Mannoni: “Sulle intercettazioni devono essere i giornalisti a autoregolarsi”.

A Mirano il Festival della Formazione prevede, all’inizio del calendario della seconda giornata, un cappuccino con rassegna stampa ragionata insieme a Maurizio Mannoni. Sfogliando i giornali si parla di attualità, di politica. Qualcuno tra i convenuti accenna polemicamente al livello raggiunto dall’informazione in Italia, in particolare dai telegiornali. Ma è la libertà stessa dei cronisti a essere in discussione insieme al pacchetto di norme che porta il nome del ministro della Giustizia Angelino Alfano. Una volta terminata l’inedita “colazione collettiva”, avvicino il conduttore di Tg3 Linea Notte per parlare del presente e del futuro del giornalismo televisivo e, soprattutto, della RAI.

Che pensa del ddl intercettazioni? Una “legge bavaglio”?

Obiettivamente sì, mi pare che tutti concordino che sia una legge assurda – giornalisti di destra e di sinistra, anche se con diverse sfaccettature. Va contro la Costituzione, il diritto dei giornalisti di informare e dei cittadini ad essere informati. Lo dimostra il fatto che il governo è stato costretto a fare marcia indietro. Detto questo c’è anche il problema di regolare la pubblicazioni delle intercettazioni. Ma devono essere i giornalisti a autoregolarsi, non può esserci che questo. Poi chi sbaglia o diffama paga. Gli strumenti per farlo ci sono già.

È una legge che potrebbe causare diversi problemi anche al lavoro della magistratura…

Questo è l’altro versante, ancora più preoccupante. Non c’è magistrato che non abbia sottolineato il fatto che con questa legge si torna indietro di cento anni riguardo alle inchieste. Mentre la criminalità si evolve, alla magistratura sarebbero tolti gli strumenti minimi per combatterla. Sarebbe un colpo tremendo per le inchieste soprattutto sulla grande criminalità organizzata, lo dicono anche dall’estero. Dagli Stati Uniti ad esempio.

E le modifiche apportate, sono buone?

Beh, diciamo che va un po’ meglio. Tuttavia preferirei la legge non ci fosse. Consentire di parlare di certe vicende per riassunto, ad esempio: se se ne parla per riassunto sarebbe meglio documentarlo, questo riassunto. Sarebbe meglio pubblicare le intercettazioni che portano a determinate accuse.

I quotidiani in questi giorni hanno riportato che nel prossimo palinsesto Serena Dandini passerà da quattro serate a una sola. Il direttore Di Bella ha perfino minacciato di andarsene se dovesse succedere. È d’accordo con voci dell’opposizione come quelle di Vita, che parla di una “fatwa di Berlusconi” o di Gentiloni, che sostiene che “colpire la Dandini è uno degli obiettivi affidati ai vertici della RAI da Berlusconi”?

Sì, del resto Berlusconi lo ha detto chiaramente in più di una circostanza, non è che si vergogni a dire pubblicamente che certi programmi non gli piacciono, che li vorrebbe abolire. Uno di questi è quello della Dandini. La satira non gli piace. Lui non accetta nulla che non sia Emilio Fede, la cieca esposizione dei suoi argomenti. Speriamo che il direttore di rete e la RAI non si pieghino a questo diktat.

Che pensa del “caso” Santoro?

È una vicenda complessa. I giornali hanno dato una interpretazione soltanto legata all’aspetto economico, che detto così naturalmente suona un po’ singolare anche per una persona come Santoro, che ha sempre sposato certe cause… Ora non si sa se ci sarà questa uscita anticipata di Santoro dalla RAI. Che nasceva comunque da un disagio di anni, da una lotta quotidiana di Michele con le sue strutture, contro una ostilità che sta dentro all’azienda. Uno a un certo punto può aver voglia anche di smetterla lì, dedicarsi ad altre cose, altri generi televisivi – non certo per abbandonare l’informazione. Anche perché la RAI ha intrapreso un ricorso contro la sentenza che dice che Santoro debba esserci. Santoro deve pensare ad andare in onda e anche combattere legalmente, il che è molto strano. Può anche accadere che uno dica “chi me lo fa fare”. Questo è stato sottolineato poco.

È un po stanco, dunque.

Sostanzialmente sì. Anche perché fa il giornalista, non l’eroe – anche se ha un po’ l’attitudine a fare il paladino. Lui comunque è sensibile alle reazioni dell’opinione pubblica, specie di quei fans che hanno avuto la sensazione di essere stati traditi. Quello lo ha molto colpito.

Pensa anche lei, come Maria Luisa Busi, che l’informazione del Tg1 sia “parziale e di parte”, e che abbia eliminato l’Italia reale per dare spazio alle cacce al coccodrillo, alle corse delle pecore con fantini di pezza e ad altre amenità simili?

Sì, è evidente. Lo stesso direttore del Tg1 ammette che dopo dieci minuti l’attenzione del telespettatore non c’è più, non vuole più sentire parlare di cose importanti.

Tuttavia non ammette di essere di parte…

Questo lui non lo ammette. Sui contenuti. Che sia parziale e di parte mi pare evidente, lo sono un po’ tutti – chi più e chi meno. Il problema oramai è diventato non tanto quello di essere parziali, ma di dare o non dare notizie. Quando si scende su questo discrimine la cosa diventa pericolosa.

Vedremo presto Maria Luisa Busi a Rai Tre?

Non lo so, è una ipotesi che si fa. Credo preferisca restare dov’è. Se poi tutti quelli che se ne vanno finiscono al Tg3…

Ma è davvero tanto difficile fare il proprio lavoro in RAI?

No, sarebbe semplicistico dirlo. Non è che in RAI c’è qualcuno che ti obbliga, che ti punta la pistola contro e ti impedisce di fare il tuo dovere. È un clima generale in cui uno non si sente portato a fare il proprio mestiere fino in fondo, e così si adegua all’andazzo generale. Spesso ci sono degli ostacoli evidenti. Tanti direttori ti impediscono di fare certe cose… Io sono in un telegiornale in cui praticamente sempre si è potuto lavorare in maniera normale, non ho mai avuto imposizioni. Forse sono un privilegiato da questo punto di vista.

Ma queste imposizioni in cosa consistono?

Beh, si inizia dall’organizzazione del lavoro, delle redazioni, dei caporedattori che impostano il lavoro in un certo modo, chi magari non è in linea viene un po’ emarginato… Poi certo non è che se uno vuole fare un servizio a tutti i costi non glielo fanno fare. Anche se è un po’ poco.

A fronte di tutti questi problemi, cosa si sente di dire ai giovani che intendano intraprendere la carriera del giornalista televisivo?

È dura, è un percorso sempre più lungo e complesso. Bisogna dire di formarsi, questo sì. Rispetto alla mia generazione i giovani colleghi sono molto più preparati. Le scuole di giornalismo sono per la maggior parte serie. Noi vedevamo il giornalismo come una missione, qualcosa a cui si arrivava solamente abbandonando tutto. Oggi invece serve la capacità di usare i mezzi tecnologici, conoscere le lingue… Non è tempo perso quello dedicato alla formazione. Fatto questo bisogna confrontarsi anche col mestiere, e questo si può fare solo lavorando. Arrivare formati, preparati aiuta.

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