpe. Secondo uno studio della Minkiesota University of Subuman Sciences il 99% della popolazione occidentale soffre di questo tipo di disturbo. Una ricerca condotta da un team di esperti ha dimostrato che chi comincia a utilizzare le scarpe non può più farne a meno per tutta la vita, per almeno 14 ore al giorno. Esistono persone che si addormentano persino senza riuscire a togliersi le scarpe, in poltrona, sui treni, al cinema. E’ stato preso un campione di cento scarpo-dipendenti a cui è stato detto di attraversare un prato all’inglese. Ebbene, solamente uno di loro ha preferito togliersi le scarpe per attraversarlo, quando è noto che camminare a piedi nudi sui prati è una condizione di piacere naturale a cui tutti dovrebbero tendere. Insomma, la dipendenza da scarpe è oggi il malessere psicologico più diffuso e i ricercatori della Minkiesota hanno cominciato a curarlo sottoponendo i malati, rigorosamente in calze antiscivolo, a dosi controllate di Facebook.

  4. Pingback: Facebook ti fa fumare, bere e consumare droghe. « ilNichilista

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