L’informatica e Internet “portano male al genere umano”? No, Berardinelli: la tua è una diceria falsa.

“Vorrei diffondere la diceria (falsa? vera?) che l’informatica e Internet portano male al genere umano in generale, nonché al cervello dei singoli“, scrive oggi Alfonso Berardinelli sul Foglio. Io raccolgo volentieri la provocazione (grazie a Wil che me l’ha segnalata), prima di tutto per smentirlo: la sua “diceria” verrà diffusa via Internet. E no, non lo diffamerò come “un pericoloso oscurantista, un primitivo, un nemico del progresso”. Non ce n’è bisogno. Mi limiterò ad argomentare (se il mio misero cervello da blogger me lo consente) che, per quanto contenga elementi di verità, la sua è una diceria falsa.

Inizio facendo notare che Berardinelli è in buona compagnia. Oltre al collega del Foglio (e blogger) Claudio Cerasa, che parla delle “disgraziate pulsioni diffamatorie di parte consistente della blogosfera“, di una “allegra sputtanopoli a disposizione permanente degli allupati curiosoni internettiani” (ah, il linguaggio del Foglio), a diffondere la sua diceria – o affini – aveva già pensato mesi addietro Marco Gorra su Libero. Lo ricordate? Il giornalista parlava di un “popolo del web” il cui “minimo comune denominatore” sarebbero “l’innata cialtronaggine”, “il pressapochismo statutario”, “la faciloneria costituzionale” e, in sostanza, “una abissale ignoranza”. Colpa di questo “agglomerato indistinto di radicalismo, qualunquismo, settarismo, massimalismo” se l’opinione pubblica è allo “sfacelo”: più precisamente, di quel perverso meccanismo che fa sì che ciò che scrive un blogger (“la fichissima qualifica neologista”) “dal computer della sua cameretta” sia “innalzato al rango di opinione”.

Non solo. La sua diceria va di bocca in bocca anche al Corriere della Sera. Come non ricordare l’editoriale di Beppe Severgnini intitolato “Internet moltiplica gli sfoghi da bar” (geniale l’assonanza con quello di Gorra, che si chiamava “La politica in mano al bar sport Internet“, Severgnini – da tifoso – l’avrebbe adorato) e in cui si legge: “Un tempo le calunnie erano un venticello; oggi, grazie a internet, possono diventare un tornado”. O quello in cui Maria Laura Rodotà afferma che “il Web ci umilia” e “ci rende feroci”. Insomma, attenzione: “è l’era dei cattivissimi” (altro che anni Settanta), ed è colpa di Internet.

Da ultimo, come non ricordare un parere – non me ne voglia Berardinelli – perfino più autorevole, quello di Umberto Eco, secondo cui la nostra epoca corre il “rischio di un disfacimento medioevale dove vale soltanto la voce della tradizione senza un vero controllo”.  Un parere che so condiviso da editorialisti del calibro di Giampaolo Pansa – me l’ha detto lui stesso -, Gianni Riotta e Luca Ricolfi, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente.

Insomma, hanno tutti torto? Dovrei mettermi a “diffamarli” come “oscurantisti”? No, sbaglierei. Perché in quanto dicono c’è del vero. Vero è ad esempio che la Rete ha una memoria non selettiva di quanto avviene, mettendo – e potenzialmente per sempre – a dura prova la distinzione tra pubblico e privato, tra vero e falso, tra lecito e illecito. Vero è che le bufale ci sono e sono dure da smascherare, spesso per la cattiva fede di chi preferisce arrampicarsi sugli specchi piuttosto che ammettere gli sbagli. E’ capitato anche a me di sbagliare. Succede, e mi fa ancora tristezza pensare che è proprio con una mezza cantonata che ho ottenuto il numero ad oggi maggiore di visitatori.

Tuttavia non voglio commettere l’errore fatto in primis da Berardinelli. E cioè quello di generalizzare a sproposito, di cadere nella trappola allo stesso tempo del tacchino induttivista (mi hanno dato da mangiare n volte, alla prossima sarà lo stesso) e di un Ockham che brandisce il celeberrimo rasoio non per eliminare il superfluo, ma per banalizzare la complessità di quanto, invece, va spiegato.  E per questo ammetto tranquillamente – del resto ho appena finito di scrivere un pezzo sulle bufale circolate in Rete sull’assalto alla Mavi Marmara – che sul Web viaggino i gossip, le sciocchezze, le menzogne (in cui cadono tutti, giornalisti e politici compresi) e le foto che non vorremmo circolassero.

