IJF 2010 /3 – Il racconto degli “eretici digitali” Zambardino e Russo.

Eretici Digitali è un testo fondamentale per capire il legame tra giornalismo e Rete. Non soltanto perché affronta con chiarezza e completezza temi tutt’altro che semplici come la net neutrality, l’evoluzione della privacy nell’era digitale e la questione – oggi a mio avviso centrale – della libertà di espressione su internet. Fondamentale e innovativa è infatti l’attenzione – e il monito – circa i rapporti di potere che la ridefinizione del mondo dell’informazione comporta.

Eretici Digitali è anche un premio giornalistico, giunto stamane nella sala gremita dell’Hotel Brufani alla sua prima premiazione. Un’occasione per gli autori stessi, Vittorio Zambardino e Massimo Russo, di ribadire i concetti principali del volume, insieme alla moderazione di Marco Pratellesi e con la partecipazione di Marco Pancini di Google Italia. Gli interventi sono stati brevi ma precisi e densi, e meritano di essere riportati, seppur in una versione condensata di cui, spero, i protagonisti non me ne vogliano. Eccoli.

Pratellesi: “Eretici Digitali rappresenta un punto di svolta importante sul dibattito su questi temi, fino ad allora rinchiuso dentro recinti – giornalisti da un lato e mondo della Rete dall’altro. Vittorio e Massimo hanno sgombrato il campo da queste barriere reciproche”.

Zambardino: “Per i giovani il giornalismo è un valore civile. I casi di “giornalismo digitale” sono molti; non è nuovismo: si tratta di capire che qui discutiamo di una vicenda di sopravvivenza non dei giornali ma del giornalismo. Come cambia il giornalismo dalla stampa alla Rete? Non cambia. Il giornalismo è un valore civile che trova le sue articolazioni in diversi linguaggi, piattaforme, codici. C’è molto di nuovo in giro. Prima però la pars destruens: a Perugia si parla di Rete ma poi si vedono le espressioni anche più costituite del giornalismo. Abbiamo qui assistito ieri a un dibattito tra il sindacato “unico e sovietico” dei giornalisti italiani, l’Ente pensionistico dei giornalisti, la Federazione degli editori, una rappresentante del governo, e il presidente dell’Ansa. Il dibattito che ne è uscito era angoscioso: era il dibattito che si poteva svolgere sul Titanic su come ridurre l’impatto con l’iceberg. Si parlava di riduzione del personale, dei costi della carta… Tutto un discorso piegato su se stesso. Era un dibattito drammatico per il fatto che le persone non vedevano davanti a sé una via d’uscita, era una ritirata senza meta. Bisogna invece evitare il “destino opera lirica”. E poi c’era un atteggiamento nei confronti della Rete… “Cultura della confusione, del pasticcio, del taglia-incolla selvaggio”: ma di cosa stanno parlando? Questo è un giornalismo che parla solo di protezioni, che si interessa soltanto che in futuro i giornalisti vengano pagati 800 euro piuttosto che 4000. Noi invece siamo qui per un giornalismo capace di reinventarsi nelle forme, capace di cercare delle fonti di ricavo, che si reinventi professionalmente.

Pancini: “Vorrei sfatare tre luoghi comuni. Intanto chi lavora sul web ama la stampa. Due: noi di Google abbiamo molto in comune coi giornalisti, perché lavoriamo entrambi sulle informazioni. Il nostro ruolo è metterle a disposizione degli utenti. Tre: noi non abbiamo nessuna idea di come si creino i contenuti. Noi creiamo tecnologie, piattaforme che abilitino chi fa i contenuti a crearli e chi li cerca a trovarli. Noi crediamo che internet possa aiutare un nuovo modo di fare il giornalismo. Oggi il 61% degli americani riceve le informazioni attraverso internet; 3 adulti su 4 negli USA hanno accesso all’informazione tramite social networks e email. Non c’è mai stato un momento negli ultimi 200 anni in cui ci fossero così tanti lettori, il numero dei lettori sta crescendo enormemente perché hanno moltissime fonti di accesso all’informazione – e questo porta ad affezionarsi alla lettura. Nei 12 anni di vita di Google il numero dei lettori per la stampa periodica negli USA è aumentato del 12%. Internet sta cambiando il modo di produrre contenuti: la notizia è in grado di raggiungerci in qualsiasi luogo in qualsiasi momento, e questo implica una nuova alleanza tra chi crea contenuti e l’utente. Bisogna venire incontro alla serendipity (serenità) dell’utente fornendogli una serie di fonti alternative. Il rapporto coi social networks sta rivoluzionando il nostro modo di accedere alle informazioni, l’abbiamo visto durante la rivoluzione iraniana. La notizia viaggiava aldilà della capacità degli organi di informazione di seguirla. Questo non deve spaventare i giornalisti, ma va preso in considerazione. Bisogna pensare in grande. Più utenti, più fonti di informazione e più strumenti tecnologici per accedervi: bisogna prendere in considerazione queste variabili. Ma sono sicuro che la nostra cultura ha il DNA per affrontare queste sfide in modo vincente”.

