Delete: ovvero, dimenticare nell’era digitale. L’incontro con Viktor Mayer Schönberger.

Una serata a parlare di diritto all’oblio in Rete. Guido Scorza, introducendola, ricorda alcuni passaggi di un suo pezzo recentemente apparso su Wired:

  • Prima di tutto, ne presenta il problema di fondo: “Si può ordinare per legge a Internet di dimenticare o, ancor meglio, di non aiutare a ricordare troppo a lungo? Ma soprattutto è giusto ed auspicabile perseguire tale risultato?”
  • In secondo luogo, ne riprende un esempio significativo: “in un’intervista su Le Monde di qualche mese fa Alex Turk, Presidente della CNIL, la Commissione Nazionale dell’informatica e delle libertà [ha dichiarato]: “Io credo di avere mostrato i miei glutei a San Nicola nel 1969. Da allora non l’ho più fatto e non vorrei che quell’episodio mi perseguitasse ancora!“. Secondo il Presidente della CNIL sarebbe necessario reintrodurre nel contesto digitale una funzione naturale quale l’oblio che, a suo dire, renderebbe la vita sopportabile”.
  • Da ultimo, accenna alle proposte legislative italiane e francesi in materia. Provocando: “Dobbiamo cercare di coniugare la possibilità degli individui di eliminare le informazioni che ritenga lesive della sua persona con il diritto della collettività di poter continuare ad accedere ad alcune di queste informazioni. Il problema è: chi racconterà e come la nostra storia? Non ci sarà più molta carta. Dovremmo discutere l’equilibrio tra diritto all’oblio e diritto alla storia“.

Passando all’analisi del libro di Viktor Mayer Schönberger, protagonista della serata, Nello Barile si avventura all’interno del concetto di “adeguamento cognitivo”, che rinomina “fascismo emozionale“: un meccanismo per cui il confondersi di pubblico e privato diventi abituale, tollerato e addirittura rimodelli le nostre facoltà di comprensione. Nell’ottica del diritto all’oblio, ciò significa imparare a modellare i propri comportamenti all’interno di una società incapace di dimenticare.

Scorza, nel proseguo della discussione, si chiede: “perché avvertiamo, se la avvertiamo, l’esigenza di tentare il suicidio su Facebook?”. 

Secondo Andrea Barchiesi “il mondo digitale si evolve secondo regole ben precise di concretezza, di semplicità e di risparmio di energia mentale“. Non è una crescita casuale, dunque. In tale ottica il diritto all’oblio deve sottostare a questa “legge di natura”, che dice che “le cose giuste o meno che siano devono essere praticamente fattibili“. Se ognuno di noi fosse chiamato a validare centinaia di contenuti che ci riguardano su base quotidiana non lo farebbe nessuno: è la natura umana. Il problema dunque è la “barriera energetica” della “fattibilità pratica del controllo dei dati e del detenere il diritto alla nostra immagine”. 

Scorza lancia un’altra provocazione: “Piuttosto di chiedere a Facebook di dimenticare, non potremmo chiedergli che ci aiuti a ricordare meglio? E cioè a ricordare non frammenti di noi, ma tutta la nostra personalità?”

Per ultimo prende la parola Mayer Schönberger, per descrivere Delete. The Virtue of Forgetting in the Digital Age. Che rivela che durante un incontro negli States, in California, in cui rispondeva a domande telefoniche alla PBS, riceva una chiamata particolare. “Un anno fa ho fatto un errore terribile”, dice una donna. “Sono stata mandata in prigione per un anno. Ho iniziato una nuova vita in un posto nuovo. Ho fatto famiglia, ho trovato un lavoro e avuto dei figli. Ho perfino trovato Dio. Tutto era meraviglioso. E poi, solo una settimana fa, un amico del mio uomo ci ha cercato su Google. E ha trovato un sito in cui era pubblicato il registro con i nomi e i cognomi di tutte le persone incarcerate nello Stato della California negli ultimi venti anni. E ha trovato me. La voce si è diffusa. Ho perso il mio lavoro, mio marito; i miei figli hanno perso gli amici… Eppure io non sono cambiata: sono la stessa persona della settimana scorsa. Mi aiuti a rimettere insieme la mia vita”. Ma io non ho potuto, rivela il professor Schönberger: “la nostra società ha deciso di giudicarla colpevole, incarcerarla e poi, passata la punizione, di perdonarla. Ma la Rete no. E io non ho saputo come aiutarla”.

