Fare futuro: sì, ma quale?

Gli annunci di un nuovo partito. Il passaggio da una destra non-berlusconiana a una anti-berlusconiana. Le scuse – con vergogna – per l’appoggio a Berlusconi, alle sue leggi ad personam e al conflitto d’interesse. Fino alle ipotesi di dossieraggio, di ricorso ai “manganellatori” del Giornale e ai servizi segreti, che avrebbero spiato e pedinato diversi finiani per conto del Premier. Tutti segnali piuttosto indicativi: le “tregue” di cui si sente tanto parlare in questi giorni non sono altro che tattica, un tentativo di addossare la colpa della imminente crisi di governo alla parte avversa. Così da avere ancora una faccia da presentare all’elettorato che, si sa, ha memoria bimestrale.

Se questa classe politica, per quanto insincera, ha ancora un residuo di dignità non ci sarà nessuna riconciliazione tra PDL e FLI. Del resto, Berlusconi e Bossi l’hanno capito benissimo, come dimostrato dal fatto che da qualche giorno hanno iniziato a fare il tiro al bersaglio su Napolitano, invocando la fine della democrazia e il colpo di Stato qualora si mettesse di traverso all’opzione più gradita, le elezioni anticipate. Da cui il duo non ha niente da perdere: una campagna elettorale incentrata sul tradimento della “sovranità popolare” e ripetuta come un mantra dai megafoni dei giornali e telegiornali amici difficilmente potrà fallire. Soprattutto quando dall’opposizione non giungono segnali di vita. E quando i “traditori” non si sa per cosa tradiscano.

Lasciando da parte gli “ideali” – di cui difficile si accorgano dopo quindici anni di convivenza – la vera ragione del futuro successo berlusconiano alle urne potrebbe risiedere proprio nella incomprensibilità della strategia finiana. Perché i finiani hanno rotto con Berlusconi, e perché lo hanno fatto ora? La risposta comporterebbe complicate alchimie politiche, a cui non ho accesso. E allora provo ad affrontare la domanda immediatamente seguente: ora che hanno rotto, qual è il migliore dei mondi possibili, per loro? Le alternative, in questo caso, sono molte meno. E sono computabili.

Se si dovesse arrivare alla crisi di governo gli scenari possibili sono essenzialmente due: nel primo la colpa ricade su Fini, nel secondo su Berlusconi. Quale dei due si verificherà dipende dalle contigenze, anche se è molto probabile si verifichi il primo dato lo strapotere mediatico del Cavaliere. Se la colpa della crisi dovesse finire sui finiani (ad esempio, attraverso un voto di fiducia non concesso sulle quattro questioni fondamentali che il PDL sta per porre sul tavolo) questi ultimi avrebbero tutto l’interesse a evitare le elezioni. Che, inevitabilmente, sotto i colpi martellanti della propaganda e della mistica del tradimento, finirebbero per perdere. Rischiando di sparire, e allo stesso tempo di consegnare il Paese per un’altra intera legislatura al duo Berlusconi-Bossi, che questa volta non avrebbe più alcuna dissidenza interna e potrebbe procedere a fare dell’Italia uno Stato principalmente presidenzialista e federalista, in cui il dissenso – che venga da magistratura o giornali – sarebbe sempre meno tollerato. Ma anche se in qualche modo si evitassero le elezioni, ad esempio attraverso un governo tecnico, la reazione dei berluscones e dei leghisti sarebbe terribile: mesi di campagne diffamatorie contro i dissidenti, attacchi violentissimi a tutte le principali Istituzioni nel nome della “Carta materiale” e della “sovranità popolare”, manifestazioni di piazza e padani coi fucili in mano, pronti alla secessione. O almeno, questa sarebbe l’idea di Italia trasmessa a reti unificate. Non certo uno scenario favorevole ai finiani. A meno che non riescano insieme all’opposizione a modificare radicalmente la legge elettorale, ma a tutt’oggi questa è fantapolitica (Bossi e Calderoli solo qualche giorno fa – dopo anni in cui ne hanno parlato come di una “porcata” –  l’hanno definita “perfetta“).

Nel caso invece la colpa della crisi dovesse ricadere su Berlusconi (magari dimissionario dopo gli ennesimi tentennamenti interni alla coalizione), i finiani avrebbero forse qualche margine di speranza in più quanto all’esito elettorale. Ma anche qui, a prescindere dai sondaggi – che ondeggiano dall’1,5 a oltre il 10% e dunque non significano nulla – resta del tutto incomprensibile la collocazione del partito di Fini nello scacchiere politico: a destra di Berlusconi? Al centro con Casini e Rutelli? O ancora: in un nuovo Cln (l’idea era di Casini, non dimentichiamolo) con tutti quanti si oppongano a Berlusconi, compreso il PD – che ha già rivelato, per bocca di diverse alte sfere, di gradire? Le posizioni sui temi etici, la legalità, la libertà di espressione e di stampa – solo per dirne alcune – non aiutano. Un bene nell’ottica post-ideologica di un pensatoio come Farefuturo, ma forse un male di fronte a quella ben più semplicistica della massa dei votanti.

Insomma, in questo momento i finiani sono il vero e proprio ago della bilancia. Chiarire al più presto le loro intenzioni, in modo inequivoco e semplice abbastanza perché il potenziale elettorato capisca, non può che giovare al futuro del Paese. Che in questo momento non ci sta semplicemente capendo più niente, preso com’è tra i fuochi degli scandali infiniti e del battibecco sterile – quando invece vorrebbe solo reimparare a sperare che il futuro sia meglio del passato. Siamo giunti al punto in cui si deve abbandonare il bipolarismo oppure no? E’ ora di modificare l’assetto fondamentale dei poteri dello Stato o va bene così com’è? O più semplicemente: si può fare davvero politica mantenendo questo sistema, oppure lo dobbiamo riformare radicalmente? La risposta a queste domande passa oggi anche attraverso la strategia di Gianfranco Fini. Ma se dovesse sbagliare le sue mosse, si tornerebbe al plebiscito su Berlusconi. Lo scenario che preferisce, e che ci ha portato fino a questo (indesiderabile) punto.

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7 pensieri su “Fare futuro: sì, ma quale?

  1. Putroppo ogni ragionamento di tipo politico (come quello proposto in questo articolo) è viziato dalla solita variabile impazzita: lo strapotere mediatico del nanerottolo gli permette di far credere alla base elettorale qualunque menzogna sia funzionale alla sua rielezione. In questo scenario la tattica politica diventa molto difficile, se non impossibile.
    Io credo che un passo avanti potrebbe venire da un accordo tra tutte le forze politiche antiberlusconiane (cioè tutti gli attuali partiti meno Pdl e Lega) per cambiare la legge elettorale e proporre di emendare o addirittura abrogare alcune delle leggi più vergognose attualmente in vigore, per indebolire il ducetto. Se ci fosse una volontà forte, si potrebbe fare anche ora, senza governo tecnico.
    Putroppo la parola “volontà” è l’ultima che mi viene in mente quando penso a Bersani…

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