Fini, il dado ormai è tratto.

Li ha definiti «scolaretti» costretti a votare il «compitino» del maestro. Ha parlato del loro (e, fino a pochi mesi fa, suo) partito come del più «arretrato culturalmente» in Europa. Ha detto, non senza malizia, che nella sua formazione non ci sarà spazio per «affaristi» e «carrieristi», che non sarà una «zattera» pronta a raccogliere «i naufraghi di ogni stagione». E, soprattutto, che legalità significa non solo dimostrare quotidianamente che la legge è uguale per tutti, ma anche che «vuol dire rispetto delle Istituzioni e senso dello Stato». Altro che Lodo Alfano costituzionale e commissione d’inchiesta sulla magistratura, insomma. Altro che personaggi chiacchierati dalle procure. Quella è roba loro.

Del loro leader, poi, ha ricordato, dopo anni di amnesie, che non ha portato («se non in minima parte») la «rivoluzione liberale» promessa da più di tre lustri. Un tempo infinito in cui lui, il leader assoluto, invece di cambiare l’Italia ha «dipinto il Paese dei balocchi» tramite la propaganda «eccessiva» di un governo che «vive alla giornata», e che più che «del fare» è un «governo del fare finta che tutto vada bene». Distruggendo, inoltre, l’immagine del Paese all’estero in quanto parte integrante della «spazzatura delle coscienze» indicata dal Papa («laicamente» citato) e a cui sempre lui, il capo dei capi, ha cercato di ovviare trovando «ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato». Con l’aggravante dell’utilizzo di una logica non «politica» ma «mercantile». In cui, ad esempio, chi paga per intero le tasse è «un fesso» e invece «chi fa il furbo è più bravo».

In sostanza, ha distrutto le loro idee. Massacrato il loro programma (che aveva peraltro sottoscritto soltanto un mese e mezzo fa con una votazione di fiducia). Derubricato i loro nemici a un «argomento dialettico per polemizzare». Chiesto le dimissioni del loro capo, la cui «pagina» è comunque «chiusa». Dettato loro condizioni precise di sopravvivenza. E minacciato di non temere un rifiuto che più che eventuale è implicito nelle richieste.

Ecco, Gianfranco: un passo indietro, un ennesimo compromesso con Berlusconi, questa volta sarebbe davvero difficile da spiegare. Anche se ormai, mi sembra, il dado è tratto. Ora non resta che attendere la bufera.

3 pensieri su “Fini, il dado ormai è tratto.

  1. Mi sembra siano osservazioni corrette…l’unico rammarico è che questo situazione di stallo va avanti da mesi mentre il paese è fermo! Tuttavia, il giochetto da commedia degli equivoci continuerà visto che Fini vuole che B. si dimetta sua sponte (per non passare per sfascia-famiglie), mentre B. all’opposto vuole che sia Fini a sfiduciare il governo…staremo a vedere…e intanto i mesi passano…

  2. Fini non è scemo, sa che non può permettersi di scatenare una crisi, aspetta che Berlusconi faccia il primo passo. Insomma, niente di nuovo sul fronte.

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