Lilin: “Il vero nemico siamo noi stessi”.

È un pomeriggio caldo ma ventilato, a Milano. Su una panchina di Parco Sempione siedo con Nicolai Lilin. Trent’anni e già due libri all’attivo: il primo, Educazione siberiana, tradotto in venti lingue e, presto, un film di Salvatores. Il secondo, Caduta libera, meno pubblicizzato. A torto, perché è uno splendido spaccato di un’esperienza di guerra che è del ragazzo pacato, serio che mi sta di fronte ma anche dell’avventura di ogni sopravvissuto al fronte. Ascolto Lilin mentre parla di morte e violenza con una lucidità e una compassione che lasciano di pietra. Penso alla vita di questo mio coetaneo che ha conosciuto guerre tra bande, il carcere, la Cecenia, e provo a immaginare cosa possa significare per lui poter sedere ora su una panchina, al sole, lasciando che sia la memoria, finalmente, ad occuparsi dello scontro, della battaglia. O mi sbaglio? Decido di fugare subito il dubbio.
Lilin, come si vive senza un nemico?
Tutti noi abbiamo bisogno di avere nemici, ma la situazione perfetta è quando noi siamo nemici di noi stessi. Essere sempre in lotta è la legge della natura, la vera condizione umana.
Quindi un nemico ce l’hai ancora. E sei tu stesso.
Sì, è proprio così.
Che peso e che ruolo ha avuto l’odio nella tua vita? È anche per liberartene che hai scritto i tuoi due libri?
Tanti lo pensano, ma non è vero. Il problema principale legato all’odio è l’assenza di curiosità rispetto alla gente. Ma io non ho mai odiato nessuno nella mia vita e non odio, perché sono sempre stato curioso. E quando sei disposto a capire le persone puoi anche accettarle. Anche senza essere d’accordo con quello che fanno, sia chiaro. In Cecenia, ad esempio, verso la fine della guerra con tanti dei prigionieri ho parlato. E ho capito chi erano i nostri nemici. In qualche modo ho sconfitto l’odio ideologico contro tutta la comunità islamica che veniva imposta dall’esercito. È così che ho capito che da parte islamica non c’era alcuna ideologia: quelli con cui abbiamo combattuto erano tutti mercenari. Al punto di barattare la possibilità di uscire dalle montagne in cui erano asserragliati in cambio di loro stessi camerati. Per me tradire un camerata russo con cui ho fatto spalla a spalla anni di guerra equivale al suicidio. Per loro invece era normale, perché credevano solo nel denaro.
In “Educazione Siberiana” scrivi: «Più vado avanti più mi convinco che la giustizia è sbagliata come concetto, almeno quella umana». Perché?
Perché credo che la giustizia sia un concetto perfetto, mentre l’umano in sé è imperfetto. Per cui sarebbe come avvolgere di una veste bianca, pulita una cosa sporca.
Ma quel non vendere un camerata al nemico non è forse una forma di giustizia?
Sì, perché la giustizia si rivela nelle situazioni di estremo pericolo, quando l’umano attraversa l’umano. Mi hanno detto che il mio libro racconta la perdita dell’umanità. Ed è vero, perché perdendo l’umanità le persone si purificavano. Noi stessi attraverso tutta questa sporcizia umana ci siamo purificati, perché abbiamo visto la società nel suo stato puro. Io portavo l’uniforme militare anche dopo il congedo per distinguermi dai tanti giovani che volevano vivere il sogno americano, consumare a ogni costo, senza rendersi conto che non significa nulla. Per me portare vestiti civili era sporcarmi il corpo.
Un po’ come Wittgenstein, che nato in una famiglia ricca abbandona tutto perché solo stando in prima linea, mettendo a repentaglio la propria esistenza, si trova la verità.
Sì, un mio amico italiano, un colonnello della Folgore di stanza a Kabul, ricordava sempre un vecchio detto usato dai militari durante la seconda guerra mondiale: «Un uomo non può credere in quello in cui non è disposto a morire».
Che distanza c’è tra la guerra e il racconto mediatico della guerra?
