Non chiamateci hacker.

(Per Lettera43.it)

Questa non è la versione di Anonymous. Ma solo perché non esiste una sola, ufficiale versione di Anonymous, il collettivo che ha scatenato una guerra informatica in difesa del diritto di esistenza di Wikileaks. E contro chi, come PayPal e Mastercard, ha tentato di tagliare all’organizzazione la possibilità di ricevere donazioni (leggi l’articolo).
L’hanno chiamata Operation Payback. I media di tutto il mondo hanno cercato di capire cosa fosse e chi fosse coinvolto in quelli che sono stati immediatamente definiti «attacchi hacker» da parte di pericolosi terroristi. Sono anche apparsi ipotetici “portavoce”: “Coldblood”, per esempio, intervistato dal britannico The Guardian.
Lettera43.it ha raggiunto un “anon” italiano, ossia uno degli attivisti digitali che hanno partecipato all’assalto ai nemici di Julian Assange, l’ormai noto volto mediatico di Wikileaks. Memt il suo nome di “battaglia”. E la prospettiva, sin dalle premesse, cambia radicalmente: «Innanzitutto io non parlo a nome di o per conto di Operation Payback, che contrariamente a quanto scrivono i giornali non è un gruppo di hacker. E poi», aggiunge Memt, «chiunque parli per conto di Anonymous, e io non lo farò, sbaglia. Quindi “Coldblood” mi fa ridere».
Memt, con una laurea in filosofia, studi di antropologia e uno sguardo estremamente attento sulla storia del pensiero riguardante la rete, non ha esattamente il profilo di chi passa le giornate a realizzare copie pirata di Toy Story 3. Ma nemmeno quello di un recluso informatico che scambia pezzi di vita con righe di codice. Lo stesso vale per la media degli “anon”: «Non sono persone con superpoteri, ma persone normali che hanno a cuore una cosa semplice: la libertà di espressione, il no ad ogni censura».
Domanda. Che cos’è Anonymous?
Risposta.
Innanzitutto Anonymous non è un “fenomeno”: ha una storia decennale, una cultura, il nome stesso ha un significato.
D. E cioè?
R.
Tutti possono essere Anonymous, è banalissimo. Anonymous è internet. O almeno, questo è come la vedo io. Di sicuro ci sarà chi la pensa diversamente. Questo è il bello.
D. Ma ci sarà qualcosa che accomuna tutti i membri della “comunità”.
R.
Sì, credere nella libertà di espressione e in nessuna censura. Anonymous ha fatto in modo che si prendesse coscienza su questi temi. In certi paesi ha avuto più successo. In altri, meno informaticamente alfabetizzati come il nostro, ne ha avuto meno.
D. Quindi non è un gruppo hacker?
R.
No, è attivismo digitale.
D. Qual è la differenza?
R.
Prima di tutto un hacker non userebbe mai un programma scritto da altri. E poi l’operazione contro Visa, PayPal e Mastercard, per esempio, è stato un semplice Distributed denial-of-service, un Ddos. Il che significa che il sito attaccato non viene distrutto, o aperto, e i dati non sono né rubati né letti. Viene solo reso irraggiungibile per un limitato periodo di tempo. È come se un gruppo di attivisti si recasse in un negozio che ha negato il proprio servizio ad Assange e ne bloccasse l’ingresso. È una protesta pacifica nella vita reale, e una protesta pacifica in rete.
D. Però un Ddos è illegale in molti paesi.
R.
Beh, si blocca un sito commerciale di proposito…
D. Come si decide se attaccare un determinato sito?
R.
Si crea una chat apposita, una Internet relay chat (Irc). Lì chi ha le competenze per proporre e realizzare un progetto parla, sottoponendosi al giudizio degli altri partecipanti.
D. È questa l’unità organizzativa di base, per così dire?
R.
Sì, a seconda della Irc cambiano obiettivi e decisioni. Io per esempio non avrei mai attaccato Amazon: troppi server, impossibile ottenere un risultato.
D. Ma perché attaccare Paypal, Visa e Mastercard?
R.
Perché hanno bloccato le donazioni a Wikileaks.
D. E perché un “anon” come lei difende Wikileaks?
R.
Per me rappresenta ciò che dovrebbe rappresentare per qualunque utente della rete: libertà di parola e di circolazione dell’informazione. Questo è Wikileaks. Ma non so cosa rappresenti per tutti gli “anon”. Alcuni hanno una certa sensibilità, altri no.
D. Ma che cosa pensate di ottenere attaccando quei siti?
R.
Perché si fa uno sciopero? Per difendere certi diritti.
D. Non pensa che ci sia il rischio, al contrario, di aver impaurito l’utente medio e, di conseguenza, che possano essere legittimate di fronte all’opinione pubblica eventuali strette legislative alla libertà di espressione in rete?
R. Questo è un problema creato da voi giornalisti. Per fortuna è praticamente impossibile che possa tradursi in pratica.
D. Però in molti paesi del mondo la repressione funziona.
R
. In Cina, Iran. Non nelle democrazie.
D. In Australia il governo ci ha provato. Lo ha rivelato nel dettaglio anche Wikileaks.
R.
E infatti lì è cominciata Operation Payback, il 27 settembre 2010.
D. Ha detto che Anonymous ha una storia decennale. Che cosa ha fatto in passato?
R.
Si è occupata di Scientology, per esempio. E ha supportato la protesta degli studenti in Iran.
D. In che modo?
R.
Tramite un forum in cui si fornivano informazioni tecniche su come aggirare i blocchi imposti dal governo iraniano. Ma in Anonymous c’è anche una componente ludica. Per esempio quando abbiamo portato il cantante anni 80 Rick Astley a una nomination agli Mtv Awards, nel 2008. Attraverso il “Rickrolling”, ovvero sostituendo il videoclip di “Never gonna give you up” alle clip alle quali gli utenti, cliccando su certe determinate pagine web, credeva di accedere. Ora ha superato i 44 milioni di visualizzazioni su YouTube.
D. Ritornando ai recenti attacchi, in che modo ha preso parte all’operazione?
R
: Ho scritto insieme con altri dei manifesti, in modo libero e cooperativo, in difesa di Wikileaks. Poi li abbiamo diffusi tramite Twitter, forum, chat.
D. Queste sono parole. Ma non pensa che qualche hacker, ora che la miccia è accesa, potrebbe compiere davvero un gesto più clamoroso?
R.
Per esempio?
D. Rendere pubblici dati sensibili. A partire dalle carte di credito.
R.
La possibilità che ci siano hacker in Anonymous non è da escludere, certo. Il che non è necessariamente un male, tra l’altro. Ma un gesto simile non avrebbe senso. Prendi il caso di Mastercard o PayPal: un “anon” potrebbe utilizzare quei servizi. Sarebbe come entrare in un garage al buio e prendere a mazzate le macchine sapendo che potrebbe esserci la tua nel mezzo.

Un pensiero su “Non chiamateci hacker.

  1. intervista interessante. Ho qualche dubbio su questi fenomeni, tuttavia scrivo più che altro per segnalare che scrivere internet è errato, perché “internet” è una qualsiasi rete di dati, invece Internet è LA rete mondiale di dati.

    E’ una segnalazione da pignoli rompere le scatole su questi refusi, ma la mia prof di reti mi avrebbe preso a ceffoni se l’avessi fatto io.

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