Per non raccontare un’Italia che non c’è: gli esercizi di disillusione di Luca Ricolfi.

E se la ricetta per migliorare le sorti degli italiani passasse per alcuni brevi ma efficaci “esercizi di disincanto”? Luca Ricolfi ne è convinto. E nel suo ultimo libro Illusioni italiche. Capire il paese in cui viviamo senza dar retta ai luoghi comuni (Mondadori, pp. 169) ipotizza che sia necessario porre fine alla “strana libertà” di cui godono le credenze empiriche, e inchiodarle alla loro natura: come tutti i fatti, devono tornare ad essere vere o false e, quando possibile, controllabili. Basta auto-terapie (soprattutto mediatiche) per manipolare ansie e paure; basta interpretare i numeri a proprio uso e consumo; basta scambiare il politicamente corretto per il corretto sic et simpliciter: “per fare di più e meglio l’ultima cosa che serve è raccontare un’Italia che non c’è” (p. 158).

Le pagine di Ricolfi diventano così una indispensabile operazione di verità e, soprattutto, un manifesto del valore della ragione in dibattiti annosi e inquinati da pregiudizi come quelli sull’immigrazione, il federalismo fiscale e il divario Nord-Sud. I risultati lasciano a bocca aperta perfino l’autore. Si scopre ad esempio che a subire la crisi economica in termini occupazionali non è stato il lavoro dipendente, rimasto sostanzialmente invariato, ma principalmente il popolo delle partite IVA, con 400 mila tra imprenditori e liberi professionisti neodisoccupati. C’è perfino chi ha beneficiato della crisi: gli immigrati, che sfruttando l’indisponibilità degli italiani ad accettare lavori poco qualificati hanno visto un balzo occupazionale di 366 mila unità.

Anche sul federalismo i miti si sprecano. Uno di quelli da sfatare è che le regioni più spendaccione siano tutte e sole quelle del Mezzogiorno. Niente di più falso: i primi posti nella classifica della spesa pubblica discrezionale (cioè che dipende da scelte politiche e non da automatismi) pro capite sono occupati da Valle d’Aosta (10860 euro per abitante) e Trentino Alto-Adige (7899), mentre valori sopra la media sono ottenuti anche da Liguria, Friuli-Venezia Giulia e regioni del Centro come Umbria e Lazio. Dunque se è vero che la spesa pubblica è maggiore al Sud (5566 euro contro 5053) è altrettanto vero che “la frattura più importante non è tra Nord e Sud bensì fra le regioni autonome e tutte le altre” (p. 114). Se i decreti attuativi del federalismo fiscale dovessero prendere come unità di misura la Toscana molte regioni del Meridione vedrebbero addirittura denaro aggiuntivo fluire nelle proprie casse, dai 20 milioni in più per la Basilicata ai 274 che andrebbero destinati alla Puglia.

Alzare l’Irpef ai redditi più elevati? Non servirebbe che a colpire chi non evade il fisco. La “certezza della pena”? Impossibile: il fabbisogno di posti nelle carceri richiesto per punire chi ottenga una condanna dalla magistratura è di 25 volte superiore rispetto alla disponibilità. Il processo breve? Si potrebbe realizzare a legislazione immutata e senza spendere un euro, se solo aumentasse la produttività delle Corti d’Appello. L’analisi di Ricolfi assume nel finale anche una coloritura politica. E ciò che rivela è ancora una volta spiazzante: le fasce sociali più deboli (lavoratori autonomi, precari, disoccupati, giovani lavoratori) affidano la maggioranza dei propri voti a Pdl e Lega, mentre a sinistra finiscono i voti di quella che il sociologo chiama “società delle garanzie”, ossia laureati, diplomati, dipendenti pubblici, lavoratori con contratto a tempo indeterminato. La partita per il voto dei meno tutelati si gioca dunque all’interno della maggioranza, come dimostra una recente analisi di Paolo Feltrin, che conclude che in Veneto ben un operaio e un disoccupato su due abbiano votato Lega Nord alle recenti elezioni Regionali, con picchi di addirittura il 60% nel Trevigiano. Chissà se Ricolfi pensa siano altrettante vittime di italiche illusioni.

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