Come sopravvivere alle prigioni in Russia. Prima di perdere se stessi.

Bastonate e carcere, eccoti la verità e la legge“. Sembra la battuta di un gerarca del Partito Unico di orwelliana memoria, e invece è la realtà. La tragica realtà della Russia di oggi, raccontata attraverso gli occhi e la carne di Grigorij Pas’ko. La sua è la storia di uno dei tanti giornalisti cacciati come prede dal regime di Mosca. Perché non tacciono. Perché non acconsentono. Sono 300 tra morti e scomparsi solamente tra il 1993 e il 2009. Gli incarcerati, come Pas’ko, chissà quanti sono. E incarcerati per cosa, poi.

La storia di Pas’ko è esemplare. Corrispondente della marina militare, prima, e di un giornale ambientalista poi, ha l’ardire di documentare lo smaltimento di rifiuti tossici nel Mar del Giappone da parte di una nave militare russa. Con i suoi articoli, dal 1993 al 1997, Pas’ko testimonia anche casi di corruzione all’interno della Flotta. Troppo per la FSB, i servizi di sicurezza federali eredi del KGB, che lo accusa di spionaggio a vantaggio dei giapponesi. Passerà venti mesi in carcere prima di venire assolto. Solo per poi, nel 2001, venire nuovamente giudicato – questa volta colpevole di “alto tradimento” – “con un verdetto assurdo e dopo un processo ancora più assurdo e tutt’altro che legittimo“, scriverà Thomas Roth. Insomma, come il 99% dei processi che riguardano gli oppositori del regime. Risultato? Quattro anni in un campo di prigionia. Che Pas’ko sconterà solo parzialmente grazie alle pressioni della comunità internazionale e alla buona condotta.

L’esperienza è rimasta tatuata a fuoco nella memoria del giornalista. Che decide così di srotolarne i fili in un manuale per futuri martiri, intitolato Come sopravvivere alle prigioni in Russia e appena pubblicato da Bollati Boringhieri in edizione italiana. E’ un vademecum disperato e lucido, che racconta il terribile retropalco di un Paese di cui in Italia si sente parlare solamente per lo stretto legame affaristico e di amicizia tra il Presidente Berlusconi e Vladimir Putin; e che le cronache hanno menzionato più per le avventure sul famigerato “lettone” che non per i misteriosi omicidi di Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova.

Eppure di questo retropalco ci sarebbe molto da raccontare. A partire dalla realtà quasi concentrazionaria del sistema carcerario. Un sistema fatto di regole ferree, immutabili, “come se non fossero state inventate dagli uomini”. E a cui nessuno sfugge se è vero, come ripetuto ossessivamente nelle poche pagine strappate alla sofferenza di Pas’ko, che “il nostro Paese è un’unica grande prigione” e che “gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci“. Pestaggi e soprusi sono all’ordine del giorno, al punto che l’idea stessa dell’inevitabilità della morte “non si trasforma in una mania, ma ti lascia indifferente“. E così il consiglio numero uno, una volta varcata la soglia dell’incubo, è rendersi conto che “ora e per sempre non hai più niente e nessuno”, che “non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia”.

E’ una sorta di banalità del male che si ripete, un tentativo di disintegrazione dell’individuo in quanto tale che prosegue logicamente la trama intessuta dai regimi totalitari di ieri. E che in suolo russo, dietro a una patina democratica, sembrano serbare un nucleo di inestinguibile, assurda forza, capace perfino di rendere i consigli di Pas’ko inutili. Come lo stesso giornalista ammette, rivolgendosi a un ipotetico “biscottino”, e cioè a chi finisca in prigione per la prima volta: “Tanto sopravviverai anche senza i miei consigli. Quasi tutti sopravvivono. E non perché abbiano letto libri intelligenti […] o abbiano ascoltato dei consigli. Ma perché insieme al latte materno hanno succhiato l’odio per la polizia, per lo Stato, per il governo (mentono perché è una patologia cronica), per le loro leggi“. Ecco il paradosso nella sua nudità: si sopravvive perché si è già condannati, già delusi, già inseriti all’interno di una logica di alienazione e violenza. Perché la verità di pochi si paga con la condanna di tutti. A questo modo la Russia sta crescendo una generazione di galeotti: in nome della menzogna.

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