Poi Schönberger ricorda un passaggio del libro in cui mette in guardia dai rischi di una società che impara a affidarsi unicamente a memorie digitali che ritiene infallibili. Ciò significa che un regime totalitario oggi non avrebbe più bisogno di controllare le nostre menti – non le usiamo più per ricostruire la storia e darle senso: al regime sarebbe sufficiente controllare le nostre memorie digitali

Dal pubblico chiedono: “dove si finisce dopo il suicidio su Facebook?”. L’autore risponde: “credo la cosa interessante è che sia davvero difficile suicidarsi, perché le proprie tracce si spargono ovunque. In un paio di mesi un progetto di Google Labs permetterà di estrarre tutte le proprie informazioni dai propri account su Google. La versione di Google del suicidio su Facebook”. Scorza aggiunge: “la cosa che mi dà più fastidio di Facebook è che non si possa avere una gradazione dei propri rapporti personali. Che non si possa distinguere tra un conoscente, un amico e buon amico: c’è amicizia o nulla. Mi preoccupa che il nostro abito sociale sia diventato un software”. 

Schönberger: “l’obiettivo del movimento nato dal mio libro e che sta già muovendo i primi passi in Argentina e Stati Uniti, mira a ristabilire l’usuale equilibrio tra memoria e dimenticanza: in cui la prima torni a essere l’eccezione, e la seconda la regola”. 

Dal pubblico si ricorda una teoria avanzata in un libro del 1998 in cui si ipotizzava l’esistenza futura di un movimento che avrebbe iniziato a diffondere sistematicamente informazioni false sul conto di moltissime persone così da confondere realtà e finzione. Per evitare che ciò accada, argomenta l’autore, dovremmo modificare gli strumenti che utilizziamo: che reintroducano la possibilità di dimenticare. Magari introducendo una “data di scadenza” alle informazioni effimere.

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5 pensieri su “Delete: ovvero, dimenticare nell’era digitale. L’incontro con Viktor Mayer Schönberger.

  1. concordo sul fatto che quello che riteniamo “giusto” debba essere tecnicamente possibile.

    dal mio punto di vista personale, credo che la divisione sia molto semplice: tutto cio’ che facciamo in un luogo pubblico puo’ essere registrato e puo’ rimanere traccia nel bene e nel male.
    su quello che riguarda la nostra sfera privata abbiamo il diritto di condividere o meno, pubblicare o ritirare da internet tutto cio’ che volgiamo (ovvero ci deve essere la possibilita’ del suicidio “completo” su facebook).

    Per quanto riguarda i reati e la traccia degli stessi, essi rimangono nella sfera del pubblico, il problema della donna che perde lavoro etc a causa del suo passato, non sta nel fatto che c’era traccia del suo passato criminoso, sta nel fatto che viviamo in una societa’ retrogada, ipocrita e intollerante, che molto spesso si professa “cattolica” (o altre religioni dell’amore) e non e’ capace di amare e sopratutto perdonare gli errori degli altri.

    cmq una nota sul dimenticare in generale, non solo su internet, ci sono cose per cui non solo non si deve dimenicare, ma e’ obbligatorio ricordare esempio su tutti discorsi fatti sulle sulle liste pulite,

    una soluzione semplice: sui cartelli elettorali nei seggi: un pallino per ogni candidato:
    verde= incesurato
    giallo= indagato
    rosso= condannato

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  4. chi controlla da remoto gli sms oggi sarebbe il padrone del mondo,anche più di quello che potesse leggere gli account di facebook.la velocità di adattamento dell’uomo,alias le condanne passate,alla tecnica è diversa.la paura oggi è propellente economico e politico.direi che la sua gestione lo è sempre stata.oggi però,la memoria è infinita.

  5. Pingback: Le foto che hai cancellato da Facebook sono ancora su Facebook « ilNichilista

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