Russo: “sono totalmente d’accordo con quanto ha detto Pancini. Google pur avendo un suo lato oscuro si fa rappresentare sempre da persone civili e preparate, e dunque il “lato chiaro della Forza” rende difficile entrare in polemica. Il mondo digitale del giornalismo presenta opportunità e rischi, che si arricchiscono delle peculiarità del caso italiano. Arrivando qui ho visto persone lavorare e produrre con mille piattaforme (cellulari, portatili, telecamerine etc.): questa energia è un motivo di ottimismo. E sarebbe stato impensabile avere questi strumenti fino a soltanto dieci anni fa. Oggi abbiamo delle potenzialità che non mi sono mai sognato di avere. Tutto bene? No. In realtà il punto vero è che siamo in una fase di crisi che ha anche momenti di rischio, che derivano dal fatto che i modelli tradizionali di business sono in crisi. Di cui è stata testimonianza il “ritrovo di dinosauri” di ieri. Il problema è che anche il digitale nel momento in cui diviene vita di ogni giorno, vissuta da ognuno di noi, diventa anche un fenomeno di massa, e nei fenomeni di massa arriva il potere. E questo potere è lo spazio tradizionale in cui si esercita il giornalismo, che in fondo altro non è che il racconto dei meccanismi del potere. Siamo in una situazione in cui il giornalismo tradizionale fatica a comprendere la Rete. Se il giornalismo tradizionale deve abituarsi alle potenzialità del digitale dall’altra parte il digitale ha un grandissimo bisogno oggi di giornalismo. Perché su internet stanno crescendo intermediari forti: Google, ma anche i padroni del tubo, le compagnie telefoniche che decidono cosa e quanto deve passare – problema di neutralità – e quindi si trattengono ricavi da chi produce contenuti in Rete; i social networks, che utilizzano ciò che facciamo in Rete senza che noi ne siamo pienamente consapevoli. È un problema perché se voglio mettere i contenuti su iPhone, ad esempio, devo chiedere il permesso ad Apple. E se accade che a un signore venga proibito di vendere la propria applicazione attraverso Apple perché contiene una satira che mette in ridicolo alcuni soggetti – e questo non è permesso da Apple – diventa un problema. Questo signore si chiama Mark Fiore, e ha vinto il premio Pulitzer. Un premio Pulitzer che non può finire su iPhone. E questi dispositivi veicolano metà del traffico in mobilità in Italia. Chi ha un iPhone non potrà vedere le vignette di Mark Fiore. Ecco perché il digitale ha bisogno di buon giornalismo: cioè di racconto dei meccanismi del potere. Google è il soggetto attraverso cui transita il 90% di quel che vedono gli italiani in Rete. Dal punto di vista economico: la pubblicità, il polmone di ossigeno per chiunque faccia cose in Rete. Google è già lo snodo tecnico di oltre la metà di tutta la pubblicità che gira nel pianeta su Internet, attraverso Doubleclick e AdWords. Il problema si pone laddove Google porta traffico ai giornali ma è anche un punto di un equilibrio asimmetrico. Io ho molto apprezzato quel che ha recentemente fatto Google, e cioè che paese per paese dà conto del numero di richieste che i governi hanno fatto a Google negli ultimi sei mesi e si viene a scoprire che in sei mesi del 2009 il governo italiano ha chiesto a Google di far sparire parzialmente o totalmente dalla Rete 57 cose. Questo è un passo in avanti straordinario. Io vorrei che presto ci fosse un passo analogo di ristabilimento della simmetria dei rapporti economici tra Google e chi produce contenuti – a tutti i livelli – perché ad oggi nelle condizioni di AdSense (permette di avere pubblicità attraverso Google) si legge: “la quota di ricavi che lei riceverà sarà determinata da Google di volta in volta a sua assoluta discrezione”; “una discrezionalità assoluta”. Questo è uno spazio che il giornalismo deve raccontare. Quando cambieranno queste condizioni?”

Replica – incompleta a dire il vero – di Pancini: “attraverso AdSense aldilà del lavoro, buono o cattivo, degli avvocati molti creatori di contenuti online riescono a sopravvivere”.

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