Il Governo e la lotta all’anoressia: qualche timido passo in avanti.

Oggi il ministro per le Politiche Giovanili Giorgia Meloni, alla presenza del sottosegretario alla Salute Francesca Martini, ha presentato il nuovo sito www.disturbialimentarionline.it (da domani http://www.disturbialimentarionline.gov.it, per sottolineare come le informazioni reperibili al suo interno siano garantite dal Governo Italiano, sostiene il ministro) che raccoglie i frutti di due anni di lavoro all’interno del progetto “Le buone pratiche di cura nei disturbi del comportamento alimentare”.

Si tratta – spiega lo stesso sito – “di una mappa delle strutture e delle associazioni dedicate ai DCA al fine di garantire ai cittadini affetti da tali patologie e alle loro famiglie migliori livelli di accesso e appropriatezza dell’intervento”. Risultato? Vengono individuati “155 servizi dedicati al trattamento dei DCA sul territorio nazionale. Per ogni servizio sono indicate le informazioni relative alla localizzazione (ente di appartenenza, indirizzo, recapiti telefonici e di posta elettronica), alle caratteristiche organizzative, agli orari di apertura, ai livelli di trattamento disponibili e alle prestazioni erogate”.

Bene, anzi: molto bene. Fornire alle famiglie gratuitamente in Rete un censimento di tutte le strutture – facilmente identificabili tramite una mappa cliccabile dell’Italia divisa per regioni – pubbliche o private (ma convenzionate con il sistema sanitario nazionale) è un’ottima cosa. Soprattutto se in futuro il sito dovesse ospitare – come sembra – studi di settore, analisi, dati ufficiali e impreziosire il proprio database.

Tuttavia sono costretto a muovere dei rilievi critici, anche severi, alla pur lodevole iniziativa. Prima di tutto, i dati presentati alla conferenza stampa dal ministro sono esattamente gli stessi che ci furono raccontati quasi due anni fa. Questo è quanto riporta il sito del Governo il 27 novembre 2008, in occasione della presentazione del sito TimShel (di cui parleremo):

Dai dati attualmente emersi, sono circa tre milioni le persone che soffrono di anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari in Italia, due milioni dei quali è rappresentato da donne tra i 13 e 35 anni. Ma il fenomeno tende a diffondersi anche tra i maschi, tra le quarantenni e i bambini. Sono sempre più frequenti infatti i casi di anoressia e bulimia in età pediatrica, con la manifestazione dei primi segni della malattia già a 10 anni.

Confrontateli con quelli riportati stamane da Meloni: sono gli stessi. Ma come, si passano due anni a parlare di “emergenza” e non si riesce ad avere nemmeno un dato un po’ più recente? Due anni possono essere un lasso di tempo importante per un disturbo che, lo sostiene la professoressa Laura Dalla Ragione nel corso della conferenza stampa, è in grande e rapida evoluzione. Senza contare che i dati più recenti disponibili riguardo alla mappatura del fenomeno danno cifre del tutto discordanti. Il SISDCA il 12 marzo 2009, infatti, presenta risultati che parlano di un disturbo che colpirebbe “tra le 150 e le 200 mila donne“, per una incidenza complessiva sulla popolazione dello 0,2-0,3%. Un dato ben distante da quelli a disposizione del governo, che parla del 5% della popolazione femminile italiana. E che avrebbe avuto almeno il dovere – a mio avviso – di chiedersi la ragione di una simile discrepanza. Soprattutto se si pensa che le stime del professor Ostuzzi del SISDCA sono sufficienti per fare dell’anoressia la prima causa di morte per malattia tra le giovani tra i 12 e i 25 anni.

