Caro Ostellino, quelle sono le mani sbagliate.

Grazie all’editoriale di Piero Ostellino di oggi abbiamo scoperto che chi rispetta la Costituzione (“formale”, aggiungerebbe l’editorialista del Corriere) difende “oligarchie politiche e sociali fondamentalmente ostili alla democrazia liberale”. Rifiutare l’ipotesi di un governo tecnico in caso di crisi – e dunque rispettare ad esempio l’articolo 88 cost. – significa abdicare alla propria sovranità. E cioè all’unico fondamento della democrazia liberale.

Che importa se l’art. 1 recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“. Il soggetto, ricorda Ostellino, è quel “La sovranità appartiene al popolo”: sulle forme e i limiti vige la prassi. O meglio, viene prima la prassi. Ostellino qui non ricorre all’espediente utilizzato dal PDL, e cioè il fatto che il “porcellum” avrebbe introdotto tale superiorità consentendo di votare direttamente il capo della coalizione politica preferita. Forse perché avrebbe dovuto spiegare per quale motivo sarebbe rispettata la “sovranità popolare” attraverso un meccanismo che conferisce alla coalizione con più voti – qualunque sia la percentuale ottenuta – 340 seggi alla Camera e almeno il 55% dei seggi su base regionale al Senato, e che non consente agli elettori di scegliere i propri candidati. Oppure che a portare quella logica alle estreme conseguenze a governare potrebbero presto essere gli astenuti.

No, Ostellino ricorre a un confronto con le monarchie costituzionali ottocentesche, di cui le nostre istituzioni sarebbero una “parodia”. E afferma che il presidente della Repubblica ha margini di discrezionalità maggiori rispetto ai poteri del “sovrano”. Che viene “inevitabilmente percepito come un uomo di parte“. Che la sua funzione di “filtro” del processo legislativo finisce per essere percepita più che come una garanzia come “un’indebita interferenza nell’attività del governo e sull’indipendenza dello stesso Parlamento“. E poi la Corona – a differenza del capo dello Stato – “non mette naso nelle leggi che il primo ministro porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in Parlamento, di un’altra maggioranza – se il ministro ha perso la sua – perché l’ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile”. Ostellino, laconico, conclude che in Inghilterra è il primo ministro a decidere se sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Lui può perché eletto. Da noi invece l’art. 67 Cost. “esautora il popolo della sua sovranità”, “conferendo istituzionalmente un carattere elitario, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa”.

Se sul vincolo di mandato il giudizio severo di Ostellino ha un fondamento – per restare a un esempio concreto: perché chi ha votato i vari Bocchino, Granata e Briguglio sotto la scritta “Berlusconi presidente” dovrebbe trovarseli in Parlamento contro il presidente Berlusconi? – non si capisce onestamente come al giornalista non venga in mente una domanda semplice semplice: ma lei, caro Ostellino, se la sentirebbe di dare il potere che ha un primo ministro britannico a Silvio Berlusconi? Davvero è un vulnus alla democrazia che il suo operato sia controllato, oltre che dalla magistratura (che infatti lui non esita a definire una “metastasi” della democrazia quando si occupa di vicende che lo riguardano) anche dal presidente della Repubblica (di cui mal tollera le prese di posizione, anche qualora gli fossero consentite dalla Costituzione – ricorda la bocciatura del lodo Alfano?)? Sta forse dicendo che Napolitano non dovrebbe “mettere naso” nelle leggi proposte da Berlusconi, anche quando svariate sono state proposte e realizzate a suo esclusivo uso e consumo? E ancora: non pensa che il problema semmai sia che a essere esautorato delle sue funzioni, impotente, sia non il Governo ma il Parlamento, dato l’eccezionale numero di decreti legge proposti dall’attuale maggioranza?

La questione dunque non è solo quella correttamente posta da Ostellino, e cioè il timore che certi elettori decidano – paradossalmente – di chiedere l’abolizione delle elezioni qualora le ipotizzino sfavorevoli, ma anche è soprattutto quella di una legge che non si vuole più uguale per tutti. Che alcuni, i comuni cittadini, devono rispettare fino all’ultimo cavillo e altri, i governanti, possono derogare a piacimento in nome di prassi o convenienze (si pensi al caso emblematico del decreto “salva liste”, o a quando Niccolò Ghedini definì il premier “primus super pares” e dunque la legge uguale per tutti, “ma non la sua applicazione“). Viene da chiedersi quali conseguenze potrà avere questo continuo svilire il rispetto delle regole, anche qualora si tratti di regole costituzionali, con l’alibi delle consuetudini. Se la Costituzione si può emendare senza nemmeno una revisione costituzionale nel caso di una crisi di governo, cosa impedisce che si possa fare altrettanto in altre circostanze? Solo ieri Berlusconi ha associato il rispetto dei “formalismi costituzionali”, un termine già di per sé dispregiativo in bocca a un presidente del Consiglio, alla parola “falsità“. Siamo sicuri, caro Ostellino, che non stia affidando la sua battaglia per i principi democratici alle mani sbagliate?

(Per Valigia Blu)

4 pensieri su “Caro Ostellino, quelle sono le mani sbagliate.

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  2. … concordo su tutto, eccezion fatta per il passo sui decreti legge. La prassi di decretare, esautorando il Parlamento dalle proprie funzioni non è regola Berlusconiana, ma modus agendi di ogni governo a prescindere dal colore. Stracciarsi le vesti per come sta usando lo strumento l’attuale (quasi) maggioranza senza riconoscere che non è tanto il comportamento esecrabile quanto la regola e la sua applicazione (regola che andrebbe mutata e resa più restrittiva) non è da te, nichilista. Per il resto, come già detto, concordo…

  3. Hai ragione, Lapo: la prassi dei decreti è di tutti. Ora non ho sotto mano le statistiche, ma mi sembrava questo ultimo governo detenesse il record. Sono andato via un po’ veloce cmq, e hai fatto bene a rimarcare.

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