E se Fini costituisse un gruppo parlamentare autonomo?

A prendere per buone le “fonti della maggioranza” che stanno infiammando il dibattito politico, Gianfranco Fini starebbe valutando se costituire o meno un proprio gruppo autonomo in Parlamento. Ma che peso politico potrebbe avere?

Secondo le stime di Repubblica, uno non indifferente. Alla Camera la maggioranza possiede 340 seggi, di cui 272 del PDL, 60 della Lega Nord e i restanti al Movimento per l’Autonomia. Lo scarto dall’opposizione è di 63 seggi, dato che PD, IDV, UDC e Sudtirol Volkspartei fanno tutte insieme 277. Repubblica conta i finiani tra i 90 (la stima più generosa) e i 30 (contando solo i “finiani doc”). Una eventuale opposizione degli ex-AN, sommata a qualche defezione, rischia di portare il computo a pochi voti di scarto. Non esattamente una prospettiva rosea, all’inizio di una fase annunciata come di profonda riforma delle Istituzioni. 

Al Senato, dove il conto è 168 a 133, la situazione si farebbe ancora più critica. Il gruppo di Fini potrebbe contare, sempre secondo i calcoli di Repubblica, tra i 47  (nel caso tutti gli ex-AN aderissero al progetto del Presidente della Camera) e la dozzina (i fedelissimi) di senatori. In questo caso, un progetto di legge sgradito ai finiani finirebbe per venire sistematicamente bocciato. E in un sistema di bicameralismo perfetto come quello italiano, ciò significherebbe bloccare l’attività parlamentare della maggioranza in toto. Che sarebbe così costretta a ricorrere se possibile ancor più di adesso alla decretazione d’urgenza, coi risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi.

Dopo questi calcoli sembrano un po’ più chiare le ultime mosse di Berlusconi, ovvero il ritorno di fiamma nei confronti di Pier Ferdinando Casini e l’idea di mettere in cima alle priorità il semipresidenzialismo alla francese. L’uscita inaspettata di Gianfranco Fini, in questo senso, ha scombinato totalmente i piani al Cavaliere, proprio nel momento in cui si accingeva a godere il potere incontrastato affidatogli dalle urne. 

Aggiungendo il fatto che dall’altra parte della barricata c’è una opposizione nel cui partito principale si inizia a parlare apertamente di scissione, si ottiene il quadro completo di una situazione costantemente in subbuglio, in cui tutto cambia per non cambiare mai. A meno che la mossa di  Fini non anticipi in qualche modo la fine dell’era di Berlusconi (sempre che basti). Ecco, di questo dubito fortemente. Cosa ci attende? Se nessuno dei due leader farà marcia indietro, le strade sono tre: un governo immobile, un rimpasto o elezioni anticipate. In quest’ultimo caso dalle urne potrebbe uscire di tutto, perfino una coalizione peggiore di quella attuale (composta, ad esempio, dal trio Berlusconi-Bossi-Storace). Vedremo.

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