Un’altra domanda riguarda un aspetto fondamentale che il servizio avrebbe potuto, a mio avviso, già incorporare. Se infatti è possibile comprendere che non sia stato facile stilare l’elenco delle strutture, dettagliandolo – come ben fa il sito presentato oggi – con il numero di collaboratori presenti, recapiti telefonici e mail dei responsabili e molto altro – non si capisce per quale ragione sia stata ignorata la loro capienza. Sarebbe stato non solo utile, ma decisivo sapere di quanti posti letto dispone una struttura di ricovero ospedaliero o di riabilitazione residenziale. Non sarebbe stato affatto difficile, dato che come rivela la professoressa Dalla Ragione, ciascuno dei centri interpellati ha fornito il proprio censimento. Perché non mettere quei dati a disposizione degli utenti?

Debbo ancora una volta citare la professoressa: se è vero che due attributi fondamentali per guarire da un disturbo del comportamento alimentare sono tempestività dell’intervento e continuità del percorso di cura (dall’ambulatorio alla degenza ospedialiera, da lì a un riabilitazione residenziale e poi di nuovo a una terapia ambulatoriale – questo il percorso “tipo”), come mai non si è voluta dare un’idea del rapporto tra domanda e offerta di cure? Eppure importante è non solo sapere a chi rivolgersi, ma anche se la persona a cui ci si rivolge può essere d’aiuto oppure ha già una lista di pazienti che copre di prenotazioni i prossimi dieci mesi. Viene il sospetto che il Governo non abbia interesse a far sapere l’ammontare dell’offerta totale di degenza e riabilitazione. Sai mai che a qualcuno venga in mente di confrontarla con la domanda, e tirare le somme.

Da ultimo, TimShel: un sito lanciato a fine 2008 con l’intento – parola di Stefano Vicari, che ne è il responsabile – “non di dare informazioni ma di parlare il linguaggio degli adolescenti“. Raccogliendo testimonianze, per iscritto o video; mettendo in dialogo giovani anoressiche con giovani sani; cercando insomma di stimolare nei ragazzi uno spirito critico verso l’ideale imperante della magrezza e della perfezione ad ogni costo. Anche qui, negli intenti, tutto bene. Peccato che anche questa volta la difesa d’ufficio dei protagonisti non convinca. Mille iscritti al sito, 800 contatti al giorno, 70 mila accessi al forum: sembrano dati sbalorditivi. Eppure basta andarci, sul sito, per verificare che gli ultimi post risalgono a settembre 2009. Che si parla della seconda edizione di Pe(n)sa differente quando è in corso – questione di pochi giorni – la terza. E che il forum di discussione è tutt’altro che frequentato: l’ultimo intervento risale al 17 luglio 2009, e l’argomento più “caldo” (“anoressia”) raccoglie appena 29 post e 5 thread. Siamo ben lontani dunque – purtroppo – dalla “creazione di una community sul Web tra chi vive i DCA e chi non li vive”, come sostenuto stamane da Vicari. L’obiettivo è buono, certo, ma bisognerebbe chiedersi se a distanza di un anno e mezzo non sia il caso di investirci maggiori energie, cambiare approccio o lasciar perdere.

Il forum - deserto - di TimShel.

Poi ci sarebbe la questione della Rete come luogo di “sette” pro-anoressia e pro-bulimia e, soprattutto, dell’idea – errata – che la (giusta) battaglia contro chi inciti allo sviluppo di DCA o addirittura fornisca consigli per ammalarsi possa condursi chiudendo i siti in questione e non educando i giovani a capire quanto profondamente errati siano i messaggi che vi si trovano. Ma è un problema troppo delicato, richiederebbe un post a sé. Per ora meglio accontentarsi di un ministro che ha compreso che se da un lato Internet contiene – strutturalmente, mi verrebbe da dire – il pericolo di incappare in siti pro-ana e pro-mia, dall’altro è anche possibile usare proprio Internet per diffondere buona informazione, informazione istituzionale, circa l’esistenza di questo pericolo. Visti i precedenti di questo Governo, meglio accontentarsi.

In conclusione, si sarebbe di certo potuto fare di più e meglio. Tuttavia, in questa fase, bisogna registrare i passi avanti, per quanto piccoli. Più grave mi sembra invece il silenzio di cui i media hanno rivestito un tema tanto importante. A quanto pare certi “bavagli” sono meno “bavagli” di altri.

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