Scrivono come mangiano.

Marco Lillo, commentando sul sito del Fatto la “notizia“riportata dal Giornale per cui il vicedirettore (non lo è piùPierluigi Battista attaccherebbe Fini solo su Facebook, scrive:

Politici e giornalisti usano la rete come un confessionale dove raccontano le verità nascoste e i giornali come il pulpito dal quale fare la messa cantata. Purtroppo per loro non hanno ancora capito che la rete è la piazza e non una delle loro terrazze romane.

Una ipocrisia di cui soffrirebbero in molti. Paolo Giordano la descrive a questo modo: “Al Corriere della Sera, ad esempio, tutti, vicedirettori compresi, possono scrivere ciò che vogliono. Sì, ma lo pubblicano su Facebook“. Dello stesso morbo soffrirebbe anche Filippo Rossi la cui pagina Facebook, come ricorda Alessandro Gilioli, è stata oggetto delle particolari attenzioni di Via Negri già mesi fa. Può darsi il “fenomeno” riguardi molti altri “politici e giornalisti”: io in ogni caso andrei piano con le generalizzazioni.

Battista nel frattempo dice – sul suo profilo, ovvio – che il quotidiano di Feltri “fa il furbetto”: “scorretto” e “grottesco“. Ma, come Fini, non specifica. Anche se rilascia addirittura una intervista al Sole 24 Ore, che non poteva farsi scappare l’occasione per formulare domande (retoriche, manca pure l’interrogativo) come L’idea di sentirsi “controllati” pure in un social network non è gradevole… (Risposta – serissima: “E’ un’alterazione delle regole del gioco. Quando si scrive un articolo si ha un livello di concentrazione diverso da quando si scrive e magari si cazzeggia su Facebook. Quella è una chiacchiera da bar…“).

Di certo c’è del vero nel pensiero di Lillo. Eppure, forse, manca la reale “notizia”. Che non è né l’ipocrisia di alcuni né lo spirito voyeuristico di altri, ma che vi sia una nuova prassi giornalistica: trasformare professionalissimi articoli su professionalissimi quotidiani in un resoconto di ciò che avviene su un profilo Facebook. Generando serissime polemiche sulla libertà di stampa e di espressione – altro che ddl Lauro, decreto Romani, comma 29 del ddl intercettazioni o, spostandosi solo oltralpe, Hadopi. E dimenticando forse che a volte, ma solo a volte, il giornalismo non dovrebbe raccontare né le “piazze” né “le terrazze romane”, ma andare un po’ più a fondo.

Perché sì, è importante scrivere come si mangia, ma è importante soprattutto ciò che si scrive e si mangia. Ricordarlo aiuterebbe forse a evitare certe sindromi da Grande Fratello che piacciono tanto ad alcuni ipocondriaci della Rete. Chissà che dedicando meno tempo a scorrere le bacheche altrui non trovino il tempo di dedicarsi ai tanti rischi di antiutopia digitale di cui dovremmo tutti parlare di più e meglio.

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