Saviano a Caffeina 2010: “Io so morire da uomo”. E noi?

Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

Advertisements

4 pensieri su “Saviano a Caffeina 2010: “Io so morire da uomo”. E noi?

  1. semplicemente grazie, trovo questo articolo migliore delle mille chiacchiere di questi giorni…la lotta a un a cosa come la mafia non è una questione politica, o meglio, è una questione che va al di la della politica, che deve avere come protagonisti ATTIVI noi tutti….

  2. Belle parole, soprattutto perchè dette da chi le vive in coerenza tra dire e fare. C’è solo da sottoscriverle e augurarsi che siano in molti ad ascoltarle, capire il senso e il valore del saper vivere e morire da uomini e farle proprie.

  3. Ho partecipato, e non solo fisicamente, all’incontro con Roberto ieri sera alle 21.30.
    Sono tornato a casa stanco dal lavoro (di questi tempi bisogna solo ringraziare la possibilità di avere ancora giornate del genere) dopo una giornata infernale.
    Mia moglie mi dice c’è Roberto a Viterbo stasera.
    Non ho nemmeno fatto i conti di quanta energia mi è ancora rimasta. Una breve cena, la figlia è al cinema, di corsa in Piazza del Plebiscito.
    L’impatto già prima di arrivare in piazza attraverso i suggestivi vicoli viterbesi è stato impressionante:
    era come se la gente accorresse non per ascoltare ma per partecipare, per essere vicino, per contribuire in qualche modo. Non si trattava della solita folla tipica di una ressa ad un concerto o ad uno stadio a volte ai limiti dell’inciviltà. La gente era cosciente, rispettosa, solidale ma soprattutto e questo mi ha sconvolto la gente era silenziosa come se conoscesse già ciò che gli stava per essere detto o meglio ridetto.
    Pressati nella piazza che diventava sempre più piccola, poco prima che Roberto inizia a parlare mi accorgo che proprio vicino a me c’è un mio caro amico venuto anche lui da una giornata infernale, da Roma, anche lui con sua moglie. Era tanto che dovevamo vederci per condividere i nostri interessi, per stare insieme, per stare bene. quale migliore occasione! Alla fine non c’è stato nemmeno bisogno di parlarci, di salutarci!

    Durante il monologo di Roberto ad un certo punto mi sono chiesto: ma lui ormai ha fatto una scelta; ha deciso di sacrificare la propria vita e di dare tutto se setesso per compiere la sua missione. Io che posso fare? Io ho un’altra vita, mica posso mettermi in pericolo, mica posso mettere in pericolo la mia famiglia! Poi però ascoltandolo meglio ho capito e nonostante abbia letto e riletto, visto e rivisto tutto quello che lui abbia detto o fatto alla fine ho capito! Non bisogna essere eroi, non è necessario! Può suonare come una considerazione egoistica ma è proprio così: è la conclusione a cui era arrivato, ricorda Roberto, il giudice Borsellino quando diceva che era felice di sapere che la gente era con loro, con lui ed il giudice Falcone.
    Essere con chi è in prima fila significa diffondere nel proprio ambiente lo spirito del loro impegno. Significa difendere il loro lavoro dalle diffamazioni e dalle calunnie quotidiane. Significa ricordare l’impegno dei martiri caduti affinche la memoria non si affievolisca mai e afficnhè non ce ne siano più altri. in questo modo si coinvolge sempre più persone si crea un movimento popolare, si cambia la storia, si difende l’impegno dei più esposti in modo tale che non diventino o siano considerati degli eroi: è giunto il momento che essi siano considerati dei giusti e in quanto tali anche noi nel nostro piccolo possiamo esserlo. Non è necessario essere eroi per cambiare questa Italia; se così non fosse, se anche questa volta vincesse il nostro cinismo e la nostra indifferenza nemmeno gli eroi potrebbero salvarci!
    Grazie Roberto

  4. la prima cosa che ho pensato quando l’ho visto su quel palco è stata :”ma come fa una ragazzo cos… Mostra tuttoì ad avere tutta questa forza?” poi alla fine di tutto ho capito ed è stato bello vedere un giovane che crede e si appassiona incredibilmente per quello che pensa, che cerca di condurre per mano, con passione, impegno e dedizione, una moltitudine di persone alla scoperta di cose che sono sotto gli occhi di tutti, ma che la frenesia e i problemi quotidiani (e la paura di “non poter fare comunque niente”) ti spingono a rifiutare….piu volte ho avuto i brividi durante il suo monologo, ma non per commozione o per emozione…è stato il senso di copa per aver pensato, magari solo una volta, di non avere il potere di fare niente, di non sentirmi abbastanza informata su ciò che accade nel MIO Paese e di non sentirmi fino in fondo “cittadina”, così come ha voluto sottolineare Roberto ieri sera…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...