Moda e anoressia: un bollino per riconoscere immagini ritoccate e naturali?

L’Australia decide di promuovere un codice etico per la moda al fine di combattere il diffondersi dei disturbi alimentari. Per chi aderisce (avviene su base volontaria), divieto di sfilare alle size zero e ai modelli “eccessivamente muscolosi” (qualunque cosa ciò significhi). Una mossa che tuttavia non risolverà il problema degli scheletri in passerella. Come insegna l’esperienza spagnola, che quella direzione l’ha intrapresa già nel 2006 e senza risultati apprezzabili. La mossa sembra più propagandistica: l’anoressia non si scardina vietando di sfilare a ragazze sotto un certo indice di massa corporeo, perché non è con i divieti che si modificano le tante prassi errate che – nonostante in molti sostengano il contrario – abitano il settore. Le cattive prassi si combattono con prassi virtuose: ci vuole tempo, lavoro, discussione, intesa con gli operatori del mondo della moda, con le ragazze, coi medici, con i media. Ben venga dunque un codice di autoregolamentazione. Ma uno strumento simile non funziona – lo insegna la letteratura – se, come la legge, vieta ma, contrariamenta alla legge, non ha potere sanzionatorio.

Una mossa che ritengo invece più appropriata è quella, sempre contenuta nel codice etico illustrato dal Telegraph, di sollecitare gli aderenti a indicare con un disclaimer quali immagini siano ritoccate digitalmente e quali invece ritraggano corpi nelle loro forme naturali. Per chi lo farà, ci sarà la possibilità di fregiarsi di un bollino di riconoscimento. Qualcosa di simile a ciò che avviene con cibi di cui è accertata la provenienza o che rispettino determinati standard di qualità. E’ bene che le ragazze che fruiscono dei messaggi della moda sappiano distinguere tra realtà e finzione, e che soprattutto venga demolita l’idea di fondo, quella della perfezione a ogni costo, che quelle immagini senza difetto sembrano possedere – e per cui è legittimo ogni sacrificio, anche quello della propria vita – quando invece è il frutto di qualche colpo di mouse.

Funzionerà? Difficile dirlo. Un’idea simile per certi versi è stata adottata per la vendita di sigarette, quando sui pacchetti sono apparse scritte e immagini per aumentare la consapevolezza dei fumatori sui rischi a cui andavano incontro acquistando e consumando quel prodotto. Si dirà: però si fuma ancora. Certo. Tuttavia il segnale è positivo. Perché una maggiore consapevolezza è sempre gradita, anche quando si riveli in parte inefficace (ammesso che lo sia, il che è ancora tutto da provare). E perché potrebbe essere un primo passo per iniziare una discussione che riconsegni alla loro dimensione unicamente virtuale quei corpi privi dei segni del tempo e dell’umana imperfezione. Quei corpi in cui ad essere assente è proprio la tanto desiderata bellezza.

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2 pensieri su “Moda e anoressia: un bollino per riconoscere immagini ritoccate e naturali?

  1. Meritoria la scelta di parlare di un argomento così importante ma così poco pubblicizzato. Sto parlando non del rapporto anoressia / mondo della moda, di cui spesso i telegiornali si occupano in occasione di qualche episodio eclatante di cronaca, ma dagli immensi danni psicologici che il fotoritocco sistematico e spietato applicato alle immagini femminili provoca sulle persone. Si dirà: ma che vuoi che sia. Certo non si diventa anoressici guardando la foto di qualche modella resa ancora più sexy e perfetta dalla mano sapiente del grafico, ma questo tipo di sollecitazioni, ripetute per anni, tutti i giorni, decine di volte al giorno (nelle gigantografie dei cartelloni pubblicitari, nelle trasmissioni televisive al limite del porno, nei video musicali e nei siti web dei divi di plastica diretti proprio agli adolescenti) finiscono per diventare, anche se non lo vogliamo, dei modelli esetetici ben impiantati nella nostra mente.
    Questi modelli influenzano il concetto di “bellezza” di un’epoca, e generano inevitabilmente dei tentativi di emulazione (soprattutto nelle ragazze). Finché qualcuno tenta di assomigliare ad una bellissima fotomodella, nulla di male (in linea di principio). Se però questa fotomodella è presentata sistematicamente in forma “ritoccata”, priva delle naturali imperfezioni del corpo umano, allora chi ne fa il proprio modello estetico si troverà ad inseguire un obiettivo intrisecamente inarrivabile, perché non esistente in natura.
    Tutto ciò è aggravato dal fatto che le opere dei pubblicitari non sono chiaramente identificabili come “fantastiche”, cioè palesemente opere di fantasia, ma al contrario sufficientemente verosimili da rappresentare come fosse vero quello che in realtà è solo un ideale di bellezza, per di più coniato non per ragioni filosofiche, ma con il preciso intento di portare all’acquisto chi subisce il messaggio.
    Violentano senza scupoli le nostre menti pur di indurci ad acquistre beni di cui (molto probabilmente) faremmo altrimenti a meno.

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