Sono due cose completamente diverse. Intanto perché gran parte dei giornalisti sono disonesti e strumentalizzati. E poi perché chi racconta la guerra deve fare la guerra, perché una persona che scrive di un conflitto e non si è mai sporcato le mani per me non è un’autorità, non rappresenta una fonte affidabile. Voglio vedere queste persone in un reparto operativo, assistere a un assalto, ammazzare la gente, vedere perché muoiono i civili.
Quindi paradossalmente “Caduta libera” può essere interpretato come un testo di cronaca…
Come carattere forse sì, ma non storicamente. Io apposta l’ho decontestualizzato, perché non voglio essere un giornalista, non sono educato per farlo e non mi piace. Ad esempio, sono stato criticato da un giornalista che mi ha accusato di aver parlato di guerra senza morale. Ma io so come è stato in Afghanistan: so che lo scortavano con quattro blindati per fare due foto a una bambina morta e poi scrivere di un orrore che non ha nemmeno vissuto. Fanno tutti così.
In entrambi i tuoi libri c’è una figura centrale: nel primo tuo nonno, nel secondo il tuo capitano, Nosov.
Nosov, come mio nonno durante l’infanzia, rimane ancora oggi un riferimento importantissimo, anche se è caduto: era un militare di grandissimo valore, grazie al quale siamo sopravvissuti noi stupidi ragazzi di 18 anni. Per noi rappresentava una saggezza totale. E poi ci ha trasmesso uno spirito di cameratismo unico, indispensabile.
In che senso?
Quando uso la parola “camerata” mi danno del fascista. Ma non c’entra nulla: il “camerata” è una persona con cui diventi un corpo unico. È duro da raccontare perché molte persone non lo capiscono, ma quando noi vedevamo un camerata assistere un altro a morire era più tenero della madre. Come lo accarezzava… Tante persone morivano felici. E anche io guardando questa forma di cameratismo che avevamo noi ero felice di morire, non avevo paura: basta ci sia un camerata che mi prende in braccio e mi lascio andare. Questa forma di cameratismo è stata sviluppata proprio grazie a Nosov, che ci ha insegnato a stare insieme, a non odiarci, a non diventare vittima di paure e non sfruttare il prossimo. Io l’ho detto a mia madre: “probabilmente i miei camerati sono più importanti addirittura di te”. Del resto Nosov era nostro padre, la nostra famiglia. Lui stesso rifiutava la sua famiglia. Nel libro racconto che faceva scrivere a noi le lettere alla sorella. Noi eravamo la sua famiglia.
In un dialogo ti viene detto: «Se vuoi salvarti, amico, devi fare quello che ha fatto il vostro capitano. Basta sposare la guerra, volerle bene, e lei ti amerà per sempre…». Tu ci sei mai riuscito?
Sì. Questa è naturalmente una metafora con cui ho cercato di trasmettere ai civili che la guerra è come una donna, che pretende che la ami e che non la tradisci con nessuno. Se tu fai la guerra pensi solo all’impegno militare: conoscere il nemico, ascoltare il proprio capitano, essere sempre attenti, durante e dopo le missioni. Quando inizi a pensare alla moralità, a ciò che accade dal punto di vista di un civile vuol dire che sei fuori. E se sei fuori significa soltanto che sei o morto o ferito gravemente.
A proposito di moralità. Tu hai vissuto secondo regimi morali diversi e contrastanti. Quello della tradizione Urca e dunque dei “criminali onesti”, quello militare e, oggi, quello civile, della cosiddetta “normalità”. Pensi uno sia “superiore”, “migliore” agli altri?
L’unica cosa che posso dire è che vedo la situazione civile, la società pacifica, completamente amorale. Vedo una ignoranza profonda nella conoscenza di se stessi. Ignoranza e crudeltà. Quanto alla comunità criminale quando sono nato non c’era più, io l’ho solo resuscitata nelle pagine del mio libro. È stata invece proprio una esperienza brutale come la guerra ad aiutarmi a crescere umanamente e capire tante cose a livello politico.
A prescindere dalla guerra dunque l’importante è cercare un percorso di crescita di se stessi…
Mio nonno lo diceva, da anti-comunista che aveva vissuto sotto il regime comunista. Un giorno sono entrato nella sua stanza, lui ascoltava la radio ed era tristissimo. Io gli ho detto: «Finalmente l’Urss non c’è più. Non dovresti essere contento?». E lui: «Nicolai, sei ancora piccolo, ma un giorno capirai che è giusto che i comunisti siano scomparsi, ma hanno costruito un sistema. E quando crolla un sistema e chi lo fa crollare non ha nessuna alternativa va solo peggio». Ricordo ancora la frase: «Io sono triste per ciò che aspetta te e la tua generazione». Aveva ragione, infatti oggi è il caos.
