Social media, politica e società /3 – Perché far sapere a tutti dove siamo? Pagare Facebook per difendere meglio la privacy? E’ finita l’era dell’informazione gratuita?

Read Write Web – Perché usiamo social network che dicono a tutti dove ci troviamo?

Per quale motivo gli utenti registrano online dove si trovino offline? Marshall Kirpatrick decide di chiederlo agli utenti stessi di servizi come Foursquare (100 mila nuovi utenti ogni settimana) Latitude, Gowalla e BrightKite. Oltre a risposte piuttosto convenzionali, come avere la possibilità di incontrare persone che già si conoscono senza doversi mettere d’accordo, tenere d’occhio i figli o beneficiare dei bonus offerti dai locali o dal servizio stesso, ce ne sono di ben più interessanti:

[…] many of them say they use it primarily for their own tracking of their personal history. It’s a lazy diary, people say.

[…] Some people say they use it to help with their expense tracking on business travels.

I social network come una sorta di diario che tracci automaticamente i percorsi della propria vita. Per ricordare bei momenti passati, oppure per vantarsi dei luoghi e dei locali che abbiamo visitato:

Did I feel a little cool when I checked in at Manhattan’s underground ping pong venue and bar called SpinNY and wrote “Crazy place, ping pong balls flying everywhere, hitting me while I drink beer and blog.” Yeah, I did.

Dovremmo pagare Facebook perché difenda davvero la nostra privacy?

L’idea è di Jeff Tinsley, CEO di MyLife.com:

If you really want Facebook to protect your privacy, you should pay them for the privilege.

Secondo Dan Tynan di ITWorld l’idea non è malvagia. Innanzitutto perché Facebook non avrebbe più bisogno di raccogliere sempre più dati personali per trasformarli in denaro tramite meccanismi pubblicitari:

If you’re a paying customer, Facebook doesn’t need to monetize your data so heavily via ad deals. That means it has less incentive to butter your data all over the InterWebs and more incentive to keep its paying customers (ie, you) happy.

In secondo luogo, dato che gli utenti diverrebbero a tutti gli effetti clienti, e dato che il cliente ha sempre ragione, il tentativo – oggi destinato a fallire – di raggiungere un essere umano con cui interfacciarsi in caso di problemi (ad esempio, per le continue e assurde sparizioni di account e gruppi) non sarebbe più una utopia:

A subscription plan might also give Facebook reasons to provide better customer support. As it is, good luck reaching a human when you have a problem with your Facebook account. The best you can do is send an email to a generic email address and hope somebody gets back to you.

That’s not unusual when a service is 100 percent free. Tech support is expensive. But if you paid, say, $5 a month, Facebook might have the funds (and the need) to put more bodies on that problem.

Un modello accettabile, conclude Tynan, potrebbe essere il “freemium“, e cioè un mix di elementi a pagamento e gratuiti. Un’idea assurda? Non dovrebbe, conclude il pezzo, perché come scrive Rob Enderle,

If you don’t know what’s funding your service, there’s a good chance your information is.

Giro la domanda finale di Tynan ai lettori: quanti sarebbero disposti a pagare per vedere la propria privacy meglio tutelata su Facebook? E quanto sarebbero disposti a pagare?

E se l’era dei browser e dell’informazione gratuita fosse finita?

Michael Hirschorn ripercorre su The Atlantic il modo in cui l’idea Information wants to be free è divenuta per decenni l’ideologia indubitabile che ha animato la Rete. Un dogma che si è diffuso negli anni ’80 ma che è diventato propriamente tale solo nei ’90 con l’era dei browser:

[…] by the time digital culture exploded into the mainstream with the introduction first of the Mosaic browser and then of Netscape Navigator and Internet Explorer, in the mid-’90s, free was already an idea only the very old or very obtuse dared to contradict.

Perché fare questo excursus sulla storia di Internet? Non per prendersi gioco del “futurismo del passato“, ma per far capire come un’idea che “pensavamo fosse una certezza era in realtà il prodotto di una ideologia“. E, come tale, è soggetta a mutamenti. Come sta avvenendo ora, dove si incomincia a mormorare il mantra opposto, Information wants to be paid for. E dove le applicazioni sostituiscono i browser:

the move from the browser model to the app model (where content is more likely to be accessed via smartly curated “stores” like iTunes, Amazon, or Netflix) signals the first real taming of the Wild Digital West. Apple’s version of the West has nice white picket fences, clapboard houses, morals police, and lots of clean, well-organized places to spend money. […] These shifts are seemingly subtle, but they may prove profound. Google, which built its once monopolistic position by harnessing the chaos of Web search, has been forced to move aggressively to preserve its business model against this new competition: it has teamed up with the Apple-scorned Flash; is making conciliatory gestures to the content owners it once patronized; has reached a deal to purchase a mobile ad-sales platform; and is promoting its own vision of the future based on cloud computing. Phones using its open-source smart-phone operating system, Android, are outselling the iPhone. Even so, Google still needs for the Web, however it’s accessed, to remain central—because without contextual search advertising, Google ceases to matter. Smart phones in general, and the iPad more pointedly, are not driven by search.

Nonostante potrebbe rivelarsi arduo “convertire” generazioni di trentenni abituati ad avere tutto gratis in Rete, la conclusione secondo The Atlantic è una sola:

All of this suggests that the era of browser dominance is coming to a close.

E’ la battaglia tra i modelli di Google e Apple. Sarà uno scontro sanguinoso, e l’esito è tutt’altro che scontato.

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