Però questa è solo parte della storia. Berardinelli naturalmente provoca quando afferma che Internet fa male per se. O almeno, me lo auguro. Penso anche lui sappia che l’altra parte della storia ha almeno due facce: la prima, che racconta come a diffondere gossip, sciocchezze e falsità siano stati negli ultimi vent’anni (almeno) gli organi di informazione tradizionale, e non la Rete. Quelli che oggi parlano di “rivoluzione” iPad (“ganza” eh?) – perché è un modello di business che potrebbe salvare loro la pelle – e allo stesso tempo cercano disperatamente di screditare quella parte del nemico (la Rete) che non possono colonizzare.

La seconda faccia, invece, dice che c’è una parte della Rete che non si è fatta colonizzare dalla stupidità, dai gossip, dalle menzogne e dalle violazioni della privacy (anche) dei mezzi di informazione tradizionali. E’ la Rete che vince il Pulitzer per il giornalismo investigativo (ProPublica); la Rete che raccoglie le donazioni dei cittadini per fare servizi che i giornali non vorrebbero fare (penso al caso della macchia d’olio nel Pacifico di cui parlano Bardazzi e Gaggi ne “L’Ultima Notizia” – l’hai letto, Berardinelli?); la Rete che raccoglie duecentomila firme contro la disinformazione del Tg1 (voi del Foglio dove eravate mentre il servizio pubblico diventava quello che è diventato?); la Rete che sbugiarda Berlusconi come Di Pietro, che perde le notti a leggere decreti e disegni di legge, che raccoglie fondi per i terremotati di Haiti, che diffonde – come Wikileaks – materiali inediti sull’esercito statunitense, che prepara emendamenti o scrive libri in Creative Commons. La Rete che è capace insomma di stare in Rete senza sentirsi immune da critiche.

Io ho la fortuna di abitare in questo luogo, e non in un covo di barbari sovversivi scatenati con la bava alla bocca, incapaci di distinguere la più grossolana delle burle da una notizia e possibilmente armati di statuette del Duomo per abbattere il regime. Dopotutto, a chiamare alla rivoluzione “con la forza” – proprio ieri – è stato un novantacinquenne, non San Precario o uno dei tanti “amici di Spatuzza” che stavano in piazza il 5 dicembre a chiedere le dimissioni di Berlusconi dopo essersi dati appuntamento e organizzati su Facebook.

Io abito in questa Rete. Ora chiedo a Berardinelli, e a chi per lui: e voi? Abitate dove sono di casa l’autocritica, l’indipendenza, la serietà? Dove non c’è altro che quello? O forse anche dalle vostre parti ci sono il gossip (ma non siete stati voi “giornalisti tradizionali” a inviare quaranta testate al compleanno di Noemi Letizia?), le menzogne (chiedete alla rubrica di Luca Sofri, Notizie che non lo erano) e, soprattutto, la voglia un po’ morbosa e un po’ affaristica di entrare – magari per lo spioncino – nelle vite altrui?

Ecco, spero di non averti diffamato né dato dell’oscurantista, Berardinelli, ma solo di averti spiegato perché la tua diceria è una diceria, nonostante tutto, falsa. Semmai, resta da capire se è vera applicata – non volermene – a quotidiani come il tuo.

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6 pensieri su “L’informatica e Internet “portano male al genere umano”? No, Berardinelli: la tua è una diceria falsa.

  1. Grazie,
    bellissima analisi che condivido pienamente.
    Lavoro in un quotidiano che non é in crisi, ma si spaccia per tale per lasciare a casa un po’ di poligrafici; non progetta ne pianifica ma si fa cadere gli eventi addosso; spende e spande ma poi i soldi mancano sempre. E magari il prodotto non ha tutta qualitá che dovrebbe avere…
    E dal di dentro, anche nel mio piccolo, vedo quello che la rete vede. 😦

  2. D’accordo con il Nichilista e la sua difesa della Rete. Per con i suoi limiti e difetti è una ricchezza che allarga gli orizzonti del mondo della comunicazione. E’ vero che pullula di sfoghi da bar e commenti di lettori superficiali; ma anche questi servono, per chi vuol capire come e perchè va così il mondo. In internet si può trovare una miniera di informazioni che diversamente non sarebbe accessibile, e gli stessi giornali cartacei hanno ormai tutti una edizione web, e i giornalisti il loro blog personale col quale interagiscono con i lettori e fanno circolare idee, talvolta anche sbagliate, ma confutabili direttamente.
    E anche una pensionata come me può concedersi il lusso di dire la sua, polemizzare, replicare o approvare fatti e misfatti secondo il proprio giudizio di cittadino qualunque, che diversamente resterebbe pure muto.

  3. Concordo pienamente con l’analisi.
    Tanto per sentirmi le cazzate al TG1 pagando pure, meglio andare in biblioteca a leggersele sulla rete gratuitamente.

  4. Pingback: Sì, il blog rende feroci. Convinciamoci cialtroni | L'89

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