Mirabello: è nata la nuova Destra?

(Per L’Espresso)

Alla fine la tanto temuta contestazione non c’è stata. Certo, qualcuno ci aveva provato. Non soltanto gli “squadristi della libertà” capitanati secondo Generazione Italia dalla ex “papi girl” Francesca Pascale e – forse – da Michela Vittoria Brambilla, ma che non si sono fatti vivi. Allo stesso modo, niente militanti dei Club berlusconiani di Mario Valducci e niente cartelli “FINIamola”. Soltanto un dirigente locale de La Destra di Storace aveva chiesto l’autorizzazione alla Prefettura di Ferrara per poter fare volantinaggio contro Fini all’ingresso della Festa Tricolore di Mirabello. Autorizzazione negata.

La festa dunque ha potuto rimanere soltanto una festa. Anche se l’aria, nonostante lo scetticismo dei più, non era propriamente serena: forze dell’ordine schierate in massa all’ingresso, servizi di sicurezza e pronto soccorso rinforzati. Ci sono anche le vuvuzelas del senatore Maurizio Saia, che avrebbero dovuto servire secondo alcuni a sommergere con il loro fastidioso ronzio le voci dei contestatori, in particolare dei 300 attesi dai colli circostanti le cui adesioni sarebbero state raccolte dal vicesindaco di Lozzo Atesino, Fiorenzo Zacchetta. Anche i mastini di Libero decidono di disertare la piazza, e consegnare le firme al presidente della Camera, che vorrebbero dimissionario, raggiungendolo all’uscita del ristorante. In tutta risposta, Enzo Raisi li omaggia di un porzione di cappellacci.

Eppure qualche voce dissenziente c’è stata. All’ingresso, un militante del PDL locale si inoltra nella festa esponendo provocatoriamente una foto di Silvio Berlusconi. “Che è venuto a fare?”, borbottano un paio di fedelissimi finiani; “Berlusconi qui non è benvenuto, perché è il primo dei mafiosi, prima di Dell’Utri. E Gasparri è il primo dei traditori”. Frasi forti, ma che raccolgono il favore di molti. Passano due ore e si verifica l’unico momento di tensione. All’arrivo Gianfranco Fini, proprio mentre attraversa la piazza già stipata di sostenitori, viene bersagliato dai fischi di alcuni attempati militanti di Fiamma Tricolore sezione Cento, Ferrara. Una decina di persone, forse meno, che non avranno fatto tanta strada ma a cui certo non manca il fegato. “Torna a Montecarlo”, gridano, dando anche fiato a fastidiosissimi fischietti. Facendo così perdere le staffe a un palermitano con un’eloquente maglietta del merchandising ufficiale di Generazione Italia, che minaccia immediatamente di passare alle mani. Qualche collutazione, qualche insulto, poi un energumeno in maglia nera si fa avanti, usa toni conciliatori: “Qui siamo tutti di destra, non litighiamo”. E poi romanamente conclude: “a noi!” Loro rivendicano il diritto di dissentire, ma presto si rendono conto che l’aria che tira intorno a loro non è delle migliori. E dopo qualche minuto in cui sono impegnati a fregarsi i fischietti tra le mani, decidono di defilarsi e tacere. Nessuna contestazione durante il discorso, ma qualche “venduto” vola durante il tragitto che Fini compie dal palco al tendone dove si intratterrà con i militanti.

Per il resto è un misto di futuro e memoria. Da un lato gli incontri tra i giovani di Generazione Italia, sospesi tra gli elogi a Falcone e Borsellino, le critiche feroci al populismo leghista e al berlusconismo, che ritengono sia “una forma di dirigismo e statalismo al tramonto”. Dall’altro il richiamo ai valori della tradizione (“Dio, patria, famiglia”). Una voce che si ode ancora forte tra le bancarelle, dove fanno bella mostra volumi su Junio Valerio Borghese, la Repubblica di Salò e l’immancabile Tolkien oltre a magliette con slogan come “L’Italia agli italiani” e “Grazie a Dio sono italiano”. La memoria torna sino alle lacrime per Mirko Tremaglia, apparso gravemente affaticato, eppure portato in trionfo sotto il tendone-mensa, dove viene accolto da una ovazione e sollevato in piedi su un tavolo per poter venire mostrato con orgoglio anche ai più giovani. Che osservano spaesati: “e questo chi è?”. Ma per gli irriducibili “questo momento rappresenta un legame con la storia che non si spezza. Ed è bello pensare che forse l’ultima esperienza della sua vita sarà la fondazione del nuovo partito”.

