IJF 2010 /6 – L’inchiesta on demand (da Pulitzer). Intervista a Paul Steiger.

Mentre il mondo dell’editoria si chiede se e come far pagare i propri contenuti c’è chi non solo li regala, ma addirittura invita i propri lettori ad appropriarsene (il motto è “Steal our stories”). Nell’era in cui le inchieste diventano merce rara, c’è chi ne fa la propria ragione di esistenza. E mentre i giornali si leccano le ferite, un sito web incassa – per la prima volta – il Pulitzer per il giornalismo investigativo. Tutto questo è ProPublica, capace di produrre contenuti di altissimo livello e allo stesso tempo ottenere l’attenzione del grande pubblico.

Come nel caso dell’inchiesta “The Deadly Choices at Memorial”, pubblicata perfino dal prestigioso New York Times, che ha visto Sheri Fink addentrarsi in una sconvolgente storia di iniezioni letali somministrate, durante lo stato di emergenza causato dall’uragano Katrina, a quei pazienti del Memorial Medical Center di New Orleans che molto probabilmente non sarebbero stati in grado di sopravvivere alle procedure di evacuazione. Le 140 interviste e i documenti portati alla luce dalla giornalista hanno scatenato un acceso dibattito su cosa sia lecito e cosa non lo sia per un medico quando il caos e il terrore regnino in corsia: quali leggi e linee guida deontologiche valgono, ad esempio, nel caso di un attentato terroristico? Chi deve venire salvato per primo? E, soprattutto, chi lo decide?

ProPublica nasce proprio con l’intento di approfondire temi di chiaro interesse pubblico, ma la cui trattazione richiede troppo denaro, troppo tempo e, soprattutto, il rischio di scontrarsi con troppi interessi costituiti per un quotidiano tradizionale. Inchieste di questo tipo, rivela uno studio della Arizona State University, sono oramai diventate “un lusso” anche per le principali testate statunitensi se è vero che ben il 37% non dispone di un giornalista investigativo a tempo pieno e solo una su dieci ne ha quattro o più. I risultati prodotti da ProPublica dimostrano che l’alternativa si chiama “inchiesta on demand”, un modello no-profit retto dalle donazioni di fondazioni capaci di versare quasi dieci milioni di dollari all’anno per tenere in vita un giornalismo che si rivolga per primo agli interessi dei più deboli e degli sfruttati. Come la creazione di Paul Steiger, direttore di ProPublica. Steiger vanta una presenza di oltre quattro decenni sulla carta stampata, con una carriera che l’ha portato a dirigere il Wall Street Journal per sedici anni con altrettanti Pulitzer conseguiti. E che l’ha condotto al Festival del giornalismo di Perugia per una “keynote speech” tutta incentrata sul tentativo di spiegare al pubblico il modello ProPublica e come esso si inserisca nell’attuale contesto di transizione del giornalismo mondiale.

E così si scopre che senza gli oltre quattromila volontari ProPublica non potrebbe esistere. Che la sua redazione sia un esempio di integrazione tra vecchia e nuova professione, un luogo di reciproco insegnamento per le vecchie volpi del giornalismo investigativo e i “digital natives” cresciuti a pane e social networks. E che se il vecchio modello di business è morto non bisogna disperare: l’irruzione della Rete nel mondo dell’informazione sarà benefica per tutti. Anche alle inchieste che, altrimenti, rischierebbero di non vedere mai la luce. Si crea così la situazione contraria alla vulgata comune per cui sia proprio il Web, da alcuni considerato ancora un mondo meramente virtuale, a rendersi indispensabile per illuminare certe scomode zone d’ombra della realtà. Come? Nessuno meglio dello stesso Steiger lo può chiarire. Per questo motivo l’ho raggiunto nelle animate sale dell’Hotel Brufani, centrale operativa del Festival.

Può spiegarci più nel dettaglio come funziona il modello filantropico di finanziamento di cui si avvale ProPublica?