Durante la narrazione riveli che tutti i soldati si rivolgono a Dio. Tu credi in Dio?
Sì, prima ero ortodosso, poi sono diventato cattolico da quando mi sono trasferito in Italia.
Che spazio c’è per il sacro in una guerra?
In guerra ho conosciuto tante persone che sono diventate religiose molto in fretta. È strano ma stare vicino alla morte porta quasi a un bisogno di aggrapparsi a qualcosa in cui credere. Ho visto tanti soldati nei momenti difficili iniziare a pregare.
Erano sinceri?
Erano molto sinceri. Se mentre ti fischiano le pallottole sulla testa anziché ricordare mamma, papà o fidanzata tieni in mano una Croce e ripeti piano una preghiera vuol dire che lo fai con sincerità perché probabilmente è l’ultima cosa che stai facendo. In guerra ho visto tante persone diventare credenti, e credenti veri. Che potrebbero insegnare anche agli arcivescovi come si crede in Dio.
Tu hai passato nove mesi in un carcere minorile dove stupri, torture, violenze – anche da parte delle guardie – erano all’ordine del giorno. È stato più facile riabituarsi alla vita civile dopo quell’esperienza o una volta congedato dai due anni di servizio militare?
Il carcere, forse perché avevo 12 anni o perché ero ben protetto, l’ho accettato come parte del gioco. Quindi non l’ho patito tanto, anche perché non ho subito abusi. Quello che mi ha spaventato è stato scoprire quanto violento, stupido e brutale può essere un uomo, soprattutto con se stesso – perché per me un adulto che violenta un ragazzino fa innanzitutto un crimine contro la sua stessa anima, si cancella dagli occhi di Dio per sempre.
Quindi è stato più difficile tornare dalla guerra…
È che quando sono andato a fare la guerra ero giovane ma più consapevole. La guerra per me è stato il primo confronto con la vita reale. È lì che ho iniziato a interessarmi di politica. Prima mi limitavo a fidarmi di mio nonno: «Chi fa politica è maledetto da Dio». Quando poi l’esperienza è finita è stato difficile tornare al punto di partenza, perché ormai ero un’altra persona, vedevo il mondo con occhi diversi. Credo che morirò senza mai integrarmi totalmente nella vita e forse è giusto anche così, forse è questo il modo di punirmi per le cose disumane che ho fatto e a cui ho partecipato. Io lo accetto e con dignità.
Roberto Saviano sostiene che quando dici delle verità scomode qualcuno cercherà di delegittimarti, gettare discredito e fango su di te. Ci hanno provato anche con te?
Sono molto grato a Roberto perché la prima cosa che mi ha detto quando ha letto le bozze del mio libro è stata: «Voglio che tu sappia che quando uscirà incontrerà tantissimi ostacoli. Preparati alle diffamazioni, agli attacchi e sappi che di te diranno cose che neanche ti immagini». Io ho annuito, senza pensarci davvero. Però dopo le campagne diffamatorie di alcuni esponenti dell’ex Urss, impauriti da ciò che parlo, ho capito che aveva ragione lui».
Hai ricevuto anche minacce di morte?
Sì, ma ricevo anche un grande sostegno dei servizi di sicurezza italiani. E poi non riusciranno a impaurirmi, perché per me è un discorso di dignità, aprire gli occhi ai miei concittadini italiani su ciò che accade nei paesi dell’Est e sulla minaccia che da lì potrebbe provenire per l’Italia. Bisogna essere pronti anche moralmente di fronte a queste situazioni, imparare a non sottovalutarle.
È questo che tu come scrittore vorresti rimanesse di ciò che fai?
Certo, un ponte diretto con la società vera che c’è nei paesi di quello che chiamo “caos post-sovietico”. Perché quando accettiamo le violazioni dei diritti umani che vi accadono è come se accettassimo la schiavitù, la pedofilia, la criminalità organizzata. È contro questo che dobbiamo creare uno scudo.

(Per Il Secolo d’Italia)

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