In difesa di Josè Saramago.

E’ grottesco nel tempo della post-ideologia, un tempo in cui Dio sarebbe morto da più di un secolo nella filosofia e da almeno sessant’anni nella storia, essere costretti a rivendicare l’indipendenza dello scrittore proprio dall’ideologia, dalla politica e dalla religione. Ma certi giudizi costringono a farlo. Ad esempio quello dell’Osservatore Romano su Josè Saramago, che decide di celebrarne la morte con un pezzo fortemente critico, le cui asperità sono tuttavia dettate non da una analisi del senso profondo dell’opera dello scrittore portoghese, ma dalle note difformità di vedute teologico-metafisiche, che finiscono per travolgere e inglobare il giudizio complessivo sullo stile e sulla capacità stessa di pensiero e introspezione di Saramago. Qui non si tratta di commemorare un Premio Nobel, di rispetto per i defunti o di altre questioni di etichetta: il punto è sostanziale.

Claudio Toscani, autore dell’articolo sul quotidiano del Vaticano, definisce Saramago un “populista estremistico”, “un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica”. Un superbo debole, insomma, che si cela dietro “l’onniscenza e l’onnipotenza” della sua voce narrante per mascherare una profonda mancanza di riflessione sul senso dell’essere, dell’uomo o di Dio. Un tema verso cui la sua mente sarebbe sempre stata “uncinata […] verso una costante banalizzazione del sacro e da uno sconfortante semplicismo teologico“. Non sono un teologo, e dunque non dubito delle affermazioni di Toscani dal punto di vista prettamente tecnico: lascio il giudizio agli esperti. Tuttavia siamo proprio sicuri che la grandezza di una introspezione, il peso di una metafisica sia da “uncinare” alla correttezza, al rispetto dei dogmi della fede? Davvero chi ha narrato – a mio avviso mirabilmente – la vicenda di un Cristo fattosi interamente uomo, facendo del suo dolore quello di ogni uomo che conosca il suo destino (provate a pensarci, esiste forse un dolore maggiore?) un pungolo nella carne viva per trecento pagine, fino al punto di esclamare in punto di morte “Uomini perdonatelo perché non sa quello che ha fatto”, incorre in una “banalizzazione del sacro”?

Io non lo credo. Credo invece che in questo giudizio l’etica adombri l’estetica, la fede si contrapponga alla ragione al punto di prevaricarne la lucidità. E credo comporti un quesito di natura generale: come si deve valutare l’opera di uno scrittore? Con quale metro? E’ una domanda impegnativa, certo, su cui tuttavia ho l’immodestia di avanzare una risposta: non con il metro dei dogmi. Non con il moralismo, l’opportunismo politico, ideologico o dottrinale. In sostanza, nel grande scrittore la forma può venire prima del contenuto, la bellezza prima della razionalizzazione, la seduzione prima della coerenza. O dovremmo forse giudicare Sandro Penna un pessimo poeta perché ciò che scriveva conteneva un desiderio erotico nei confronti di adolescenti dello stesso sesso? Condannare Cèline, ignorando la grandezza del suo cinismo, lo splendore del suo stile frammentario, bestiale, solamente perché alcuni contenuti erano profondamente antiumani, conditi di bestemmie e improperi verso la vita stessa? Di questo passo si finirebbe per demolire Shakespeare perché la Chiesa condanna l’omosessualità, se fosse accertato – mi aiutino gli umanisti di professione – che i suoi immortali sonetti d’amore erano rivolti a un altro uomo. Queste riduzioni di uno scrittore ai suoi discorsi – che, sia chiaro, avvengono anche tra le fila di chi lega la memoria di Saramago al suo antiberlusconismo, ad esempio – hanno l’immane pretesa di comprendere il segreto della bellezza, far scomparire quella traccia di mistero che, proprio perché ineliminabile, abita le pagine dei grandi e riempie le nostre vite di lettori di sogno e terrore.

Da ultimo, non mi affascina né convince nemmeno l’argomento per cui, da comunista dichiarato, Saramago abbia condannato senza appello l’Inquisizione e sorvolato sull’immane tragedia dei gulag. Dovremmo a quel punto condannare tutti gli scrittori credenti che sono stati invece disposti a chiudere un occhio sui crimini perpetrati dalla Chiesa nei secoli per il semplice fatto che sono stati disposti a chiudere quell’occhio? No: l’indipendenza e la grandezza di uno scrittore sono ben altro da questo squallido teatrino in cui logica, etica, politica ed estetica diventano un unico meccanismo di demolizione. Ma in fondo critiche di questo tipo non fanno che ribadire tutta la carica iconoclasta di un grande come Saramago. Proprio quella carica che i piccoli, incapaci di percepirne il fascino, cercano disperatamente di negare.

6 pensieri su “In difesa di Josè Saramago.

  1. Purtroppo la coscienza rende necessaria, per alcuni umani, l’esistenza di qualche dio che eleverebbe l’umanità portandola all’immortalità (desiderio che nasce dall’essere coscienti di dover morire), quando invece non c’è niente di più materiale del corpo umano che è uguale o simile a quello degli animali che sono senza dio.
    La Chiesa si fa grande con Dio, ma è bene ricordare che nell’antichità si veneravano delle dee, siccome la procreazione era considerato un atto magico della donna. Si era ignoranti in questo ambito, così come ora siamo ignoranti, come ovviamente anche in passato, sul futuro dopo la morte. Le divinità nascono dall’ignoranza, oltrechè dalla coscienza.

  2. Mi chiedo se questo violento attacco a Saramago, un grande intellettuale animato da un viscerale antiberlusconismo, non sia soltanto l’ennesimo, meschino messaggio di vicinanza al ducetto di Arcore: la Chiesa disprezza chi ti disprezza.

  3. ho fatto due post, ieri e l’altro ieri, su Saramago, in uno ho linkato il suo Quaderno, censurato da Einaudi, per scusarmi, a mo di commemorazione, della COSA BERLUSCONI, e il secondo per scusarmi del VATICANO
    una cosa che l’Osservatore Romano, nel pezzo, ha dimenticato di scrivere è una cosa che pure da quelle parti di solito, foss’amche per pura “forma” usano dire di fronte ad una morte: RIPOSI IN PACE
    forse andavan di fretta … finito il pezzo sul “criminale” Saramago, immagino dovessero affrettarsi a scriverne uno per giustificare il “santo” Cardinale Sepe

  4. Chi ha letto e compreso Josè Saramago sa del suo grande amore per il genere umano. Non credo fosse ateo.
    Ateo verso la chiesa per tutto quello che rappresenta, nei suoi dogma e le sue azioni, che allontana da Dio tutti gli uomini consapevoli della verità.
    Grazie Josè.. mi mancherai!!!!

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