È un processo in costante cambiamento. Abbiamo iniziato grazie alla Fondazione Sandler, che garantisce il nostro budget, ma oggi l’obiettivo è di diversificare le nostre fonti di finanziamento. L’anno scorso abbiamo raccolto un milione di dollari da comuni individui e da istituzioni diverse dalla Sandler, e per quest’anno prevediamo di raccoglierne oltre due milioni. Il grosso viene da filantropi: cinquanta, cento o anche duecento mila dollari alla volta. Tuttavia abbiamo intenzione di rivolgerci anche alle imprese per vere e proprie sponsorizzazioni.

Questo non rischia di compromettere la vostra indipendenza?

No, i donatori non hanno mai potuto esercitare alcuna influenza su ciò che scriviamo. Del resto non sanno prima degli altri di che decideremo di occuparci. Lo stesso sarà per gli sponsor.

E per quanto riguarda i contributi individuali?

Fin dall’inizio abbiamo predisposto sul sito la possibilità per ciascun individuo di elargire un contributo. L’entità non conta: si va dai 50 ai 1000 dollari, anche se più spesso sono 50. Inizialmente non raccoglievamo più di 5 donazioni al mese, ma in questi ultimi tempi abbiamo ottenuto una maggiore visibilità e riceviamo una media di 1000 dollari al giorno. Se dovesse continuare a questo modo significherebbe un incremento del nostro budget di almeno 300 000 dollari all’anno. Credo sia una somma significativa.

Quanto contano i social networks nella diffusione delle inchieste condotte da ProPublica?

Sempre di più. Abbiamo una pagina Facebook, molti dei nostri redattori usano regolarmente Twitter e Digg. Il loro contributo cresce a ritmi forsennati.

Il sito di ProPublica sostiene che il suo obiettivo sia di “promuovere il cambiamento”. Secondo lei se l’inchiesta di Sheri Fink non fosse stata pubblicata dal New York Times sarebbe riuscita a scatenare ugualmente il serrato dibattito che si è sviluppato in seguito?

Senza dubbio no, senza il New York Times o una testata ugualmente importante non avrebbe avuto lo stesso impatto, o la stessa rapidità di diffusione. Quella storia è stata letta da moltissime persone che altrimenti non ne sarebbero mai venute a conoscenza.

Quante?

Un numero all’incirca venti volte superiore.

ProPublica si definisce erede della tradizione americana del giornalismo che si identifica in un servizio pubblico non schierato e non ideologico. Pensa che un modello simile potrebbe funzionare anche in Italia, dove invece buona parte dei giornali non riesce ad affrancarsi da uno schieramento politico e un’ideologia ben precisa?

Io penso che il giornalismo schierato e ideologico abbia un suo ruolo. Porto due esempi paralleli e contrapposti. Quello da destra riguarda la diffusione delle email dall’Università dell’East Anglia, che ha profondamente mutato l’atmosfera intorno al dibattito sul “global warming” che ha condotto agli incontri di Copenhagen. Dati che non hanno mutato sostanzialmente l’atteggiamento scientifico sulla questione, ma che hanno di certo gettato una nuova luce sulle motivazioni di alcuni dei partecipanti al dibattito. Quello dal fronte opposto concerne la diffusione da parte di Wikileaks di un video in cui si vede chiaramente la leggerezza con cui i soldati americani hanno sparato su civili. Una rivelazione che ha profondamente mutato il panorama politico sulla guerra in Iraq e Afghanistan. In sostanza non vedo nulla di male nel giornalismo schierato. Il punto è che non può sostituire quello non schierato, che ha un fondamentale ruolo nel trasmettere al pubblico una particolare attenzione per l’accuratezza e la correttezza dell’informazione. Solo rispondendo a tale esigenza saremo più credibili come giornalisti.

Se potesse fare un’inchiesta sull’Italia di che si occuperebbe?

Penso che dovrei vivere nel vostro meraviglioso paese per saperlo.

Da ultimo una curiosità. Durante la sua conferenza una giornalista ha scritto su Twitter che almeno 50 persone nel pubblico erano intente a osservare smartphones e portatili invece che il palco. Che cosa significa secondo lei?

Beh, significa che dovrei essere meno noioso.

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