I telegiornali dimenticano le crisi umanitarie.

La malnutrizione nel mondo come la stagione dei saldi. Il delitto di Garlasco raccontato in proporzioni dieci volte superiori alla guerra civile nello Sri Lanka. E 241 notizie per una pandemia solo potenziale come l’influenza aviaria contro le laconiche tre sulla tubercolosi (13 se si considera il 2009), che fa due milioni di vittime all’anno. Non è solo questione di disinformazione guidata dalla politica: i criteri stessi di notiziabilità adottati da tutti i principali telegiornali italiani sono tali da fare praticamente scomparire dai teleschermi le crisi umanitarie e i più tragici conflitti internazionali.

Secondo uno studio dell’Osservatorio di Pavia a firma Mirella Marchese, e pubblicato recentemente all’interno di un volume edito da Marsilio, l’informazione televisiva di Rai e Mediaset dedica solamente sei notizie su cento al racconto di ciò che avviene nella tragica “top ten” dei paesi che per Medici Senza Frontiere si trovano ad affrontare situazioni di emergenza civile e bellica. Temi verso cui c’è sempre minore attenzione, se si pensa che nel 2006 raccoglievano il 10% dei servizi, e nel 2007 l’otto. È interessante notare poi come il dato non sia affatto omogeneo tra le diverse reti: si va dal 3,43% di Studio Aperto al 10,04% del Tg3, per un aggregato di circa l’8% per la Rai e solo del 4,7% per Mediaset.

Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo – e cioè che cosa effettivamente queste notizie riguardino e come vengano raccontate. Secondo Marchese si tratta perlopiù di “eventi ad alta intensità drammatica” (rari, improvvisi, violenti o catastrofici), su personaggi noti e vicende personali. Ed ecco che 246 delle 293 notizie riguardanti la Somalia parlano dei pirati che attaccano mercantili, petroliere e navi da crociera. Che delle 77 sull’AIDS ben 38 si riferiscono agli interventi del Pontefice – capace di monopolizzare la scena, insieme al vertice FAO e altri ritrovi istituzionali, anche sul problema della mancanza di risorse alimentari. Più in generale, si tratta in massima parte di “notizie episodiche schiacciate sui singoli eventi”: rapimenti, attentati, mosse militari e politiche – meglio se riguardanti l’Italia, naturalmente. Senza contare che se si considera che un servizio su due tra gli 82788 dedicati alle crisi nel mondo parla di Afghanistan, Iraq e Medioriente, gli altri paesi ricevono una trattazione pressoché nulla.

La battaglia, dunque, non è solo liberare la Rai dal giogo dei partiti, ma anche sollecitare Rai e Mediaset a gettare lo sguardo oltre la “prevalenza dell’ombelico”, e cioè oltre i confini delle polemiche che nascono e muoiono senza sosta a livello nazionale. Possibilmente facendo meno ricorso all’infotainment, e lasciando più spesso da parte il motto dello scandalismo e del sensazionalismo: “if it bleeds it leads”. Difficile, certo, ma necessario se si vuole evitare che a sanguinare non siano soltanto vittime dimenticate ma anche notissime coscienze.

(Per Valigia Blu)

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Un pensiero su “I telegiornali dimenticano le crisi umanitarie.

  1. Vedere catastrofi in televisione, che non siano spettacolari o di scena (vulcani, tsunami, terremoti, che creano audience ed attenzione “per un po’” e poi vengono lentamente dimenticati perchè si trasformano in semplici tragedie), ma siano solo angoscianti e ansiogene, provoca nello spettatore-consumatore una repulsione d’attenzione nei confronti dello spot che, tra pochi minuti, dopo il servizio, andrà in onda.

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