E infatti il futuro già si intravede. La strada è ancora irta di ostacoli, certo, ma tra le nebbie già si vede un pantheon in cui a Giorgio Almirante si affianca ad esempio Roberto Saviano che, come recita un cartellone, è il vero eroe – altro che Vittorio Mangano. Una svolta culturale su cui qualcuno riesce già a scherzare: come quando viene accennato un saluto romano e poi subito ritratto tra sorrisi e autoironia. Come quando lo stesso avviene per l’arrivo in un gruppo di amici di un giovane in camicia nera – un colore che, ad ogni modo, sembra innaturalmente presente. Ma questi simboli stanno lentamente sbiadendo, se è vero che sono soprattutto gli ultracinquantenni a vestire polo con scritto “nato in Italia” o “boia chi molla”. I ragazzi sembrano avere altro per la testa. Come il binomio Berlusconi-Feltri, che in una t-shirt diventa una persona sola: Feltrusconi, il capo del “governo dell’odio” che qui, a Mirabello, proprio non piace.

E poi c’è la classe dirigente di Futuro e Libertà: il ministro Andrea Ronchi che arriva con mano salutante, in perfetto stile papale, da dietro il finestrino abbassato di una Hyundai Lantra bianca che provoca l’ironia dei carabinieri asserragliati all’ingresso. C’è Italo Bocchino, il più inseguito dalle telecamere, che come prima cosa si fionda nel capannone che ospita i giovani e suona una vuvuzela, prima di scomparire inghiottito dalla folla. E poi ci sono il passo ciancicato di Briguglio e le strette di mano per Raisi, il ritorno di Tremaglia e un abbronzatissimo e semi-ignorato Luca Barbareschi. Il tutto sotto l’incedere degli aerei che trasportano la propaganda finiana (“Il Sud con Fini”, “Con Fini Futuro e Libertà”). E che un ragazzo a pochi passi da me bolla spietatamente come una “tamarrata”.

Poi certo, ci sono ancora i pregiudizi contro il diverso. “Questi stranieri con la bandiera italiana al collo…”, abbozza un militante emiliano vedendo passare due ragazzi dai tratti mediorientali. “Beh, saranno italiani”, replica l’amico. “Macché, parlavano arabo – conclude il primo – Questi ci stanno pigliando per il culo”. Qualche minuto dopo li reincontro con enormi bandiere di Alleanza Nazionale. Forse è questo il passato che ritorna, questo l’errore che in molti da queste parti davvero imputano a Fini: avere ceduto al Predellino, e sciolto il vecchio partito. Un errore a cui il presidente della Camera sta mettendo, un passo alla volta, rimedio.

2 pensieri su “Mirabello: è nata la nuova Destra?

  1. Mi piace il tuo articolo, Fabio. Mi piace perchè espone in maniera obiettiva e sincera l’ambiente e le persone che circondano Fini. Giustamente concludi che tutto questo è per rimediare ad un suo errore… e concordo. Personalmente la vedo, però, molto dura! Fini è vittima del suo stesso ri-progetto. Per far valere i suoi discorsi deve “stampellare” il sistema che vorrebbe abbattere. Se toglie il disturbo con le dimissioni… da figurina da moneta di una certa rarità e valore diventa un semplice centesimo!

  2. A me è piaciuta molto di più la vignetta introduttiva.
    Certa carta personalmente la uso giusto per lavare i vetri, altro uso non lo vedo praticabile, però se l’editore stampasse direttamente sulla carta igienica, si potrebbe promuovere uno studio apposito sull’uso relativo ad inchiostri biodegradabili…………

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